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mardi, 19 mars 2019

Hommage à Guillaume Faye - sa bibliographie commentée

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Hommage à Guillaume Faye - sa bibliographie commentée

par Thomas Ferrier
 
Hommage à Guillaume Faye, penseur de l'Europe authentique, mort le 6 mars 2019.
 

lundi, 18 mars 2019

Guillaume Faye, Chevalier FAOUET : Evocation avec Yann-Bêr Tillenon

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Guillaume Faye, Chevalier FAOUET :

Evocation avec Yann-Bêr Tillenon

Guillaume Faye, un génie métamorphique qui nous quitte à 69 ans, dans cette année moins "érotique" que "thanatique"... Apollon et Dionysos ont tenu Guillaume entre leurs deux Feux sacrés, ainsi fut-il habité en cette vie par l'Ivresse et la Lumière, par la tension tragique de la création... Et c'est sous la protection d'Arès que se désincarne le guerrier Faye en ce mois de Mars... pour se ressourcer au Champ d'Honneur des Héros de la Grande Europe... Awen !
 

dimanche, 17 mars 2019

La scomparsa di Guillaume Faye Un romantico della politica

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La scomparsa di Guillaume Faye
Un romantico della politica

Carlo Gambescia

Ex: https://carlogambesciametapoliticspuntozero.blogspot.com

Il sette marzo è morto Guillaume Faye (nella foto). Avrebbe compiuto settant’anni il prossimo novembre. Era da tempo malato. Tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso rappresentò l’ anima volontarista, romantica, della Nouvelle Droite: se si ci si passa la metafora sacrilega, Faye incarnò l’attivismo dei primi ordini mendicanti, mentre Alain de Benoist, ne era l’anima benedettina, dedita esclusivamente allo studio e al lavoro culturale.


Infatti, inevitabilmente, a un certo punto le due anime si separarono. Senza, crediamo, perdere la stima reciproca, come del resto testimonia una lunga intervista, vingt ans après (per dirla con Dumas padre) a “Éléments”, dove Faye confessò, tra le tante cose interessanti, amichevoli e simpatiche raccontate, di essersi dedicato, a tempo perso, anche alla frequentazione dei set dei film pornografici. Agli amanti del genere, il compito di recuperarne i preziosi fotogrammi.


Quella che può sembrare una battuta, evidenzia invece bene, ciò che può essere definito il lato dannunziano di Faye, romantico, politicamente romantico, tutto genio e sregolatezza.
Genio, perché in opere come Le système à tuer les peuples (1981) e La Nsc: Nouvelle société de https://consumation (1984) tradusse, non senza un brillantissimo tocco personale, ad uso e consumo dell’estrema destra, in larghissima parte sociologicamente illetterata, il complicato e raffinato lessico sociale della Scuola di Francoforte e della microfisica strutturalista del potere di Foucault, che lui, Faye, con robusta formazione da scienziato sociale, conosceva a memoria.

Sregolatezza, perché, da romantico politico, Faye non comprese mai i tempi lunghi della politica, che invece un suo caro amico italiano, trasferitosi in Francia, Giorgio Locchi, ben conosceva, mettendolo in guardia. Di qui, quel suo romantico gravitare, rimproveratogli, crediamo, anche dal Benedettino Parigino (via Tours), negli ambiti delle sregolatezze della politica politicante. Un voto francescano di rinuncia cognitiva, quello di Faye, frutto di un volontarismo, forse caratteriale, e di una incomprensibile incomprensione, nonostante la sua formazione sociologica, delle durezze selettive della politica: un mondo in cui, di regola, gli amici diventano nemici e gli amici nemici, secondo il rapsodico, ma ferreo, gioco degli interessi, dei poteri e dei carismi rivali, veri o falsi che siano.


Il che spiega, per contro, perché Alain de Benoist, da buon benedettino delle idee, e profondo conoscitore delle regolarità metapolitiche, abbia, sempre preferito, e giustamente, l' ora et labora. E perciò di tenersi alla larga dall'influsso venefico dell'occasionalismo, come adesione, occasionale, alle cause politiche più diverse, pur di poter cambiare la realtà.


Per inciso, sarebbe interessante, se esistesse, studiare la corrispondenza tra i due maggiori intellettuali della Nuova destra franco-italiana dopo Alain de Benoist: Locchi e Faye. Ma sarebbe interessante indagare - altro inciso nell' inciso - anche i rapporti intellettuali, tra Faye e Robert Steuckers, altro nomade d'ingegno della Nouvelle Droite, ramo dinastico franco-belga. Ovviamente, anche la non breve sinergia Faye-De Benoist è tutta da ricostruire. E capire ( e gustare) nelle sue sfumature.


Sregolatezza intellettuale, dicevamo, che si evince, sul piano cognitivo, anche da un libro come Archéofuturisme (1998), dove l' approccio strutturalista di Faye, insomma da sociologo, fa a pugni con la sua sensibilità da individualista romantico della politica. Infatti, il lavoro, a un certo punto slitta, per assumere, tecnicamente parlando, la forma del romanzo utopico in chiave sovrumanista. Poesia contro prosa sociologica. versi contro concetti, materiali tellurici, forse, da dissidenti della ragione.


Il mix di futurismo e tradizionalismo, che innerva il pensiero di Faye, a un tempo sociologico e post-sociologico, non è altro che la perfetta incarnazione, quasi da manuale, di quel romanticismo politico, come insegnava Carl Schmitt, che conduce inevitabilmente all' occasionalismo. Infatti, Faye, autore di un trentina libri, spazia dal terzomondismo, al protezionismo economico, dall’eurasismo, seppure riveduto e corretto, fino allo spezzare una lancia in favore di Israele e del Giudaismo in chiave anti-islamica. Tutto e il contrario di tutto.


Provocando così inevitabili soprassalti culturali nei suoi lettori, prevalentemente di estrema destra. I quali però, imbevuti dello stesso romanticismo politico, ma di regola, di gran lunga culturalmente inferiori, tendono tuttora a scorgere in Faye, senza avvedersi dei problemi di scala cognitiva ed euristica, una specie di reincarnazione del filosofo Nietzsche. Che però, detto per inciso, non aveva mai studiato sociologia. E che quindi non era a conoscenza come Faye, degli inesorabili rotismi della macchina sociale. Un aspetto, quello dei determinismi sociali, che resta tra i più interessanti dell'opera di Faye, seppure nascosto, se non addirittura sepolto, sotto l'abbondante cenere dell'occasionalismo politico.

Del resto, in Francia, il suo La nouvelle question juive (2007), venne attaccato da un'estrema destra antisemita, "diversamente" occasionalista. Mentre in Italia attende ancora di essere tradotto. Il che, tra l’altro, la dice lunga sull’antisemitismo, oggi mascherato da antisionismo, dell’editoria neofascista. Sotto questo aspetto le frizioni, talvolta cortocircuiti, tra gli stilemi del radicalismo di destra, refrattario alla sociologia, e le intuizioni sociologiche di Faye, come dicevamo, di derivazione strutturalista, andrebbero ricostruite e studiate.


Con Faye, scompare un romantico della politica. Evidentemente, stanco di vagare d’un château l’autre, aggredito dal male, ha preferito chiudere gli occhi, appuntiti e mobilissimi. In cerca di riposo.

Carlo Gambescia

 

samedi, 16 mars 2019

Colloque de RESISTANCE HELVETIQUE Discours de Robert Steuckers

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Genève, 9 mars 2019 – Colloque de RESISTANCE HELVETIQUE

Discours de Robert Steuckers

Mesdames, Mesdemoiselles, Messieurs, chers amis et camarades,

L’Europe, le réveil ou la mort, tel est l’intitulé du colloque d’aujourd’hui. L’Europe est, politiquement parlant, en dormition. Et en dormition profonde, alors que de multiples dangers et menaces se développent et s’amplifient, dangers et menaces qui sont autant de défis.

Il y a le danger démographique, avec une chute vertigineuse des natalités et un remplacement de population à une échelle inouïe. Sur ce sujet, je ne vous apprends rien. Ce danger démographique est assorti d’un basculement dans la multiculturalité qui fait de toutes les sociétés ouest-européennes des sociétés composites donc fragiles et déstabilisées en permanence, ruinant le principe antique, et toujours valable, de la politique selon Aristote : une Cité est d’autant plus harmonieuse et efficace qu’elle est homogène, qu’elle est gérée comme une famille biologique, comme un vaste réseau ethnique, tissé par d’innombrables liens de cousinage. Voilà pour l’idéal aristotélicien. Dans la pratique, en revanche, nous assistons à l’installation de réseaux mafieux diasporiques, favorisés par les regroupements familiaux et par la dissémination subséquente de communautés bien soudées dans quelques grands pôles urbains répartis dans plusieurs pays européens : le monde politique belge est tombé des nues, au cours de ces dernières semaines, en découvrant les ramifications complexes d’un clan araméen-chaldéen de double nationalité, turque au départ, belge à l’arrivée. Ces ramifications partaient du trafic de cocaïne à la constitution d’agences immobilières et de l’implantation de réseaux de bistrots à la vente de passeports, à la location d’automobiles de luxe et à la corruption concussionnaire au sein de la politique politicienne, le tout avec la bénédiction du prêtre de la communauté qui, dans son presbytère, faisait dans le recel de marchandises illicites ou de papiers compromettants.

