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vendredi, 01 février 2013

REBELLION n° 56

REBELLION n° 56 EST SORTI !

rebellion, socialisme européen, insoumission, mas, révolution, françis cousin

Au sommaire du numéro : 

Editorial : Réflexion en écho à celle d'un philosophe transalpin

Actualité : la rébellion des peuples européens. 

Idées : Penser le libéralisme par Charles Robin. 

L'Odyssée de la crise. 

Entretien avec Francis Cousin : L'Etre contre l'Avoir. 

Esprit Libre : La liberté d'expression ne se demande pas. elle se prend !

Entretiens avec Arnaud Guyot-Jeannin et Javier R. Portella

Polémique : Retour sur la pensée de Richard Millet. 

Culture : Les illusions de la contre-culture par David l'Epée. 

Chroniques livres. 

 

Le numéro est disponible contre 4 euros à l'adresse suivante : 

Rébellion

c/o RSE BP 62124  

F-31020  TOULOUSE cedex 02

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Esempio Islanda

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Esempio Islanda

Reykjavik vince la sua battaglia legale. La Corte europea per il libero scambio dà ragione al popolo islandese che non dovrà rimborsare in pieno i clienti britannici e olandesi per il fallimento del fondo Icesave

Andrea Perrone

armoiries_ISLANDE (2).gifLa Corte europea dà ragione al popolo islandese. L’Islanda dovrà rimborsare solo l’importo minimo previsto per legge pari a 20mila euro a tutti quei risparmiatori britannici e olandesi che avevano investito nella banca online Icesave e che era ignobilmente fallita nel 2009. La Corte Ue del libero scambio ha inoltre respinto il ricorso dei governi di Gran Bretagna e Olanda – che chiedevano al governo di Reykjavik la cifra stratosferica di 2 miliardi di euro – contro i rimborsi minimi concessi ai correntisti di Icesave.


Il confronto con Londra e Amsterdam risale al 2009 quando l’Islanda, dopo il crack del suo sistema finanziario, si era rifiutata di restituire i soldi ai 350mila utenti inglesi e olandesi della Icesave, il conto online della banca Landesbanki che aveva attirato 4,5 miliardi di euro di depositi grazie ai tassi d’interessi particolarmente elevati. Il rifiuto del popolo islandese è stato più volte motivato grazie ad un paio di referendum che hanno sottolineato a larga maggioranza la volontà di rifiutare qualsiasi restituzione di danaro da parte degli islandesi perché non colpevoli del fallimento della banca. I veri responsabili sono stati infatti individuati e sono riconducibili a banchieri e politici che hanno speculato sulla banca e fatto finta di nulla pur sapendo che stava per fallire. Per questo il popolo islandese costituito in maggioranza da pescatori e allevatori si è detto assolutamente contrario a qualsiasi rimborso che avrebbe portato l’isola ad una crisi economica irreversibile.


Le autorità bancarie britanniche e olandesi, dopo un primo serrato confronto con l’Islanda, avevano deciso di rimborsare al 100% i loro concittadini rimasti a bocca asciutta, riservandosi di rivalersi in sede legale su Reykjavik. Da parte sua l’Islanda, grazie alla ripresa della sua economia e al riassetto del suo sistema creditizio, ha provveduto a rimborsare la cifra di 20mila euro a testa prevista dagli accordi con l’Unione europea. E dopo una serie di minacce – da parte di Londra e Amsterdam – che preannunciavano già la loro opposizione all’ingresso nell’Ue dell’Islanda, qualora Reykjavik non avesse rimborsato i loro cittadini, Gran Bretagna e Paesi Bassi hanno deciso di fare ricorso alla Corte europea per il libero commercio, opponendosi alla decisione di rimborsare i propri cittadini e clienti Icesave per una quota minima, ma subendo una sonora sconfitta. La sentenza del tribunale Ue, nonostante tutto, ha fatto giustizia ad un Paese come l’Islanda che è uscita completamente risanata dal fallimento da 80 miliardi di euro delle sue banche Kaupthing, la Glitnir e la Landsbanki. Un default equivalente a più di dieci volte il Prodotto interno lordo dell’isola. L’ennesima vittoria per il piccolo Stato dell’Europa settentrionale che, dopo aver rimandato a casa i tecnocrati del Fondo monetario internazionale, pronti a concedere un prestito ad usura in cambio di duri sacrifici, è riuscita a far riprendere la sua economia, che nel 2013 dovrebbe crescere del 2,9%. Un bel successo per un Paese che conta poco più di 300mila abitanti e che nonostante questo ha avuto il coraggio di opporsi all’usura internazionale, alla Perfida Albione e all’Olanda. A fallire come aveva ricordato subito dopo la scoperta del crack finanziario l’attuale primo ministro di Reykjavik, Johanna Sigurdardottir è stato tutto il sistema fondato sul libero mercato. “Le banche private hanno fallito, il sistema di supervisione ha fallito, la politica ha fallito, l’amministrazione ha fallito, i media hanno fallito e l’ideologia di un mercato libero e non regolamentato ha fallito completamente”, aveva chiosato il premier. La risposta del popolo islandese è stata dunque un bell’esempio che dovrebbe essere seguito da tutti quei popoli che vittime dei Signori del denaro intendono affrancarsi dal loro iniquo dominio.


29 Gennaio 2013 12:00:00 - http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=18761

Of Mencken & Micropolitics

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Of Mencken & Micropolitics

By James Kirkpatrick 

Ex: http://www.counter-currents.com/

The rise and fall of nations and cultures is too abstract for most people. But fiction, especially that informed by journalism, can shows how the sweeping patterns of history play out the micro level. Individual stories can be just as informative as any grand history of the clash of civilizations.