Ce n’est qu’un exemple parmi beaucoup d’autres et, paradoxe de plus sur la place de Bruxelles, c’est la maison d’édition du parti néo-communiste qui dresse, dans un ouvrage copieux, le bilan historique complet des communautés qui se sont installées dans la capitale belge et européenne ; l’auteur clôture chaque chapitre en décrivant les types de criminalité qu’elles pratiquent chacune. Ce ne sont donc pas les populistes qui le disent mais ceux qui se proclament « antifa ». Nous sommes bel et bien face à l’imposture du vivre-ensemble car tout vivre-ensemble conduit inexorablement à juxtaposer, en une même agglomération urbaine de bonnes dimensions, des réseaux diasporiques d’économies parallèles, des formes nouvelles de criminalité, des trafics illicites et non pas à rassembler, toutes ethnies confondues, les amoureux de Victor Hugo dans les villes françaises ou de Goethe dans les villes allemandes.

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Il y a ensuite le danger du « figement politique », tant sur le plan théorique que sur le plan pratique. Sur le plan théorique, on nous prie, depuis plusieurs décennies, de vénérer un « patriotisme constitutionnel » qui fait fi de toutes les appartenances concrètes dont relevaient, dans les sociétés encore normales, les ressortissants d’un peuple, quel qu’il soit. Tout doit être gommé, effacé des mémoires, chez les autochtones comme chez les allochtones : les traditions, la culture, l’inné ethnique, l’acquis historique, les institutions nées des combats politiques pour ne laisser que des normes abstraites, posées comme immuables, et que l’on ne pourra enfreindre sans risquer les foudres des nouvelles inquisitions. En Allemagne, le politologue Hans Herbert von Arnim vient d’établir un bilan précis de la partitocratie allemande, soit le système qui a éloigné la sphère politicienne (car on ne peut plus parler de sphère politique !) des citoyens, créant une bulle parasitaire qui échappe à toutes les responsabilités réelles, combat tout challengeur potentiel, ruinant ainsi la mobilité démocratique inscrite dans les principes mêmes de toute bonne gouvernance, selon leur propre vulgate, s’entend. Le remède proposé par von Arnim est celui du référendum, que vous connaissez en Suisse pour le pratiquer à intervalles réguliers, et que réclament les Gilets Jaunes en France aujourd’hui. Nous voyons là se dessiner une convergence entre contestataires des désordres établis.

Le référendum a pour vertu politique principale de briser les routines que perpétuent les majorités ou les grandes coalitions qui, généralement, ne résolvent rien et laissent pourrir les problèmes. Le référendum permet de sauter au-delà des clivages gauche/droite ou majorité/opposition, au-delà des projets de lois concoctés par les tenants de diverses idéologies politiciennes, projets généralement loufoques et indécis que la « vox populi » peut alors jeter aux orties en toute légalité. Le résultat d’un référendum équivaut à une décision, à trancher sans tergiversations aucunes. Et, ainsi, à faire avancer la Cité dans un sens bien précis, dépourvu de toute ambigüité.

La partitocratie sans référendum conduit à l’absence de décisions claires en tous domaines. Les régimes qui s’y complaisent ne sont pas politiques mais impolitiques. Leur présence persistante dans la durée indique que la souveraineté n’est pas entre leurs mains mais entre celles d’un hegemon extérieur qui cherche, par ses propres décisions, à leur confisquer tout pouvoir réel sur la marche du monde ou à les plonger durablement dans le marasme.

Jurgen_Habermas.jpgLe danger du « patriotisme constitutionnel », théorisé par le grand gourou du système en Allemagne, Jürgen Habermas, est celui d’un état d’esprit qui vénère la norme, et rien que la norme, et évacue la force, et même et surtout la simple force des choses, écrit le politologue français d’origine libanaise Zaki Laïdi. En évacuant toute force et toute simple force des choses, le patriotisme constitutionnel, cher à Habermas et défendu avec jactance par Daniel Cohn-Bendit et Guy Verhofstadt, est un pur déni du réel, qui place l’Europe dans un état de faiblesse très inquiétant, tout en interdisant les remèdes, d’avance condamnés comme étant les expressions morbides du populisme, nouveau croquemitaine des intellocrates et des médiacrates, au service de la superclasse.

Il y a ensuite le danger américain, danger principal, qui est très divers dans ses manifestations mais dont je ne retiendrai que deux aspects particulièrement pernicieux aujourd’hui : 1) l’espionnage par satellites, patronné par la NSA, dénoncé naguère par Edward Snowden, et 2) l’usage offensif du droit pour torpiller l’élan de firmes étrangères, principalement européennes, à coups d’amendes pharamineuses et de sanctions vexatoires.

A la fin des années 1990, les révélations d’un journaliste écossais, Duncan Campbell, sur le système d’écoute ECHELON ont suscité quelques remous bien vite oubliés, alors que le rapport rédigé par les autorités de l’UE précisait bien que plusieurs entreprises de haute technologie en Europe, principalement en France et en Allemagne, avaient littéralement été pompées et que tout le fruit de leur R&D avait été exploité aux Etats-Unis puis largement commercialisé à un coût très bas puisqu’il n’y avait pas eu d’investissement. En 2013, les révélations du hacker Snowden, tout comme les fuites de Wikileaks diffusées par Assange, ont fait le buzz pendant quelques semaines avant que la pause estivale ne vienne recouvrir d’un pudique silence les rares voix qui s’étaient insurgées contre ces pratiques indignes d’un allié. D’un allié ? Non ! Les Etats-Unis n’ont plus d’alliés depuis la doctrine Clinton, élaborée pendant l’un des mandats de ce président démocrate. Face aux Etats-Unis, selon cette doctrine, il n’y a plus que des « alien audiences » pour lesquelles on ne doit pas entretenir trop de scrupules. Dont acte. L’UE et sa clique dirigeante n’ont pas bougé, n’ont pas élaboré une politique de défense des entreprises européennes. J’espère que l’histoire retiendra cette inactivité préjudiciable comme une haute trahison.

alilaidi-droit.jpgAprès le pompage des données sensibles de nos entreprises les plus performantes, qui se poursuit allègrement, sans rencontrer ni critiques ni résistances, une nouvelle arme a été sortie de la panoplie américaine : le droit. Depuis une dizaine d’années, depuis la crise de 2008, de grandes entreprises européennes subissent les foudres des procureurs du département de la Justice américaine et l’assaut des agences de régulations financières. Elles sont accusées de violer les embargos imposés à Cuba, à la Corée du Nord et surtout à l’Iran. Les amendes qu’on leur inflige montent à des millions voire des milliards de dollars. Tour à tour, Siemens, la banque ABN Amro, Technip, la BNP, Alstom, la Société Générale, etc. ont été dans le collimateur ; ces multinationales européennes figurent au top dix des plus lourdes sanctions imposées par Washington, en attendant d’être rejointes demain par Airbus ou de passer sous pavillon américain, écrit Ali Laïdi, chercheur auprès de l’IRIS et spécialiste des guerres économiques. Cette attaque systématique et continue contre nos entreprises est le résultat de la doctrine Clinton, car, depuis qu’elle a été énoncée, les Etats-Unis n’ont plus d’alliés mais se trouvent face à des « cibles étrangères » qu’il convient de viser et de frapper quand elles risquent de dépasser en ampleur leurs équivalentes américaines ou de développer des technologies supérieures à celles créées par leurs concurrentes d’Outre-Atlantique. Les attentats du 11 septembre 2001 contre les tours jumelles à New York ont servi de prétexte, sous Bush II, pour planétariser des lois qui ne s’adressaient, jusqu’alors, qu’aux entreprises et aux citoyens américains. Les terroristes wahhabites ont bon dos : l’action terroriste spectaculaire qu’on leur attribue a permis de lancer une attaque systématique contre le véritable ennemi européen, dont il faut, par la coercition juridique, vassaliser les meilleures entreprises, surtout en Allemagne et en France.

La véritable guerre est là. L’ennemi numéro un de Washington, c’est l’Europe. Une Europe qui est tétanisée. En effet, au sein de l’UE, aucune majorité ne se dessine pour contrecarrer la législation extraterritoriale américaine. Les listes noires, établies à Washington, menacent les entreprises et leurs dirigeants de geler leurs avoirs aux Etats-Unis et de leur interdire toutes activités commerciales. L’Europe ne peut toutefois se passer du client iranien, le désordre établi dans ce pays depuis la fin des années 1970, par les agissements d’officines étrangères, ayant eu pour objectif stratégique de briser tous les tandems économico-industriels que le Shah d’Iran avait promu comme la coopération nucléaire avec la France et l’Allemagne, les importations d’acier wallon en Iran, etc. La création délibérée de l’Iran khomeyniste a servi à diaboliser le pays jusqu’à nos jours : l’objectif réel n’est donc pas de lutter contre un fondamentalisme islamique et chiite, que l’on a créé et soutenu dans un premier temps, mais de ruiner toute coopération irano-européenne ; d’ailleurs, comment ne pas s’apercevoir de la supercherie de cet anti-islamisme déployé contre Téhéran quand, par ailleurs, les mêmes services ont utilisé les fondamentalistes wahhabites pour lancer leurs guerres de basse intensité en Afghanistan, en Tchétchénie, au Daghestan, en Syrie et au Yémen ?

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Les fausses élites eurocratiques savent parfaitement que la politique anti-iranienne de Washington est en réalité une politique anti-européenne. Face à la virulence de l’offensive juridique, en cours depuis une bonne dizaine d’années, l’eurocratie vient timidement de contre-attaquer. En effet, le 25 septembre 2018, Federica Mogherini, cheffe de la diplomatie européenne, annonce, en pleine assemblée générale des Nations Unies, que l’Europe a trouvé une parade pour maintenir ses relations économiques avec l’Iran (Ali Laïdi, p. 309), en pratiquant une politique de transactions par troc ! Cette solution évite d’utiliser des devises donc le dollar, permettant ainsi d’échapper aux sanctions américaines. L’Iran échange son pétrole ou son gaz contre des produits finis, selon un modèle préconisé par la « diplomatie Goering » dans les années 1930, quand l’Allemagne achetait de la viande, des céréales et des légumes frais aux pays d’Europe centrale et orientale, en les troquant contre des machines ou des locomotives. Devant ce fait quasiment accompli, Mike Pompeo a promis de se venger. Et il le fera, à coup sûr, au risque de ruiner encore la réputation des Etats-Unis car, désormais, le rôle mondial du dollar est bel et bien sapé : tous s’en éloignent. Ali Laïdi rappelle quelques paroles étonnantes de Jean-Claude Juncker, tirées de son « Discours sur l’état de l’Union » de 2018 : « Il est aberrant que l’Europe règle 80% de sa facture d’importation d’énergie en dollars américains alors que 2% seulement de nos importations d’énergie nous proviennent des Etats-Unis. Il est aberrant que les compagnies européennes achètent des avions européens en dollars et non pas en euros ». Ces timides changements d’attitude et ces paroles qui sonnent enfin vrai ne sont que l’amorce d’un combat qui est loin d’être terminé. Un combat que Juncker et les siens ne mèneront évidemment pas et que nous devons, nous, préparer dès maintenant.

Examinons toutefois les contextes dans lesquels ce combat va se dérouler : celui de la dette abyssale des Etats-Unis et celui de l’abandon progressif du dollar par des puissances comme la Russie ou la Chine. Pour y voir clair, rien de tel que les analyses de la dissidence américaine, plus lucide et clairvoyante que les dissidences européennes, dont la nôtre, dans les domaines de la politique et de l’économie internationales. Barbara Boland, sur l’excellent site « The American Conservative », constate que le Congrès américain admet que la différence négative entre la dette et le PIB américain est aujourd’hui de 22.000 milliards de dollars. En 2000, cela faisait une différence de 33% ; en 2019, ils en sont à 78% ; en 2029, ce sera vraisemblablement 93%. Le déficit du budget fédéral américain est de 900 milliards de dollars/an aujourd’hui ; à partir de 2022, il sera de 1000 milliards de dollars par an. Ce qui est alarmant, comme partout dans la sphère occidentale, à laquelle nous ne nous identifions pas, c’est qu’aucun débat sérieux sur les dettes et leurs effets pernicieux n’anime plus les hémicycles parlementaires, y compris aux Etats-Unis où l’on discute du « Medicare » pour tous (soit !), du Mur de Trump et de sa justification morale ou, cerise sur le gâteau, du « Green New Deal » d’Alexandra Ocasio-Cortez ! Or, le déficit américain est essentiellement dû à l’hypertrophie impérialiste, aux immixtions incessantes commises dans des pays étrangers, hors de l’espace continental américain, où les budgets suivants ont été alloués l’an passé : 5,3 milliards pour Israël, l’Ukraine et la Jordanie ; 3,4 milliards pour les réfugiés fuyant les zones de combat (une augmentation de 74 millions par rapport à 2017) ; 4,4 milliards pour les catastrophes au niveau international ; 8,83 milliards pour les « Global Health Programs » ; 9 milliards pour la « Security Assistance ».

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Barbara Boland note que ce ne sont pas les démocrates qui sont responsables de l’explosion de cette dette pharamineuse. Sous Bush, la dette avait atteint 10.000 milliards de dollars ; avec Obama, elle culminait à 20.000 milliards. La spirale avait été amorcée par des Républicains, notamment par Reagan.

Cette dette énorme est le talon d’Achille des Etats-Unis qui ne font rien pour la juguler sous Trump. Chris Hedges, autre dissident américain, estime, quant à lui, que l’accroissement de la dette sous Trump fait perdre toute confiance en l’Amérique et induit les autres grandes puissances à abandonner le dollar, ce qui aura pour corollaire de démanteler graduellement et tacitement les alliances, tout comme les harcèlements judiciaires américains ont fait fléchir, en septembre dernier,  Juncker et Mogherini, auparavant féaux sujets de l’hegemon, incapables d’imaginer un monde où celui-ci aurait été autre qu’hégémonique. La dette a des effets désastreux sur la politique intérieure américaine, ajoute Chris Hedges, car elle entraîne une inflation difficilement maîtrisable qui ne permet plus de financer les forces armées, dont le budget est colossal, comme on le faisait auparavant. Chris Hedges annonce ainsi la fin d’une impérialité de triple facture, athénienne, romaine et britannique, athénienne parce qu’elle tablait sur des alliés fiables et fidélisés, romaine parce qu’elle dispersait ses légions à bon escient aux endroits les plus stratégiques, britannique parce qu’elle visait un « système omni-englobant » reposant sur la culture, le commerce et les alliances.

Pour Hedges, la fracture est née en 2003 quand Bush a refusé d’écouter ses « alliés » européens. Elle sera confortée plus tard quand les Etats-Unis rejetteront justement les accords avec l’Iran, en menaçant leurs « alliés » de rétorsions s’ils persistaient à respecter ces accords ou à passer outre les injonctions américaines. La Turquie, depuis lors, a partiellement abandonné le dollar, l’Europe refuse de céder sur le gaz russe amené par le gazoduc Nord Stream 2, la Russie a échangé un stock de 100 milliards de dollars pour des yuan chinois, des yens japonais et des euro, l’Allemagne a demandé le retrait de son or de la « Federal Reserve » (300 tonnes), suivi par les Pays-Bas (100 tonnes). La dette, la défiance générale par rapport au dollar, sonne le glas du bellicisme néo-conservateur, incarné aujourd’hui par une nouvelle génération de faucons comme Mike Pompeo, John Bolton et Elliott Abrams.

Hedges base son analyse sur les travaux d’un historien anglais, Ronald Robinson, qui a étudié les mécanismes qui ont entraîné la disparition progressive de l’impérialité britannique. Celle-ci s’est effilochée quand elle n’a plus trouvé de collaborateurs indigènes et que ceux-ci, notamment sous l’impulsion de Gandhi, se sont mis à poursuivre des programmes autonomes. Pour ce qui concerne l’actuelle impérialité américaine, la perte de confiance due à la dette entraîne la perte de confiance dans les bons du trésor américain, même auprès du gouverneur de la Banque d’Angleterre Mark Carney qui a déclaré : « Nous avons désormais des devises de réserve autres que le dollar ». Cette perte de confiance s’observe très nettement depuis 2004 déjà, où les banques se sont appliquées à conserver moins de dollars dans leurs réserves. La tendance s’est accentuée jusqu’en 2015 où moins de paiements en dollars ont été effectués dans les transactions commerciales internationales. D’où la cote des Etats-Unis sur le total du commerce mondial n’est plus que de 10%, alors qu’elle dépassait les 50% dans l’immédiat après-guerre et au moment de la Guerre de Corée.

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Si rien ne change, le période de 2020 à 2030 sera catastrophique pour l’hegemon : l’augmentation des prix aux Etats-Unis ruinera encore davantage la pauvre classe moyenne, ou ce qu’il en reste, car les salaires stagneront. Pour Hedges, le dollar cessera définitivement d’être une monnaie de réserve mondiale vers 2030, obligeant le Pentagone à retirer ses troupes de partout ; le tourisme américain ne sera plus possible ni finançable pour les particuliers ; le recul de la puissance sur terre entraînera un recul dans l’espace et dans le « cyberspace », ce dont je doute et j’y reviens, provoquant sur le territoire américain lui-même des conflits internes que Hedges ne définit pas mais que les tenants de la fameuse « alt-right » qualifieront de « raciaux », ce qui est l’hypothèse effectivement la plus plausible.