H.L. Mencken, who died 57 years ago this week, was the greatest newspaperman of his age, or perhaps of any age. He shaped the thought of a generation with The [2]  [2]American Mercury [2] (now available online [3] thanks to Ron Unz [4]). He changed the way Americans viewed the way they speak [5] with his book The American Language [6]. Most critically, as the author of the first English-language book [7] on Friedrich Nietzsche [8], a champion of free speech and of a kind of idiosyncratic aristocratic radicalism, Mencken has been an important influence [9] on the libertarian American Old Right [10] and the emerging North American New Right [11].

new collection [12] of Mencken’s early fiction, The Passing of a Profit and Other Forgotten Stories [13], provides a vital perspective on his vanished world.

Motifs run through these seventeen tales that were developed further in Mencken’s public writings and private diaries. Among the most important: the confrontation between the civilized Western man and the savage. Like his contemporary H. P. Lovecraft [14], Mencken identified what he called the “civilized minority” with Northern Europeans. But it’s not a perfect association—Mencken’s contempt [15] for the socially conservative and rural “Real Americans” [16] of the Sarah Palin mold iswell known [17].

And this collection can hardly be called racist. For example, “The Cook’s Victory” [18] is a hilarious recounting of a black cook winning a pardon from a poaching ship captain who wants to execute him for “mutiny.” His victory comes from the captain’s need for his help as the police approach, slowly gaining more and more concessions, finally winning his freedom just as the captain makes good his escape. In “The Crime of McSwane,” a white soldier fighting in a colonial war [19]loses his rifle and goes mad at the reduction in status, encouraging his comrades to die so he can reclaim his position. Other stories showNorthern Europeans [20] coming out on top of Southern Europeans [21] or non-white “natives,” [22] but often as a result of swindling or fraud—hardly an edifying picture of the “civilizing” power of Western Man.

Still, even in negative stories, there’s a fierce consciousness of status entirely absent from contemporary Europeans. There’s something bracing about tale after tale of laughing and confident British, Germans, and especially Americans casually striding through the Third World like swaggering colossi, changing entire societies on a whim.

In “The Heathen Rage,” a German swindler makes his way to Jamaica [23]and exploits an old royal land grant to a Major Johann von Braun to convince black Jamaicans named “Brown” (which is to say, lots of Jamaicans) that they are entitled [24] to estates. The result is chaos, as the swindler gets more and more legal fees and donations from his prey while feeding them pseudo-legal claptrap about the Magna Carta. [25]Eventually, the minor insurrection is put down, but the German escapes with the cash.

In “The Defeat of Alfonso,” in contrast, two American dentists who have set up shop in Ecuador easily outwit a “Castilian” competitor who tries to rob them. They send him scurrying off like a child, after a kick from a “shoe that bore the imprint of a manufacturer [26] in Jonesville, Connecticut.”

Two other Americans who have set up a theater in the Antilles are able to defeat an honor-conscious “Señor” through sheer daring, chasing him down in the dark of night. However, even another “Señor” represents a higher order of civilization than the “fifty colored gentlemen” in “A Double Rebellion.” Mencken notes wryly that “the dark skinned Anglo-Jamaican [27], be it known, reckons no further in the future than the morrow [28].” Following a mutiny, the Mexican pilot of the ship is forced into steering the ship, but manages to create such a disruptive voyage that the mutineers leap off the ship in terror, screaming prayers to their pagan gods.

Sometimes, the Other thinks that Western men behave the same way, as in “Hurra Lal, Peacemaker.” A doomed native rebellion ends without bloodshed when an Indian living in Jamaica [29], who has observed Her Majesty’s pith-helmeted legions, [30] appeases them by screaming “God Save the Queen” [31] as if it were a magic formula, not really knowing what it means. The appeal has its intended effect: the grinning white officers show mercy to the defeated.

In each case, we are presented with a mirror image of the micro-racial politics of today, with Western men confronting the Other without fear [32] or guilt [33].

However, what is most remarkable for immigration patriots is the attitude of Americans towards their government as they have their lurid adventures abroad [34]. In every story, citizens of the Republic (even scoundrels) are confident that there is a strong government [35] that has their back and will ensure their rights are not violated by foreigners. [36]

In “The King and Tommy Crips,” which no parent can read without grinning, a patriotic little boy (are there any now?) is abroad with his father in one of the lesser German kingdoms. Heartbroken at missing the Fourth of July while stuck in a snooty European city where no-one speaks “real English” or follows baseball, the boy resolves to have his own celebration. He throws some firecrackers during a parade for the king. This is interpreted as an assassination attempt by anarchists [37].

The king is amused when he finds out the truth, and the boy is ashamed of his disruption. But his innocent warnings to the king after being threatened with jail show that, a century ago, even a child knew what it meant to have a country:

“Did you ever see the battleship Oregon [38]? . . . she goes around helping Americans. If one of them is robbed or gets into jail in a foreign country, she comes along and gets him out. The government keeps her for that.”

In the eponymous “The Passing of a Profit,” two feuding American gamblers detained in Mexico confidently expect freedom and swift punishment for the Mexican government once the American consul arrives. However, in a twist, the consul turns out to be a naturalized Mexican [39]—an early example of a Raul Grijalva, [40]who holds a US passport but is indifferent towards his supposed country. He still secures their release, but only after a bribe. The chastened Americans realize they would have escaped with earnings intact if they had shown a united front. They shake hands and conclude “In unity there is strength.”