Pourquoi ai-je émis un doute quant au recul des Etats-Unis dans le domaine du « cyberspace » ? Pour énoncer cette objection, je prends appui sur un document rédigé par Jean-Claude Empereur, vice-président de la « Convention pour l’Indépendance de l’Europe », un document qui a été préalablement publié dans la « Revue Politique et Parlementaire », dans son numéro d’avril-septembre 2018. Pour Empereur, nous sommes aujourd’hui, à l’échelle planétaire, face au « piège de Thucydide ». L’historien grec antique Thucydide, auteur de « La guerre du Péloponnèse », avait émis un axiome de la pensée politique qui disait que les grandes guerres se déclenchaient quand une puissance dominante était défiée par une puissance émergente et que la puissance dominante ne sortait pas nécessairement victorieuse du conflit ou en sortait en perdant des plumes.

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Aujourd’hui, le « piège de Thucydide » s’observe dans la confrontation Chine/Etats-Unis, où la Chine est une puissance tellurique et les Etats-Unis, facteur nouveau dans l’histoire, une puissance numérique. La Chine est qualifiable de puissance tellurique parce qu’elle vise à organiser territorialement le continent en créant de nouvelles voies terrestres ou des voies maritimes littorales en Eurasie, qui rappellent les antiques « routes de la soie ». Elle veut dont multiplier les infrastructures physiques sur une vaste masse continentale. Tandis que les Etats-Unis, par leur savoir-faire de pointe, veulent parfaire une puissance basée sur le virtuel, sur le « Big Data ». Le défi chinois, face à l’hégémonie réelle et actuelle des Etats-Unis, se matérialise surtout dans la tentative de se tailler un créneau dans la sphère du numérique en tablant sur la 5G. Car tel est bien le défi majeur. Je laisse aux spécialistes le soin d’expliquer en quoi consiste matériellement ce bond en avant du numérique. Je me contenterai d’en évoquer les retombées politiques. L’affaire Huawei, qui secoue aujourd’hui les relations sino-américaines, est la première manche dans cette cyber-guerre que mènent les deux protagonistes. La 5G, pour les Chinois, doit permettre de créer la ville du futur, testée en Chine à Xiongan qui recevra ses premiers habitants en 2020. La gestion numérique de cette ville, de cette smart city, devra servir de modèle aux acheteurs potentiels du système ailleurs dans le monde ; Xiongan est située à quelque 100 km de Beijing et est reliée à la capitale par un train à lévitation magnétique se déplaçant à 200 km/h. Les Chinois avaient déjà mis beaucoup de choses remarquables en œuvre pour la gestion des villes du futur et des aéroports tentaculaires des prochaines décennies. Xiongan doit être le couronnement de ces recherches, ponctuées désormais par la maîtrise de la 5G. L’exportation de ce modèle de ville, à des coûts concurrentiels, pourrait rapporter à la Chine autant que la maîtrise du numérique a rapporté aux Etats-Unis. Godfree Roberts écrit à ce propos : « Les Etats-Unis considèrent Huawei comme étant ‘dangereuse pour la sécurité’ parce que Huawei protège la confidentialité des communications des usagers », installant ainsi un barrage assez efficace contre toute intrusion des réseaux d’espionnage. La NSA a pourtant réussi à pénétrer les serveurs de la société Huawei et ne doit guère craindre ce bouclier vanté par les Chinois pour séduire les acheteurs de leurs produits, déjà très nombreux en Europe. On le voit, la guerre est ouverte et ce que craint Trump, par-dessus tout, c’est que les Etats-Unis accusent prochainement un retard de dix ans sur la Chine, sur la 5G et les technologies associées. Pire : ils se rendent compte que les Allemands, moteurs de l’Europe, ne peuvent renoncer à Huawei sans risquer le suicide économique. Un tandem sino-européen pointe à l’horizon, dont la Russie ne serait pas exclue. Une dynamique eurasienne se dessine, cauchemar des thalassocraties anglaise hier et américaine aujourd’hui.

piege-americain_0_400_642.jpgLe sort des cadres chinois de Huawei, poursuivis par la « justice » américaine, laisse préfigurer le pire aux Européens qui transgresseraient les interdits formulés par le Deep State américain. Le récit que vient de nous livrer Frédéric Pierucci dans son livre intitulé « Le piège américain » est affolant : ce cadre d’Alstom a été emprisonné pendant de longs mois aux Etats-Unis pour faire chanter les dirigeants de l’entreprise française qui ont fini par la céder à un consortium américain, avec toute la complaisance de Macron.

L’Europe, elle, est marginalisée par rapport à cet enjeu planétaire car elle n’a parié ni sur les infrastructures terrestres ni sur des voies maritimes littorales ni sur le numérique. Elle s’est voulue une « puissance de la norme » sans la force, obsédée par l’institutionnel et le normatif, qui, pour tout lecteur de Carl Schmitt, sont du vent, de la logorrhée, des vœux pieux, du « wishful thinking ». Le normativisme est une idéologie qui privilégie exclusivement les formes figées n’autorisant pas l’affrontement aux événements neufs, comme la révolution numérique en cours ou, sur le plan des relations internationales, le passage de la bipolarité de Yalta à l’unipolarité américano-centrée des années 1990, et de celle-ci à la multipolarité des BRICS. Il est proprement impossible de développer une stratégie, dans quelque domaine que ce soit, quand on adopte le normativisme car celui-ci fige tout une fois pour toutes et considère que toute action ou toute décision qui sortirait du cadre de la norme serait ipso facto une dangereuse transgression, assimilable au mal absolu et historique qui aurait secoué l’Europe il y a quatre-vingt ou septante ans. L’Europe de la norme sans force (Zaki Laïdi) donc du politiquement correct s’interdit toute audace innovante au risque de plonger toute sa population dans une régression calamiteuse. Inutile de vous préciser qu’il est minuit moins cinq !

La puissance numérique américaine repose donc sur une maîtrise ancienne des technologies informatiques et numériques, sachant que, selon la loi de Moore, la puissance des ordinateurs double tous les dix-huit à vingt-quatre mois. Les Etats-Unis ont donc bénéficié du développement exponentiel de leurs acquis en ce domaine, permettant de vastes avancées dans l’automation ou, par exemple, dans la nanotechnologie sans oublier les drones qui donnent de considérables avantages aux armées sur le terrain. Le déploiement des atouts numériques en sciences et en médecine est évidemment un acquis indispensable à tous les peuples du monde mais c’est aussi, dans le domaine de l’information et des médias, la possibilité de démultiplier l’impact du « soft power » américain, dont on connait déjà la redoutable efficacité. Le numérique, ainsi, permet des manipulations médiatiques à l’échelle planétaire comme l’atteste, par exemple, la mobilisation tous azimuts pour le climat qui jette aujourd’hui nos enfants dans les rues chaque jeudi pour des happenings saugrenus qui permettent surtout de détourner l’attention des problèmes réels. Jean-Claude Empereur écrit : « La puissance algorithmique d’un Etat devient ainsi un élément majeur de son influence géopolitique », puissance algorithmique que les Etats-Unis utilisent pour obtenir leur « full spectrum dominance ». Le colbertisme américain fait que l’armée, la défense, soutient toutes les initiatives de la Silicon Valley et des autres géants américains du numérique. Les GAFA (Google, Amazon, Facebook, Youtube, etc.) réinvestissent leurs profits colossaux HORS du numérique : dans les projets spatiaux, le transport, le nucléaire, si bien qu’au soft power, décrit jadis par Joseph Nye, s’ajoute désormais un « digital power », aux potentialités quasi infinies. C’est là qu’il ne faut pas partager à 100% le pronostic de Hedges qui voit un recul des Etats-Unis dans le cyberspace.

Le dôme numérique américain surplombe donc le monde aujourd’hui, aplatissant la Terre, effaçant, au besoin par la force, toutes les différences inscrites dans le sol de la Terre au bénéfice de tout ce qui est « hors sol », dans le « cloud » comme la thalassocratie de Roosevelt avait arasé les résistances des adversaires des Etats-Unis. Cet arasement, vendu hier comme une « libération », est vendu aujourd’hui comme l’avènement sans heurts « d’un vivre-ensemble mondialisé, ignorant les rapports de force et les conflits territoriaux », soit une « géopolitique numérique du tendre » (« soft/smooth numerical geopolitics »). L’Amérique, qui avait exprimé son messianisme conquérant par un langage agressif du temps de Teddy Roosevelt, par un langage presbytérien et hypocrite avec Wilson, vient d’inventer le « messianisme bienveillant », et numérisé, un messianisme thérapeutique, mais cette bienveillance, vous en conviendrez, n’est qu’un masque. Que les cerveaux hardis de notre Europe en dormition ont pour mission d’arracher.