Even when the U.S. government is not directly involved, Americans abroad know that they represented a real people. In “Firing & a Watering,” American miners are accosted by a band of would-be Central American revolutionaries who demand their surrender. Instead, the expatriates raise the Stars & Stripes in defiance, inform their “dago friends” that they’ve booby-trapped the river, and eventually use a high-powered hose to defeat los insurrectos in humiliating fashion. Government forces arrive to take credit for the victory and the triumphant Americans laugh good-naturedly. In the “Star Spangled Banner,” a French singer tries to put one over on Americano workers in Latin America by singing insulting Spanish lyrics to the national anthem.  [41]Of course, at least some of the Yankees know Spanis [42]h and chase him through the jungle for ten miles seeking vengeance.

The Passing of a Profit and Other Forgotten Stories is more than a new side of H.L. Mencken: It shows cultural assumptions dramatically different than those of today. What James Burnham [43] called the Suicide Of The West [44] now plays out in conversations and business dealings of ordinary people.

Today, Western men will strip to their underwear [45] at the behest ofnonwhite rioters in London [46]. An American imprisoned abroad [47], even aUnited States Marine [48], knows that his government is essentiallyindifferent [49] to his fate [50]. Rather than defending its citizens, the American government will sue them on behalf of foreign governments [51] or even arrest them to spare the feelings of the Third World. [52] The Stars & Stripes symbolizes a government actively hostile to the people who built the country.

Mencken’s fiction is valuable not just because it’s an enjoyable way to spend an afternoon with one of America’s greatest writers. It’s a way of showing individual people why they should care about the larger issues.

Shifting demographics and metapolitics aren’t just about the political direction of the country—it’s about how we have to live our lives every day.

Source: http://www.vdare.com/articles/of-mencken-and-micropolitics [53]

 


Article printed from Counter-Currents Publishing: http://www.counter-currents.com

URL to article: http://www.counter-currents.com/2013/01/of-mencken-micropolitics/

URLs in this post:

[1] Image: http://www.counter-currents.com/wp-content/uploads/2012/04/MenckenCoverSm.jpg

[2] The: http://en.wikipedia.org/wiki/American_mercury

[3] available online: http://www.unz.org/Pub/AmMercury

[4] Ron Unz: https://www.google.com/search?hl=en&q=site%3Avdare.com+Ron+Unz).+

[5] viewed the way they speak: http://www.bartleby.com/185/

[6] The American Language: http://www.amazon.com/American-Language-H-L-Mencken/dp/0394400755/?_encoding=UTF8&camp=1789&creative=9325&linkCode=ur2&tag=vd0b-20

[7] first English-language book: http://www.seesharppress.com/nietzscheintro.html

[8] Friedrich Nietzsche: http://www.vdare.com/articles/jews-leftists-immigration-my-journey-to-nietzsche-some-responses-to-readers

[9] an important influence: http://hlmenckenclub.org/

[10] libertarian American Old Right: http://www.lewrockwell.com/rothbard/rothbard19.html

[11] North American New Right: http://www.vdare.com/posts/peter-brimelow-video-from-the-mencken-club

[12] new collection: http://www.forgottenstoriespress.com/

[13] Image: http://www.counter-currents.com/the-passing-of-a-profit/

[14] H. P. Lovecraft: http://en.wikipedia.org/wiki/H._P._Lovecraft#Race.2C_ethnicity.2C_and_class

[15] contempt: http://reason.com/archives/2003/02/01/scourge-of-the-booboisie

[16] “Real Americans”: http://books.google.com/books?id=fi-SeqbAVAcC&pg=PA8&dq=%E2%80%9CReal+Americans%E2%80%9D&hl=en&sa=X&ei=ADj_UPXBDorNrQHNl4GADA&ved=0CD4Q6AEwAw#v=onepage&q=%E2%80%9CReal%20Americans%E2%80%9D&f=false

[17] well known: http://writing2.richmond.edu/jessid/eng423/restricted/mencken.pdf

[18] The Cook’s Victory”: http://books.google.ca/books?id=C4DrOAFEVFUC&pg=PA307&lpg=PA307&dq=%22The+Cook%27s+Victory%E2%80%9D&source=bl&ots=kxAhD_uehs&sig=jCEiQkGLIv3NsR6HfGZDi8qY6ZY&hl=en&sa=X&ei=hUT_UMmSIuag2gXi8YHoBA&redir_esc=y#v=onepage&q=%22The%20Cook

[19] a colonial war: http://www.vdare.com/articles/a-bright-shining-lie-john-paul-vann-and-america-in-vietnam

[20] Northern Europeans: http://www.vdare.com/articles/john-harvey-s-race-and-equality-the-standard-social-science-model-is-w-r-o-n-g

[21] Southern Europeans: http://www.vdare.com/articles/iq-and-the-wealth-of-nations-richard-lynn-replies-to-ron-unz

[22] “natives,”: http://www.vdare.com/articles/the-fulford-file-christophobia-the-prejudice-that-barely-has-a-name

[23] Jamaica: http://books.google.ca/books?id=pXrZAAAAMAAJ&q=%E2%80%9CThe+Heathen+Rage,%E2%80%9D+mencken&dq=%E2%80%9CThe+Heathen+Rage,%E2%80%9D+mencken&hl=en&sa=X&ei=bUb_UMmxOuPS2AWT5ICgDA&redir_esc=y

[24] entitled: http://www.snopes.com/business/taxes/blacktax.asp

[25] Magna Carta.: http://cybercynic.wordpress.com/2011/08/03/magna-carta-no-longer-law/

[26] manufacturer: http://articles.businessinsider.com/2011-07-29/news/30017716_1_shoes-tariff-factory

[27] Anglo-Jamaican: http://www.vdare.com/letters/a-reader-remembers-the-immigrant-who-killed-43-people-by-deliberately-crashing-psa-flight-17