cloudnum.jpgFace à cette puissance numérique du tout-virtuel, du Big Data, du « hors sol » et du « cloud », la Chine –et je le dis avec amertume parce que j’aurais voulu que ce fut notre Europe qui le fasse-  formule le projet intéressant des « routes de la soie », propose ainsi une organisation continentale, celle des géomètres romains, aurait dit Carl Schmitt, renoue avec la pensée du développement chez Friedrich List, entend vertébrer le monde plutôt que le fluidifier et le sublimer dans le « cloud ». Elle parie pour le temps long. Face à cette tâche qu’elle aurait dû suggérer et entreprendre elle-même, l’Europe, dit Empereur, « a souscrit béatement au grand récit de la mondialisation heureuse et de la fin de l’histoire », annoncée au début des années 1990 par Francis Fukuyama. En souscrivant à ces fables sans consistance, elle a évité ainsi la pensée du long terme, que Chinois, sur le plan tellurique, et Américains, sur le plan numérique, ont pourtant toujours eu en tête. Le présentisme obtus des Européens est une erreur fatale. Ce « présent idéal », mais figé, correspondait peut-être à des temps désormais révolus, ceux de la coexistence pacifique qui édulcorait la guerre froide, ceux des Trente Glorieuses qui se sont muées en Trente Piteuses, ou encore ceux de la perestroïka de Gorbatchev. Or le monde est redevenu « normal », c’est-à-dire multipolaire et conflictuel, précise Empereur. Voilà pourquoi un projet de refondation est impératif pour l’UE, aujourd’hui, alors que les peuples renâclent : les Européens, en effet, ont le sentiment diffus que leurs institutions bruxelloises ne sont qu’un fatras technocratique oppressant qui s’auto-justifie par une idéologie vertuiste, tissée de repentance et de culpabilité. Les Européens, ajoute Empereur, « ne disposent ni de la puissance numérique actuellement dominée par les Américains et sans doute demain par les Chinois et sont coupés de toute profondeur stratégique non seulement par leur situation géographique de petit cap de l’Asie mais aussi par l’interdiction absolue qui leur est faite, par leurs alliés anglo-saxons, de s’entendre avec la Russie dans une perspective eurasiatique. (…). Cette stratégie d’interdiction géopolitique est totalement contraire aux intérêts européens ». Pire : ces dernières semaines, à l’occasion de la soixante-troisième conférence sur la sécurité à Munich, Mike Pence, porte-paroles du gouvernement américain, a tenté de forcer Merkel à refuser et à saborder le projet de gazoduc Nord Stream 2 et a déconseillé aux Européens de commercer avec l’Iran. Macron prendra le relais en répétant les admonestations de Pence, ruinant ainsi le binôme franco-allemand, reposant sur une volonté d’émancipation européenne. Sans le gaz russe, l’Europe germanique et bénéluxienne ne peut tout simplement pas survivre ; sans l’apport du commerce iranien, l’Europe est condamnée à la stagnation et à ne disposer que de fonds réduits pour ses « recherches et développements », alors que ceux-ci sont urgentissimes pour rattraper ses retards dans le numérique et dans d’autres domaines de pointe.

Pour échapper à l’étau que Pence, à Munich, a menacé de faire fonctionner, Empereur nous demande d’appuyer un projet de Jean-Pierre Raffarin et Dominique de Villepin qui est une extension du projet suggéré en 2003 par Henri de Grossouvre, c’est-dire non plus un Axe Paris-Berlin-Moscou mais un Axe Paris-Berlin-Moscou-Beijing qu’ils définissent tous deux comme « conforme aux exigences de la géographie ». Et Empereur conclut par ces paroles que je vous demande de méditer quand vous sortirez de cette salle : « Puisse la réflexion sur les grands espaces l’emporter sur celles de la gouvernance par les chiffres et les obsessions comptables d’une technocratie sans vision ».

Cette parole, qui conclut un article purement factuel sur l’affrontement sino-américain, a une portée philosophique profonde que j’ai retrouvée dans un long entretien que le philosophe Marcel Gauchet a accordé récemment au site français « Les Crises ». Pour Marcel Gauchet,   -qui, dans cet entretien, esquisse un bilan succinct, très didactique, visant l’essentiel-   la souveraineté, qui turlupine tant quelques nationalistes français qui imaginent échapper aux désastres qui s’annoncent en quittant l’UE, la souveraineté donc, dit Gauchet, est en baisse à tous les niveaux en Europe, tant à celui des Etats nationaux qu’à celui de l’UE. L’Europe, et chacun des Etats qui la compose, est anesthésiée : elle est devenue, pour Gauchet, une entité a-politique et a-stratégique. Le politique, au sens noble du terme, est évacué. La stratégie est absente. Or sans « politique politique », disait Julien Freund, il n’y a pas de souveraineté : rien que de la politicaille qui laisse tout aller, les héritages comme les traditions, tel un chien crevé au fil de l’eau.

RH-MG.jpgLes dépenses militaires américaines, surtout après l’aventure vietnamienne et après le projet de « guerre des étoiles » cher à Reagan, ont servi à lancer une industrie numérique qui assure la domination américaine sur la planète entière. Les Européens n’ont jamais eu le réflexe de coordonner leurs actions pour être à l’avant-garde des innovations scientifiques et technologiques.

Face à ce désastre, dont les effets se sont accumulés au fil des décennies, la riposte « néo-nationaliste », dit Gauchet, est seulement « affective ». En effet, on oppose à des faits évidents des affects incapacitants qui dédoublent le danger, dans la mesure où ils n’entament en rien la force de l’adversaire et où leurs actions risquent d’avoir un effet retardateur, justement celui qu’escompte faire advenir l’ennemi pour freiner nos élans. On ne répond pas à l’ennemi par des déclamations émotionnelles ou des affects sans pertinence. De même, on ne réplique pas, dit Gauchet, par des arguments relevant de la religion car le religieux, lui, est bel et bien mobilisé par et pour la majorité morale aux Etats-Unis, par les télé-évangélistes ou par les chrétiens sionistes. Pour Gauchet, nous sommes face à une eschatologie politique, face à une théologie politique américaine qui permet une forte mobilisation des électorats, puissance dont nous ne disposons plus en Europe. Mais, j’ajouterai à l’argument pertinent de Gauchet un élément qu’il ne cite pas : face à ce pandémonium théologico-messianique américain, l’Europe ne se pose pas non plus comme le katechon qui va arrêter le déclin, freiner la déliquescence et rétablir l’ordre traditionnel. Elle ne se donne aucun rôle valorisant sur l’échiquier global. On peut poser la question : Poutine, orthodoxe russe, est-il ce katechon ? Je laisse la question ouverte car c’est là un autre débat, celui de la théologie politique, thème extrêmement complexe.

Gauchet constate aussi la « déstabilisation identitaire » qui frappe principalement les pays d’Europe occidentale, Allemagne comprise. Les pays d’Europe centrale et orientale, notamment la Pologne et la Hongrie, en sont nettement moins affectés : les mésaventures très récentes d’Orban avec la direction du PPE l’attestent à l’évidence. Cette « déstabilisation identitaire », au cours de ces trois ou quatre dernières années, provient essentiellement du flot d’arrivants venus de tous les horizons possibles et imaginables, flot qui induit un processus de submersion démographique alarmant auquel l’UE n’apporte aucune réponse car elle est un ensemble, dit Gauchet, qui n’a aucun contrôle ni sur sa frontière sud ni sur son front intérieur, les émeutes qui ont ravagé Grenoble, tout près d’ici, tout près de Genève, au cours de la semaine écoulée en sont un exemple patent.

Cette « déstabilisation identitaire » et ces turbulences inquiétantes sur le front intérieur sont le fruit d’une absence totale de conscience politique, que constate également Gauchet. Il nous dit : « L’UE ne sait pratiquer qu’une POLITIQUE de la REGLE, alors que ce qui lui est demandé est une POLITIQUE de l’EVENEMENT ». Toute politique de l’événement postule de déployer méticuleusement une stratégie car une stratégie, explique Gauchet, « permet d’anticiper les événements et de parer à toute éventualité ». On retrouve là, en un langage plus serein et plus subtil, les visions de Carl Schmitt et de Clausewitz. Pour Schmitt, le fétichisme de la règle, ou de la norme, est un poison ankylosant qui ruine les Cités comme le venin du cobra coagule le sang de ses proies. Pour Clausewitz, la stratégie consiste à ne jamais rater une étape dans le développement des techniques civiles et militaires qui procurent la puissance économique ou guerrière.

Ce fétichisme de la règle, qui doit, selon les tenants du normativisme, s’imposer envers et contre le réel, qui est par définition fluctuant, entraîne aussi la haine de soi, l’oikophobie disent les identitaires néerlandais, qui se traduit par une critique acerbe et injustifiée des acquis de l’histoire européenne, répétée ad nauseam par les intellocrates mercenaires des médias et des officines téléguidées par la NSA. L’idéal des normativistes étant défini une fois pour toutes, tout recours à un passé différent ou tout projet de refondation, populiste ou autre, sont tabou, doivent être effacés des mémoires et des volontés, afin que l’on n’ait plus qu’une humanité de zombis amnésiques et apathiques. Gauchet critique le « refus des intellectuels de tout eurocentrisme » et ajoute : « les legs de notre histoire sont tout-à-fait avouables ». Il y a donc urgente nécessité à « nouer un rapport critique intelligent avec le passé ».

Gauchet dénonce là le dernier danger que je voulais évoquer avec vous aujourd’hui : le danger de l’amnésie, de l’amnésie volontaire dans laquelle les normativistes nous plongent parce qu’ils estiment avoir raison au-dessus du réel et parce qu’ils ne veulent pas que des exemples du passé ressurgissent dans les mémoires, ou s’y lovent, parce qu’ils seraient des reproches actifs et virulents face à leurs manigances. Ma position personnelle est de ne pas arrêter la marche de notre histoire, de ne pas étouffer le réel historique qui est notre socle irremplaçable et doit nous servir de table d’orientation en permanence (la « logique tacitiste ») ; en ce sens je suis peut-être plus continuitaire qu’identitaire. Mais c’est là une coquetterie de vocabulaire.

Il me reste à remercier les jeunes organisateurs de ce colloque genevois, qui, au nom de la mobilisation totale, ont mobilisé les sexagénaires en ce jour pour leur demander des recettes pour affronter ce que ce cher Guillaume Faye, qui vient, hélas, de nous quitter définitivement, appelait la « convergence des catastrophes ». L’impéritie des normativistes impolitiques a imposé aux Européens la négligence de leur passé mais a aussi anesthésié leurs volontés d’aller de l’avant, de chercher des alternatives à l’impasse où ils ont été enfermés. Les tâches ardues qui attendent la nouvelle génération de combattants politiques, en Suisse et, plus encore, ailleurs en Europe, seront immenses car il s’agira de restaurer une souveraineté contre les agissements de forces colossales, avec, à côté d’eux, un matériel humain, certes de notre souche, mais profondément abîmé, zombifié par la permissivité et le festivisme qui ont régné en Europe depuis un demi-siècle, où l’on a brisé sans pitié tous les instruments traditionnels de la transmission.

Malgré cela, je souhaite à tous de conserver un vibrant courage et je vous dis : « A bientôt ! ».

Robert Steuckers.

Sources:

- Hans Herbert von ARNIM, Die Hebel der Macht und wer sie bedient - Parteienherrschaft statt Volkssouveränität, Heyne, München, 2017.

- Barbara BOLAND, "Ignoring America's Abyss of Debt", https://www.theamaricanconservative.com , 15 février 2019.

- Jean-Claude EMPEREUR, "Washington, Pékin: hégémonie numérique contre hégémonie tellurique", http://euro-synergies.hautetfort.com , 9 février 2019.

- Uriel GADESSAUD & Pierre RAMOND, "Nous avons rencontré Marcel Gauchet", https://www.les-crises.fr , 11 février 2019.

- Jean-Louis GERGORIN & Léo ISAAC-DOGNIN, Cyber - la guerre permanente, Cerf, Paris, 2018.

- Chris HEDGES, "Goodbye al dollaro", https://www.ariannaeditrice.it , 11 février 2019.

- Ali LAÏDI, Le droit, nouvelle arme de guerre économique - Comment les Etats-Unis déstabilisent les entreprises européennes, Actes Sud, Paris, 2019.

- Zaki LAÏDI, La norme sans la force - l'énigme de la puissance européenne, Sciences Po, Paris, 2005.

- Godfree ROBERTS, "Huawei, la 5G et la quatrième révolution industrielle", http://lesakerfrancophone.fr , 29 janvier 2019.

- Leslie VARENNE, "Le piège américain", http://www.zejournal.mobi , 15 février 2019.

Articles anonymes:

"US-Vizepräsident aus der Münchner SiKo: Washington läuft weiter Sturm gegen 'Nord Stream 2'", http://zuerst.de , 18 février 2019.

 

jeudi, 14 mars 2019

EN LA MUERTE DE GUILLAUME FAYE

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EN LA MUERTE DE GUILLAUME FAYE

Ernesto MILA

Ex: https://info-krisis.blogspot.com

Hace cuatro días, el 7 de marzo de 2019, falleció en Angulema Guillaume Faye. Uno de los pocos libros que salvé de la liquidación de mi biblioteca convencional fue el primero que leí de él durante mi exilio francés, Le système à tuer les peuples. Desde entonces he seguido su carrera como ensayista. Al volver a España lo perdí de vista y durante años no volví a saber de él. En un viaje a París -debió ser a finales de los 90- compré la nueva revista que publicaba, J’ai tout compris. Ayudé en la traducción de El Arqueofuturismo que incluía algunas notas sobre su polémica con Alain de Benoist, su exclusión del GRECE (por dos ocasiones, en 1986 y en 2000), y, desde entonces, fui traduciendo algunos libros y artículos que escribió entre 2000 y la fecha de su muerte.

No tengo ningún inconveniente en afirmar que su obra constituyó una inspiración para mí. Sus puntos de vista y la forma en la que los exponía, generalmente provocadores e impactantes, animaron múltiples debates. Fue uno de los que primero denunciaron la “islamización de Europa” y denunció el rostro de la modernidad. La fórmula “arqueofuturista”, síntesis de tradición y revolución, sigue siendo para algunos de nosotros la mejor expresión del pensamiento alternativo, el mejor paradigma contra la corrección política y el resumen del programa contra el Nuevo Orden Mundial.

Nunca dejó de creer en la idea europea y en el potencial europeo para superar la peor crisis de su historia: la actual.

Su técnica consistía en lanzar andanadas provocadoras que suscitaran debates. Era de los contrarios a cualquier catecismo. Uno de los motivos que me impulsaron a experimentar el mayor respeto y admiración por él fue la crítica que él mismo realizó al “gramscismo cultural” defendido por él mismo y por la “nouvelle droite” en los años 70.

Todos los que lo conocimos, directamente o a través de su obra, sabemos que se trataba de un personaje excesivo, tanto en su vida personal como en sus escritos. A diferencia de otros responsables de la antigua “nouvelle droite”, Faye nunca intentó entrar en los medios de la “respetabilidad intelectual” y optó siempre por el papel, menos rentable, pero más grato desde el punto de vista personal, del eterno “enfant terrible”.

En los medios de extrema-derecha, su libro sobre la cuestión judía resultó muy criticado y se habló de que se había convertido al nacional-sionismo. Es discutible porque la obra de un autor no puede medirse por algunas páginas de uno de sus ensayos, sino por la totalidad de su obra. Como máximo puede reconocerse que Faye compartía la idea de que había que cerrar las puertas al mundo islámico en Europa y que uno de los aliados objetivos para esta cuestión era el Estado de Israel. No era el único en proponer esta idea dentro de Francia, incluso en los medios de extrema-derecha la misma idea había estado presente en los años 50.

Se acusa a Faye de haber sido excesivamente catastrofista en sus previsiones y de haber anunciado una “guerra étnica” que todavía no ha estallado. De hecho, él no la anunció a plazo fijo, pero sí estableció que algunos fenómenos que se están produciendo en la actualidad, suponen los primeros chispazos de esa guerra étnica. Creo, sinceramente, que, en este terreno, Faye acertó plenamente: los nuevos grupos étnicos llegados a Europa siguen sin reconocerse en la cultura europea y mantienen entre ellos el espíritu de tribu aferrados a valores religiosos no europeos y a su propia identidad racial. Si hay momentos en los que están tranquilos es porque el sistema ha comprado la paz étnica mediante un régimen de subsidios. Si nos limitamos a constatar la realidad, cuidadosamente ocultada por medios y tertulianos, veremos que una parte muy importante de los problemas y molestias que sufre la sociedad europea (incluida la violencia doméstica, las agresiones sexuales y violaciones, la delincuencia, el deterioro de la seguridad ciudadana) están vinculados, en mayor o menor medida, al fenómeno de la inmigración masiva y descontrolada.

Libros como La colonización de Europa o El nuevo discurso a la nación europea, o el mismo Arqueofuturismo con el que regresó a la arena de la polémica, seguirán siendo libros de texto para todos los que muestren una objetividad y una ausencia de prejuicios ideológicos en su intento de ver la realidad tal cual es y no mediante la utilización de prismas y lentes deformantes.

El esfuerzo de Faye, su carácter dionisíaco y carente de prejuicios, lo situaban en las antípodas de los intelectuales pequeño-burgueses que solamente aspiran a que su obra sea reconocida en los foros bienpensantes y de alta difusión.

Faye, como Evola, como el propio Benoist, incluso como Thiriart, Duguin y tantos otros, exigen del lector cierta formación cultural y cierta capacidad para discernir, discriminar y decidir. No son obras que puedan aceptarse o rechazarse en su totalidad, cada una de ellas tiene matices, aciertos y déficits y así hay que tomarlos. Faye ni tendrá ni exigirá, ni siquiera le gustaría que existieran “fayeanos”: lo que sí exige del lector es algo tan simple como que piense por sí mismo. Si en este blog figura en el encabezamiento un paradigma personal, reconozco que parte de él, se debe a escritores como Guillaume Faye, grande entre los últimos intelectuales europeos.

 

Vier maal Vierling: Guillaume Faye

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Vier maal Vierling:

Guillaume Faye 

Vraaggesprek van Alfred Vierling met Guillaume Faye uit 2003.
 
Uit het beoogde vierluik Vier maal Vierling.
 