[28] no further in the future than the morrow: http://www.halfsigma.com/2006/05/is_future_time_.html

[29] Indian living in Jamaica: http://jamaica-gleaner.com/pages/history/story0057.htm

[30] pith-helmeted legions,: http://www.johnderbyshire.com/Readings/dannydeever.html

[31] “God Save the Queen”: http://www.royal.gov.uk/MonarchUK/Symbols/NationalAnthem.aspx

[32] fear: http://www.vdare.com/articles/hey-we-could-use-this-racism-detector

[33] guilt: http://www.vdare.com/articles/white-guilt-obamania-and-the-reality-of-race

[34] abroad: http://www.vdare.com/articles/teddy-bear-jihad-religion-of-peace-showing-the-love?page=11

[35] strong government: http://en.wikipedia.org/wiki/Great_White_Fleet

[36] rights are not violated by foreigners.: http://www.americanheritage.com/content/%E2%80%9Cperdicaris-alive-or-raisuli-dead%E2%80%9D

[37] anarchists: http://www.vdare.com/articles/why-no-ashcroft-raids

[38] battleship Oregon: http://www.spanamwar.com/oregon.htm

[39] naturalized Mexican: http://www.vdare.com/articles/memo-from-mexico-by-allan-wall-13

[40] Raul Grijalva,: https://www.google.com/search?hl=en&q=site%3Avdare.com+Raul+Grivalja%2C#hl=en&safe=off&tbo=d&spell=1&q=site:vdare.com+Raul+Grijalva,&sa=X&psj=1&ei=YEv_ULGTL-Lo2AWYy4CoAw&ved=0CDEQBSgA&bav=on.2,or.r_gc.r_pw.r_cp.r_qf.&bvm=bv.41248874,d.b2I&fp=2133deba519e1b

[41] insulting Spanish lyrics to the national anthem. : http://www.vdare.com/posts/star-spangled-spanglish

[42] some of the Yankees know Spanis: http://www.vdare.com/articles/the-fulford-file-by-james-fulford-15

[43] James Burnham: http://www.vdare.com/articles/james-burnham-the-new-class-and-the-nation-state

[44] Suicide Of The West: http://www.amazon.com/Suicide-West-Meaning-Destiny-Liberalism/dp/145511751X/?_encoding=UTF8&camp=1789&creative=9325&linkCode=ur2&tag=vd0b-20

[45] strip to their underwear: http://stuffblackpeopledontlike.blogspot.com/2011/08/two-photos-that-show-sickness-of-dwl.html

[46] nonwhite rioters in London: http://www.vdare.com/posts/who-is-rioting-in-england-estimate-60-black-35-white-5-south-asian

[47] American imprisoned abroad: http://news.blogs.cnn.com/2011/09/21/more-cases-of-american-detainees-jailed-abroad/

[48] United States Marine: http://www.foxnews.com/world/2012/12/17/gun-that-landed-marine-jon-hammar-in-mexican-prison-was-legal-says-veteran/

[49] indifferent: http://townhall.com/tipsheet/katiepavlich/2012/12/14/marine-held-in-mexican-prison-state-department-does-nothing-n1467038

[50] fate: http://www.cbsnews.com/8301-202_162-57560485/mexico-frees-ex-marine-jailed-for-bringing-in-gun/

[51] on behalf of foreign governments: http://www.vdare.com/articles/there-s-no-american-foreign-policy-because-there-s-no-america

[52] the feelings of the Third World.: http://www.vdare.com/posts/mohammed-filmmaker-sentenced-to-silence-in-the-slammer

[53] http://www.vdare.com/articles/of-mencken-and-micropolitics: http://www.vdare.com/articles/of-mencken-and-micropolitics

Europe : Les jeunes générations sont-elles perdues ?

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Europe : Les jeunes générations sont-elles perdues ?

 

A chaque crise sérieuse, on se lamente sur le sort des jeunes qui ne trouvent pas de travail et que l’on qualifie de “génération perdue”. Mais de telles générations, il y en a eu d’autres dans l’histoire et à chaque fois, elles s’en sont sorties, écrit , un chroniqueur polonais.

Ils devaient être notre espérance, mais ils sont devenus un fardeau. Plus de 400.000 jeunes Polonais sont sans emploi. Et peu en parlent autrement que sous le terme de “génération perdue”. Le fléau concerne l’ensemble du continent européen, mais demeure particulièrement grave dans le Sud.

Selon les données d’Eurostat, publiées en octobre, le taux de chômage des moins de 25 ans atteint 27,8 % en Pologne, contre 55,9% en Espagne, 57% en Grèce et 36,5% en Italie. Même dans un pays aussi riche que la France, un jeune sur quatre est sans emploi.

Des statistiques biaisées

De telles statistiques impressionnent, mais elles prêtent aussi à confusion. Elles ne prennent en compte que ceux qui travaillent ou ne travaillent pas, laissant ainsi de côté tous ceux qui étudient, font des stages professionnels, voyagent, ou ne travaillent pas par choix. De ce point de vue, le concept NEET, mis en place par l’Organisation mondiale du travail, paraît mieux adapté pour mesurer le phénomène du chômage de jeunes.

Quand on quantifie les personnes qui ne travaillent pas, n’étudient pas et ne sont pas en formation (No Employment, Education, Training – NEET), il s’avère qu’elles représentent 15,5 % des Polonais âgés de 15 à 29 ans. Bien sûr, c’est toujours trop (une augmentation de 22 % depuis le début de la crise), mais ce n’est plus qu’une personne sur six, et non plus une sur deux, qui se retrouve réellement “sans perspectives”.

Comment parler d’une génération perdue, quand cinq jeunes sur six suivent un parcours sensé ? Ce n’est guère différent dans le reste de l’Europe. Le taux de NEET est de 23 % en Grèce et de 21% en Espagne. Et dans des pays comme les Pays-Bas et l’Autriche, il tombe à 5-8 % seulement.

Jeunes, sans emploi mais pas sans avenir

Paradoxalement, une telle proportion de jeunes parmi les chômeurs peut être source d’espoir. L’exemple de l’Espagne est très éloquent à cet égard. L’explosion du chômage dans ce pays résulte moins de la récession que de la réforme du marché du travail menée par le Premier ministre Mariano Rajoy.

“Grâce aux mesures mises en oeuvre, les employeurs peuvent licencier bien plus facilement, mais quand la conjecture est plus favorable, ils n’hésiteront pas à réemployer”, estime Jorge Nunez du CEPS (Centre for European Polcy Studies) à Bruxelles. Avant les réformes de Rajoy, les sociétés espagnoles devaient négocier les changements dans les contrats de travail avec les syndicats de branche, et non au niveau des entreprises.

En dépit de cette réglementation stricte, héritée de l’époque de Franco, une fois la prospérité retrouvée, les entrepreneurs espagnols ont repris systématiquement le risque de recruter de nouveaux employés. Après l’adhésion à l’UE en 1986, le taux de chômage chez les jeunes a été divisé par deux en trois ans, en tombant à 18 %. Les jeunes Espagnols sortiront-ils cette fois la tête de l’eau aussi rapidement ?

Zsolt Darvas, de l’Institut Bruegel, à Bruxelles, explique : “Une chose est sûre, il s’agit de la génération la mieux formée dans l’histoire de ce pays. Grâce aux réformes de Monsieur Rajoy, l’économie espagnole a rapidement gagné en compétitivité : le commerce extérieur du pays enregistrait, il y a encore 5 ans, un déficit de 11 % du PIB. Depuis, il connaît un excédent commercial équivalant à 2 % du PIB”.

Un choc salutaire

La Pologne est dans une situation comparable. Notre pays a déjà connu deux vagues de “ générations perdues” en 1992/1993 et 2002/2003, et en vit une troisième à l’heure qu’il est. Même en s’appuyant sur les statistiques pessimistes du GUS (Office centrale de statistiques), on s’aperçoit que le chômage touche aujourd’hui deux fois moins de jeunes Polonais de moins de 25 ans qu’en 1995. Le niveau de formation est un autre atout de l’actuelle “génération perdue”. La Pologne a aujourd’hui cinq fois plus d’étudiants qu’en 1990, et le pourcentage d’actifs diplômés de l’enseignement supérieur est aujourd’hui 2,5 fois supérieur.

Les périodes de crise ont toujours été pour la Pologne un temps de restructuration profonde de son économie. Depuis 2008, la productivité de notre travail a augmenté de 20%. Le développement d’industries et de services innovants, telles que l’électronique de pointe, les recherches moléculaires ou la production de composants automobiles de haute qualité, attirent les grandes entreprises qui délocalisent leur production du Sud vers l’Est de l’Europe, et notamment la Pologne.

On pourrait dire qu’un taux de chômage élevé est en quelque sorte le prix à payer pour améliorer la compétitivité polonaise, gage d’une supériorité durable sur ses rivaux dans les années à venir. En attendant, selon les données d’Eurostat, notre productivité – plus de deux fois inférieure à celle de l’Allemagne – n’a atteint l’année dernière que 57 % de la moyenne européenne.

Le modèle allemand

L’Allemagne reste clairement un exemple de l’impact efficace des réformes du marché de travail sur l’amélioration des perspectives d’emploi des jeunes. Le chômage y est à son plus bas niveau depuis la réunification du pays : non seulement le chômage des jeunes (12 %), mais également celui de l’ensemble de la population (5,4 %), et l’on se dirige progressivement vers le plein emploi. Pourtant, il y a dix ans, avant les réformes de Gerhard Schröder, l’Allemagne était considérée comme “l’homme malade de l’Europe” en termes de marché du travail.

“Nous devrions tout d’abord nous inspirer du système de formation professionnelle allemande. Les perspectives des jeunes dépendent en partie d’eux-mêmes et de leur capacité à adapter leurs projets à la réalité du marché”, explique Katinka Barysch du Center for European Reform, basé à Londres.

De nombreux signes laissent espérer aux jeunes Polonais et Européens que le pire est derrière eux. Même si l’année 2012 s’est achevée dans le marasme économique, l’UE a évité le pire : la désintégration de la zone euro et l’effondrement de l’Union. Aussi peu croyable que cela semble aujourd’hui, dans deux ou trois ans, ce sont bien de jeunes actifs extrêmement compétents qui pourront dicter leurs conditions d’emploi aux employeurs, et non l’inverse.

Press Europ

Plaidoyer pour une Europe puissance

Plaidoyer pour une Europe puissance

Il faut dissoudre l'OTAN


Contre-amiral François Jourdier
Ex: http://metamag.fr/
 
L’Alliance Atlantique et son bras armé l’Organisation du Traité de l’Atlantique Nord, l’Otan, datent de la fin de la deuxième guerre mondiale. Elles avaient été créées pour assurer la sécurité de l’Occident devant la menace que constituait l’Union Soviétique. Depuis l’Union Soviétique a disparu, la Russie ne constitue pas une menace et devrait intégrer à terme l’Europe, même si elle ne fait pas partie de l’Union Européenne et pourtant l’Otan existe toujours.
 
 
L’Europe et la France ont elles intérêt à son maintien ? N’empêche-t-il pas la constitution d’une défense européenne digne de ce nom, et n’entraine-t-il pas l’Europe et la France dans des interventions extérieures où elles n’ont pas d’intérêt ?
 