GUILLAUME FAYE: HERO OF EUROSIBERIA

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GUILLAUME FAYE: HERO OF EUROSIBERIA

Ex: https://affirmativeright.blogspot.com 
 
"I know the skies bursting into lightning, and the whirlwind
And the surf and the currents: I know the evening,
The dawn rising like a flock of doves,
And I sometimes saw what men only thought they saw!"

                                    — Arthur Rimbaud, The Drunken Boat
Guillaume Faye entered the gates of Valhalla on March 7, 2019. He leaves behind an impressive body of work. His main vision concerns the creation of a White superpower, which he dubbed Eurosiberia, stretching from Lisbon to Vladivostok. Another term for the same geopolitical construct is Euro-Russia, the merger of Western Europe and the Russian Far East — to herald the beginning of a new European Golden Age, with our continent becoming truly independent of the pernicious influence of the other global players today. 

The theoretical underpinning for this super state is the Faustian philosophy of Archeofuturism, which posits that the old and traditional has to enter a fruitful marriage with the new and cutting edge. Spaceships named after Odin and Hercules will pierce the sky in the search for suitable exoplanets to explore and colonize. Megacities will coexist with quaint villages in a lush landscape. Villagers will marvel at the steel spires from afar while toiling in their fields. The technocratic elite in the cities, meanwhile, will find new ways to make the home of the White race more environmentally sustainable without losing sight of the main goal: The Second Stealing of the Fire.

For Faye, the enemy is very clear: the “masses of aliens who immigrate and settle here with us.” This enemy is symbolized by Islam, which Faye accuses of a colonization that leads to the destruction of native European peoples. America, however, is merely an opponent. According to Faye, it cannot be considered an enemy because it only represents geopolitical interests. America is only strong because Europe is weak.

For Faye it is not class war but the racial struggle for supremacy that drives history. The Nietzschean will to power is an integral feature of the European people. Its current absence is the main cause for the imminent fall of Western civilization.

Faye was opposed to cultural relativism or hippie ideas like “anti-imperialism.” He had no interest in fighting for any people except his own, namely Europeans, because “each people is only responsible for its own identity, and history is a graveyard of peoples and cultures.” The concept of ethnocentrism postulates that the race or ethnic group one belongs to is the cornerstone of all considerations.

Guillaume Faye was neither an angel nor a saint. He was a heavy drinker and smoker, an active participant in porn movies and a womanizer. He was a French poet in the vain of Arthur Rimbaud and Paul Verlaine. He was literally possessed by the exuberant and frenzied spirit of the French symbolists, always uncovering new truths, formulating fundamental axioms and making predictions, which all true Europeans hope will one day come to pass. Burning the candle at both ends like the Absinthe-guzzlers of yore, Faye’s near hallucinatory visions have the same elegance and beauty as Charles Baudelaire’s apocalyptic prophecies, but while the latter’s are uniformly pessimistic about the failure of modernity, the former’s are unequivocally filled with the optimistic joy of a future overcoming. Faye embraces the Age of Rapid Progress and believes creating chimeras in laboratories would be a swell thing to behold.

The White race is the master of Eurasia. Eurosiberians are the inhabitants of Europe and Russia. Only eight million Whites live in Siberia. It is their obligation to multiply and colonize this vast space. Siberia is the new Wild West. Islam is an enemy of Europe. The North is the enemy of the South. A new battlefront has been drawn. In the trenches in the North, the White race, grim-faced and merciless, sits ready with guns cocked and cannons loaded. The West will decolonize itself with the help of fresh blood from the East. West and East will merge and become Eurosiberia. The Eurosiberian identity will give birth to the counterrevolution which will pit itself against the world revolution of the colored peoples.

In his book The New Jewish Question (published in France in July 2007), Guillaume Faye denounces Holocaust “revisionism” (or denial). Prominent Holocaust “revisionist” Robert Faurrison denounced Faye for that transgression against rightist dogma. Personally, I have come to the conclusion that Holocaust “revisionism” is utterly inconsequential and counterproductive to the cause of racial liberation. Naturally, Holocaust “revisionism” is mostly the home of raging anti-Semites (who try to downplay the anti-White policies of the Nazis). Faye was a progressive European nationalist and hence on our side. Most Holocaust “revisionists” are not on our side. Also, it is not “the Jews” who criminalized Holocaust “revisionism” but gentile officials of gentile countries.

Faye was opposed to demonizing and scapegoating Jews, as so many people on the Right are delusionally wont to do. Faye took the position of Friedrich Nietzsche when he stated that “to run down the Jews serves no purpose, it’s politically stupid and unproductive.” Faye also correctly identified anti-Zionism as merely another form of anti-Semitism. He said that “anti-Judaism [a term he prefers to anti-Semitism] is a political position that is obsolete, unhelpful, out of date, even when camouflaged as anti-Zionism.” Faye castigated European nationalists who view Israel as an enemy:
“How could I be anti-Zionist? ... Unlike Islamism, Communism, Leftism, human rights, and masochistic, post-conciliar Christianity, Zionism neither opposes nor restrains in any significant way the ideals I defend, that is, the preservation of [Europe’s racial] identity. How would the disappearance of Israel serve my cause? For a European identitarian to think that the Hebrew state is an enemy is geopolitically stupid.”
RTS = Racialist Tourette's Syndrome: A condition that describes people who can't shut up about "the Jews." Such people are usually not interested in winning.

Guillaume Faye is reviled among the mentally ill RTS crowd. They cannot comprehend that a man of his stature could simply “ignore” what they falsely view as the number one cause of the West’s decline. While Faye was not afraid of criticizing individual Jews and Jewish groups, he made it very clear that “the Jews” as a monolithic group do not exist, as evidenced by the fact that many Jews are also on “our side.”

Guillaume Faye most certainly supported Israel. He made this quite clear in many private conversations I had with him in Moscow. Faye has absolutely nothing in common with the “Jewish conspiracy” theorists, who, unfortunately, still infest the Right. Luckily, though, more and more people are realizing that this way of thinking is anachronistic, counterproductive and definitely not based in reality. Since Faye is possibly the most important thinker of the Right, it seems fair to say that the Right is not a monolithic anti-Zionist beast. Some rightists’ anti-Semitism leads them to embrace Islam as their new identity. Their obsession with “the Jews” leads them directly into the camp of Europe’s deadliest enemies.

Guillaume Faye is a Hero of Eurosiberia precisely because he had a wider vision and an insight that was not limited to insane fringe conspiracy theorizing but rather to levelheaded and fact-based analyses of the current status quo. Faye’s heroic status stems directly from his ability to prophesy and inspire without resorting to lies and falsehoods. Faye, who foresaw a “convergence of catastrophes” (a natural disaster combined with a massive military conflict, for example, could bring about the desired paradigm shift) and preached a return to eternal values while embracing the coming Technological Singularity, was and will always remain the black-pilled prophet of European optimism - a true Promethean soul!

Faye's ideas about racial and cultural struggles as the key to Western self-discovery finally culminated in a book that was published exactly one day after his passing: Guerre Civile Raciale (Racial Civil War). The esteemed American pro-White advocate Jared Taylor wrote the preface. In this book, Faye bemoans the sheep-like passivity of his people in the face of replacement and subjugation, but he also expresses his fervent wish that one day, weary of being deprived of their culture and way of life, they will rise up and, animated by their survival instinct and sense of self-defense, start organizing a counteroffensive which will hopefully lead to a FINAL VICTORY.
 

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The author with Guillaume Faye in Moscow, July 2007

È morto Guillaume Faye. Il filosofo che ammise la stanchezza degli eroi

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È morto Guillaume Faye. Il filosofo che ammise la stanchezza degli eroi

In questo tempo di nevrosi applicata al nulla anche gli eroi diventano stanchi. Si isolano. Vivono nella nicchia di una saggezza che con quantifica il sapere, ma sa essere saggezza e  silenzio. Da questo silenzio il pensiero è una fortezza. Forse Bastiani. Il deserto accoglie non i Tartari ma i sapienti. Gli uomini che hanno ancora una “razza” da difendere contro il globalismo macchiato dai leopardi e coccodrilli e mai dai gattopardi. La morte si avvicina e avvicina la necrologia della mediocrità che occupa ormai la scena. Nella vita come nella cultura e in quel far ed essere politica. È morto Guillaume Faye.

Era nato a Angoulême il 7  novembre del 1949. Lo scrittore che seppe raccontare la colonizzazione dell’Europa e adottò il sistema di un futurismo del pensiero che sapeva e sa guardare anche oltre le arti.  Un futurismo dell’incipit, ovvero di una archeologia in cui il pensiero è primordiale e il saper fare distinzione è un sistema ancestrale. Inventò movimenti e cercò nella volontarietà dell’Occidente ad essere primato oltre le frustrazioni della stessa colonizzazione. Di filosofia parlò e i suoi maestri nascono nella mai abusata reticenza della potenza scavata nella volontà.