L’Alliance Atlantique
 
Alliance défensive, l’Alliance Atlantique a été fondée par le traité de l’Atlantique Nord à Washington, le 4 avril 1949. Créée pour développer la capacité de résister à toute attaque armée, elle s’est également fixée une mission complémentaire de prévention et de gestion des crises qui peuvent porter atteinte à la sécurité européenne. Elle a théoriquement pour objectif de sauvegarder la liberté, l’héritage commun et une civilisation qui déclare se fonder sur les principes de la démocratie, de la liberté individuelle et de l’état de droit comme le stipule son préambule repris de la Charte des Nations-unies.
 
 
L’article 5 du traité sur la solidarité entre ses membres en cas d’agression, en est le point primordial. Le traité va finalement être l’élément qui soudera réellement le bloc occidental derrière les États-Unis, installant peu à peu une hégémonie américaine et une vassalisation de l’Europe. L’Alliance Atlantique rassemble vingt-huit nations raccordant l’Europe de l’Ouest à l’Europe de l’Est. Elle dispose d’une organisation militaire intégrée sous commandement américain.
 
 
Le Sommet du Cinquantenaire de l’Organisation qui s’est tenu à Washington du 23 au 25 avril 1999 a débattu, entre autres, de la transformation de l’Otan dans le nouveau contexte géopolitique de l’après-guerre froide, un débat centré en Europe sur la nature des relations entre l’Union et l’Alliance atlantique. La guerre du Kosovo menée alors, au même moment, a symbolisé le triomphe de la conception anglo-américaine : d’alliance défensive, l’Organisation tend à devenir l’instrument d’interventions offensives et l’Union européenne s’est placée sous sa tutelle.
 
L’organisation militaire intégrée.
 
L’alliance ayant pour but de protéger l’Europe d’une attaque du bloc soviétique, les européens furent heureux de bénéficier du parapluie américain. Ils l’ont instamment réclamé à l’origine. L’organisation militaire fut donc dominée par l’Amérique qui en exerça les principaux commandements.
 
Voulant secouer la tutelle américaine et garder l’indépendance de décision, le général de Gaulle décida de constituer une force nucléaire autonome et de quitter le commandement militaire intégré de l’Otan. Le siège de l’Otan quitta Paris pour Bruxelles en 1966 et toutes les infrastructures étrangères quittèrent la France. Celle-ci ne quitta pas pour autant l’Alliance Atlantique et des accords prévoyaient la réintégration des forces armées françaises en cas de conflit ouvert entre les deux blocs. Elle maintint des forces en République fédérale d’Allemagne (RFA). Déjà en 1962, au moment de la crise de Cuba, la France avait montré sa solidarité avec l’Alliance. De fait les forces françaises continuèrent à s’entrainer avec les forces de l’Otan et à s’aligner sur leurs normes, c’est à dire les normes américaines.
 
Après la chute du mur, à quoi sert l'OTAN ?
 
Après la chute du mur et la disparition de la menace soviétique, la France participa pour la première fois à une opération de l’Otan dans les Balkans. C’était le début d’une réorientation de l’Otan qui avait perdu son ennemi naturel. Les attentats du 11 septembre lui ont offert un nouveau rôle, la lutte contre le terrorisme. L’islamisme remplace ainsi le communisme comme principale menace du monde libre. En 2009, la France réintègre l’Otan.
 
L’OTAN ne sert pas les intérêts de la France et de l’Europe.
 
La chute du mur de Berlin le 9 novembre 1989, est la date symbolique de la fin de la guerre froide et marque la victoire sans combat de l’Alliance Atlantique sur l’Union Soviétique. La menace ayant disparu on aurait pu penser que l’Alliance, défensive, ou au moins son organisation militaire, allait disparaître. Il n’en a rien été, l’Europe n’ayant pas voulu ou pas pu constituer une défense crédible préféra rester sous le parapluie américain. Certains pays de l’Europe de l’Est, la Hongrie, la Pologne et la République Tchèque choisirent même de la rejoindre, voulant se protéger d’un éventuel retour de la menace russe.
 
D’une alliance défensive contre un ennemi défini, elle devint une alliance politique dont les objectifs furent peu à peu définis par les Etats-Unis qui assuraient, il est vrai, la plus grande part de la charge. Néanmoins, quand on récapitule les interventions militaires auxquelles l’Otan et ses alliés participèrent on peut se demander si elles servaient vraiment les intérêts de l’Europe et singulièrement de la France.
 
En 1990, si l’intervention était bien cautionnée par l’ONU, ce sont les Etats-Unis qui entrainèrent une coalition de 34 états dans la guerre contre l’Irak de Saddam Hussein pour la défense du Koweit. Le principal mobile de cette guerre était la défense des intérêts pétroliers et économiques des Etats-Unis. En 2003 la France refusera de suivre les Etats-Unis dans la guerre qui éliminera Saddam Hussein. Cette guerre durera jusqu’en décembre 2011 jusqu’au retrait du dernier soldat américain, laissant l’Irak dans le désordre et la violence.
 
Dans les Balkans cela commencera avec l’éclatement de la Yougoslavie. D’abord en Bosnie où en 1995, l’Otan intervient contre les milices Serbes au profit des Bosniaques et des Croates. En 1999, avec l’accord implicite des Nations unies, l’Otan attaque la Serbie pour la contraindre à évacuer la Kosovo où la majorité albanaise est en rébellion, les bombardements durent 70 jours et obligent les forces Serbes à quitter le Kosovo. Le Kosovo est maintenant indépendant, mais la situation n’est toujours pas stabilisée et l’Otan y maintient encore des troupes (KFOR).
 

Colin Powell et les armes de destrctions massives de Sadam Hussein !
 
La guerre d’Afghanistan débute en 2001 à la suite des attentats du 11 septembre, dans le but de capturer Oussama Ben Laden, elle est menée par une coalition réunie par l’Otan et à laquelle le France prend part, sous commandement américain. Peu à peu les buts de la guerre changent : on veut établir un gouvernement démocratique et chasser les taliban. La mort de Ben Laden en mai 2011 n’arrête donc pas les combats. Les Américains transfèrent peu à peu la responsabilité du conflit à l’armée afghane en annonçant leur retrait pour 2014. Il est peu probable que l’Afghanistan y gagne le calme et la démocratie.
 

Irak : les dommages collatéraux
 
L’intervention en Libye en 2011, se fit apparemment à l’initiative de la France et de la Grande Bretagne mais fut en fait une intervention de l’Otan : les Etats-Unis assurèrent le succès de l’opération par des frappes initiales détruisant la défense anti aérienne de la Libye et fournissant un soutien en renseignements, en transports aériens, en ravitaillement en vol. Sans les Etats-Unis, quoiqu’on pense par ailleurs du bien-fondé de cette intervention, elle n’aurait pas abouti dans les mêmes conditions. 
La question que l’on peut d’abord se poser, c’est de savoir si ces interventions voulues par les Américains et motivées par la défense de leurs intérêts surtout en Irak et en Afghanistan, ont été d’un quelconque bénéfice pour la France et même pour l’Europe. Elles ont en général abouti à la déstabilisation des zones de conflit et à la propagation d’un l’Islam radical.
 
 
L’intérêt des Etats-Unis se porte de plus en plus vers l’océan Indien et le Pacifique, faut-il les suivre ? En réalité la défense de l’Europe ne passe pas par-là, nous n’allons pas nous battre pour les Spratleys et les Paracels.
 
Remarquons de plus que là où il s’agit de défendre les intérêts de la France, actuellement au Mali, l’Otan ne nous est d’aucune aide. Dans l’océan Indien pour lutter contre la piraterie, l’Europe s’est organisée et a mis sur pied l’opération Atalante à laquelle participe neuf nations européennes, ce qui prouve que, quand on veut on peut.
 
L’OTAN nous impose les choix d’équipements.
 
L’Otan fonctionne aux normes américaines, ce qui revient à dire qu’elle s’aligne sur les méthodes de combat américaines ce qui est toujours couteux et pas forcément efficace.
 
On est étonné quand on a connu les méthodes de combat du temps de Bigeard de voir crapahuter des hommes chargés de quarante kilos d’équipement, ce qui oblige à les véhiculer sur des itinéraires obligés et accroit leur vulnérabilité. Mais surtout la conception et les performances de nos matériels sont peu ou prou alignées sur les matériels américains.
 

L'armée de l'air espagnole : des avions US
 
Prenons un exemple évident, le Rafale, un avion dit polyvalent supposé bon pour toutes missions. Il s’agit en fait d’un intercepteur bi-sonique adapté à l’assaut et à l’appui au sol. C’est un excellent avion mais fort cher. Pour quelles missions avons-nous besoin d’un intercepteur bi-sonique ? Sommes-nous menacés par des avions de son niveau ? Il ne semble pas et pour faire la police de l’espace aérien français ou même européen, le Mirage 2000 n’était-il pas bien suffisant. D’ailleurs les Suisses sont sur le point de lui préférer le Gripen suédois, mono-réacteur moins performant mais moins cher.
 
Le Rafale est adapté à l’assaut et à l’appui au sol mais pour ces missions, il n’est nul besoin, bien au contraire, d’un avion bi-sonique si cher qu’on n’ose pas le risquer à basse altitude. Il aurait fallu développer un avion rustique, d’une grande autonomie et capable de grande capacité d’emport en armes, en quelque sorte un successeur de l’A-10 Thunderboldt II américain. Le Rafale de Dassault se trouve de plus confronté à l’Eurofighter Typhoon construit par un consortium européen. Les deux avions européens sont en concurrence, à ce jour Dassault n’a vendu aucun appareil hors de France, le Typhoon étant retenu par l’Autriche et l’Arabie Saoudite.
 
On constate de plus que la tendance mondiale, y compris en Europe, est d’acheter, pour des raisons souvent politiques, le matériel américain, en l’occurrence le F-35 encore en développement et dont le prix ne cesse d’augmenter. Parmi les acheteurs du F-35 on trouve même des pays européens développant le Typhoon.
 
Il est donc inutile de vouloir concurrencer un matériel américain fabriqué à des milliers d’exemplaires et qui devient la norme. Mieux vaudrait concevoir à l’échelle de l’Europe des matériels correspondant à nos besoins réels sans chercher à s’aligner sur les Etats Unis. Ajoutons que le Rafale, excellent avion qu’on n’arrive pas à vendre, est une lourde charge dans le budget des armées.

Organiser la défense européenne.
 
Tant qu’il n’y aura pas d’union politique, totale ou partielle, l’organisation d’une défense européenne intégrée n’est pas envisageable. Si l’Otan est dissous il faudra cependant organiser au moindre coût la défense des différentes nations et faire ensemble ce qui peut l’être, en ne comptant plus sur le soutien américain.
 
Chars Leclerc : en vente bientôt sur e-bay ?
 
Certaines tâches communes peuvent être assumées dès maintenant par l ‘ensemble de l’Union si elles ne dépendent pas de choix politiques, pensons en particulier à la police de l’espace aérien européen qui devrait être organisée globalement sans tenir compte des frontières en regroupant les moyens actuellement dispersés. Cette défense serait centralisée aussi bien pour la surveillance et la police du ciel européen que la gestion des moyens qui lui sont affectés, installations de détection, avions. Déjà la police du ciel des Etats Baltes est assurée par les autres pays.
 
Il pourrait en être de même pour la surveillance des frontières maritimes où les marines de l’Union seraient compétentes dans l’ensemble des eaux territoriales. Cela nécessiterait évidemment une unification des procédures et une compatibilité des moyens de détection et de transmissions. L’opération Atalante qui regroupe un certain nombre de bateaux de l’Union pour la lutte contre la piraterie montre que, nécessité faisant loi, les moyens de plusieurs pays européens peuvent être mis en commun efficacement.
 
Airbus A400M
 
L’Europe constitue un marché important pour l’industrie de l’armement. Des exemples comme la concurrence actuelle sur le marché de l’avion multi-rôle qui finalement profite à l’industrie américaine ne devraient pas être. Cela nécessiterait la constitution d’une véritable Agence Européenne de l’Armement capable de définir les spécifications des matériels adaptés aux besoins des armées européennes, de faire des appels d’offre et de passer des marchés. Bien entendu il faudrait qu’elle se dégage de l’influence américaine et choisisse les matériels les mieux adaptés à nos besoins dans une perspective d’efficacité mais aussi d’économie. L’échec de la fusion EADS-BAE, ne va pas dans ce sens.
 
La mise en commun pourrait s’étendre à de nombreux domaines : le transport aérien avec des appareils standardisés, gérés et entretenus en commun même si chacun reste la propriété d’un seul Etat, avec les procédures de location ou de compensations nécessaires, le ravitaillement en vol, les avions de patrouille maritime ou de guet aérien, la guerre des mines.
 
Les satellites de transmission et de surveillance seraient bien entendu mutualisés, chacun ayant accès à leurs moyens selon des procédures à définir. Mais la mise en commun pourrait être étendue à d’autres domaines : achat de munitions et de combustibles et gestion des stocks, formation, entrainement, y compris pour l’utilisation des camps d’entrainement, des simulateurs, des champs de tir et des centres d’essais.
 
Cela nécessiterait bien entendu la mise en place de structures qu’il faudrait définir les plus légères possibles et l’existence d’un état-major opérationnel commun permanent capable de gérer des interventions impliquant plusieurs pays. La dissolution de l’Otan et de ses structures surabondantes permettrait de récupérer, et au-delà, le personnel nécessaire. Ainsi, petit à petit, les militaires des différents pays de l’Union apprendraient à travailler ensemble sans la tutelle américaine.

Les Etats-Unis se désengagent de l’Europe.
 
Comme le dit le général Jean Cot dans le numéro de mai de la RDN "Il est scandaleux que les gouvernements des vingt-sept pays européens et les plus grands dont le nôtre, puissent s’en remettre pour leur défense, au travers de l’Otan, à une puissance extérieure", d’autant que les Etats-Unis sont en train de réorienter leur défense vers l’Asie et le Pacifique, l’Europe n’étant absolument plus prioritaire.
 
L’Otan nous a déjà entrainés dans des interventions où nous n’avions rien à gagner comme la Serbie, l’Irak et encore l’Afghanistan. Quand nous avons jugé bon d’intervenir en Libye nous n’avons pu le faire qu’avec l’aide des Etats Unis. Pour la Syrie même avec l’Otan, nous serions bien incapables d’y agir. Quant au Mali, où nous avons des intérêts à défendre contre la conquête du Nord-Mali par des islamistes radicaux, nous en sommes à rechercher le soutien de pays européens, d’ailleurs pas intéressés, les Américains et l’Otan ne nous suivront pas.
 
Nous avons donc perdu toute indépendance de décision.
 
Pourquoi donc rester dans l’Otan, nous risquons d’être entrainés dans des conflits, où nous et les Européens n’avons rien à gagner notamment en Iran et peut être plus tard en Asie. Irons-nous nous battre pour les archipels de la mer de Chine sous lesquels il y a peut-être du pétrole alors que nous sommes incapables d’assurer la garde de nos Zones économiques exclusives ? Veut-on vraiment financer le bouclier antimissile américain, alors que nous finançons déjà notre dissuasion ?
 

La place de la Russie est maintenant dans le concert européen
 
La dissolution de l’Otan mettrait l’Europe devant ses responsabilités, la nécessité de constituer une défense crédible, avec un niveau plus ou moins grand d’intégration.
 
Il faut commencer par mettre en commun tout ce que l’on peut sans perdre son autonomie de décision puis, peut-être, aller vers des regroupements industriels ou nationaux. Mais tant que l’Otan existera, rien ne se passera et l’Europe restera une vassale des Etats Unis.
 
Dernier argument géopolitique, la Russie considère l’Otan comme une menace, sa dissolution permettrait un rapprochement avec ce pays dont la place est maintenant dans le concert européen tant nous avons d’intérêts, économiques et politiques communs.
 
Article publié dans la Revue Défense nationale, le 2 novembre 2012)

Sezession: Heft 52

Sezession: Heft 52, Februar 2013

heft52 gross Aktuelle Druckausgabe (10 €): Heft 52, Februar 2013 Editorial

Bild und Text

Wo ich ganz bei mir selbst bin
Heino Bosselmann

Thema

Wir selbst – anthropologisch
Andreas Vonderach

Wir selbst – magnetisch
Götz Kubitschek

Schriftsteller, Partisan, Rebell
Richard Millet

Über Richard Millet
Benedikt Kaiser

20 Jahre »Anschwellender Bocksgesang«
Karlheinz Weißmann

Der goldene Käfig der Kunst
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Anschlußfähigkeit, Mimikry, Provokation
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