Nietzsche letto e studiato come il filosofo che non accolse mai la lacerazione del modernismo e trasferì il suo tragico vivere in un Heidegger che  non volle mai sciogliere l’enigma greco antico di essere e tempo. Forse anche per questo rimase nel tempo dell’essere come un faustiano principe che insegnò a leggere la contemporaneità con gli svelamenti del passato. Non mi è mai piaciuta l’idea di considerarlo come il fautore di una nuova destra. Non c’entra nulla. Cercò nel principio del tradizionalismo la forza per combattere il “mito” giudaico e occidentale attraverso alcune coordinate di fondo che trovano nella solitudine la universalità del pensiero non in trasparenza, ma vissuto e sacrificato oltre la Croce. Nella roccia che è metafisica proprio di quell’Essere e Tempo che domanda all’uomo di conoscere prioritariamente la libertà e non la contaminazione, la persona e non il gruppo, il personale come proprio immaginario e non l’immaginario come modello globale. Il globalismo ha ucciso l’archeologia del sapere.

Guillaume Faye ebbe il coraggio di scrivere spiegando il suo pensiero “radicale” e non relativo o relativista che: “Le intuizioni di Nietzsche, di Evola, di Heidegger, di Carl Schmitt, di Guy Debord o di Alain Lefebvre — tutte relative al rovesciamento dei valori — si dimostrano infine realizzabili, come la nietzscheana filosofia a colpi di martello. Il nostro ‘stato di civiltà’ e maturo per questo. Lo stesso non era nel recente passato, quando la coppia moderna XIX-XX secolo incubava la sua infezione virale senza ancora subirla. D’altra parte, conviene rigettare subito il pretesto secondo il quale un pensiero radicale sarebbe ‘perseguitato’ dal sistema. Il sistema è stupido. Le sue censure sono permeabili e maldestre. Esso è capace di colpire soltanto le provocazioni folkloristiche e le goffaggini ideologiche”.

Non si iscrisse ad una menzione filosofica ideologica perché forte delle lezioni della memoria scardinò l’omologazione ad un “sistema” perché era fortemente consapevole che il Sistema mira ad uccidere i Popoli, ad annientarli, a globalizzarli attraverso la pratica del globale occidentale “meticciato” con un islamismo di mercato insieme ad una nuova società voluta dal barbarismo cattolico.

Infatti cercò di trafiggere l’utopia con questi incisi: “Le società europee in crisi di oggi sono pronte a essere trapassate da pensieri radicali determinati, muniti da un progetto di valori rivoluzionari e portatori di una contestazione completa ma pragmatica e non utopica dell’attuale civiltà mondiale”. Certo, tra Nietzsche ed Heidigger insiste Carl Schmitt con un “romanticismo” della politica che lo condusse sino a Robert Brasillach e a Vintila Horia. Tra i suoi saggi sono da ricordare: “Gli eroi sono stanchi, in “L’uomo libero” numero 14 del 01/04/1983, “La Nuova Società dei Consumi in “L’uomo libero” numero 20 del 01/01/1985, Per l’indipendenza economica in “L’uomo libero” numero 13 del 01/01/1993, La colonizzazione dell’Europa: la soluzione di Prometeo e del Dottor Faust in “L’uomo libero” numero 58 del 01/11/2004, Il Sistema per uccidere i popoli, SEB, Milano 1997,, Archeofuturismo, SEB, Milano 2000, Per farla finita con il nichilismo. Heidegger e la questione della tecnica, SEB, Milano 2007. Una meta politica, la sua, che penetrò la filosofia come universo della filosofia che non può accettare il moderno se non grazie una “archeologia del sapere”  alla Michel Foucault. Non smise mai di sottolineare che “l’uomo europeo a un tempo come il deinatatos («il più audace»), il futurista, è l’essere di lunga memoria. Globalmente il futuro richiede il ritorno dei valori ancestrali, e questo per tutta la Terra”.

Giornalista Pubblicista – Direttore tecnico di agenzia di viaggi e turismo – Writer – Ghostwriter

Direttrice del Blog LitterArtour

Guillaume Faye e quell’incontro in un lontano pomeriggio d’estate a Parigi

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Guillaume Faye e quell’incontro in un lontano pomeriggio d’estate a Parigi

da Manlio Triggiani
Ex: http://www.barbadillo.it 
 
 

Guillaume Faye, uno dei maggiori intellettuali del panorama culturale francese, morto nella notte fra il 6 e il 7 marzo scorsi, aveva lottato a lungo contro un male aggressivo, con coraggio, senza trascurare la scrittura e gli interventi nel dibattito culturale. Diplomato all’Institut d’études politiques di Parigi, aveva conseguito un dottorato in Scienze politiche e fu uno dei maggiori teorici del Groupement de recherches et etudes pour la Civilisation européenne (Grece), e dell’ambiente più tardi noto come Nuova Destra francese, nel periodo compreso fra il 1970 al 1986. In seguito si allontanò per divergenze ideologiche dal laboratorio politico di de Benoist. Era nato ad Angouleme nel 1949 (nella regione Nuova Aquitania) e proveniva da una famiglia dell’alta borghesia parigina. Pubblichiamo il ricordo di un nostro collaboratore.

Quando si aprì la porta della sede del Grece, in un arrondissement popolare di Parigi, mi trovai davanti Guillaume Faye, in camicia e cravatta. “Monsieur Guillaume Faye?” dissi, avendolo riconosciuto. Mi presentai, spiegai che venivo dall’Italia, che ero interessato al laboratorio di idee della Nuova Destra francese e alla loro produzione culturale. Mi fece accomodare ed entrai in un grande ufficio, con un paio di scrivanie al centro, un grosso computer e due signore che stavano lavorando su degli elenchi. Faye fu molto gentile, parlammo un po’ e poi mi condusse in un’altra grande stanza dove c’erano, su tavoli ed espositori, riviste, libri, dépliant, poster.  Parlammo un po’ della situazione culturale e politica in Francia e in Italia. Mi chiese di seguirlo e andammo in una delle stanze meno grandi dell’appartamento, lo studio di Alain de Benoist. Mi presentò il “capo” riconosciuto della Nuova Destra. Lo studio era stretto e lungo, con la scrivania di spalle a una grande finestra e di fronte all’ingresso della stanza. De Benoist era seduto alla scrivania, stava leggendo un quotidiano tedesco. Sul tavolo da lavoro, una pila di libri e giornali francesi, italiani, britannici. Sulla sinistra entrando mi colpì, in una sobria cornice scura appoggiata su un mobile basso, addossato alla parete, una foto in bianco e nero di Alain de Benoist in compagnia di Ernst Jünger e una dedica in tedesco dell’autore delle Tempeste d’acciaio. Faye mi presentò de Benoist e dopo alcuni convenevoli con de Benoist, Faye mi disse che doveva assentarsi per un impegno. Prima di andar via mi dette appuntamento per il giorno successivo, per l’ora di pranzo. Così avremmo avuto modo di parlare.

Il giorno dopo andammo in una brasserie lì vicino, insieme con un suo amico, un certo Michel, probabilmente dell’amministrazione (non si trattava né di Michel Marmin né di Michel Mourlet). Ci sedemmo a un tavolo e Faye cominciò a parlare in maniera fluente in un ottimo italiano, con poche inflessioni. In seguito avrei saputo che la sua amicizia con Giorgio Locchi lo aveva spinto a imparare la lingua di Dante.

Rimanemmo al tavolo per una parte del pomeriggio, dopo la fine del pranzo, e discutemmo quasi sempre della Nuova Destra e di scrittori e di libri. Faye aveva un modo di esprimersi che colpiva, aveva grandi capacità oratorie e discorsive: parlava della strategia della Nuova Destra, del gramscismo di destra, della conquista delle coscienze attraverso il cinema, l’arte, la letteratura, il pensiero politico e citava di volta in volta Nietzsche, Benn, Drieu, Evola, Machiavelli, Hobbes, facendo seguire ragionamenti interessanti, con riferimenti alla filosofia e all’economia. Era accattivante quella forza discorsiva, resa più incisiva da esempi, riferimenti, spiegazioni con paragoni mutuati dalla realtà contemporanea. A esempio, parlava della necessità che l’Europa lottasse contro gli Usa (anni dopo cambiò parere) e mi anticipò che il Grece stava studiando al proprio interno il tema della convergenza teorica fra Europa e Terzo mondo, con riferimenti espliciti al mondo arabo (l’anno successivo, il 1986, uscì il libro di de Benoist, Europe-Tiers monde, meme combat e io pensai a quell’anticipazione di Faye). Alle mie perplessità rispose che si trattava di una alleanza momentanea, “come nei tornei internazionali di calcio – disse – quando si affrontano le varie squadre in ogni girone e qualcuno, di volta in volta, viene eliminato”.

Feci alcune domande sulla sua opera che avevo letto l’anno precedente, Il sistema per uccidere i popoli (Edizioni L’Uomo libero), attacco preciso e ben argomentato contro la globalizzazione, e mi parlò di una nuova edizione che avrebbe preparato arricchendola di ulteriori analisi prevedendo che allora il multiculturalismo era solo all’inizio nell’opera di distruzione svolta contro l’Europa. Mi indicò le riviste italiane che riportavano in traduzione i suoi scritti. Le conoscevo. Parlammo di amici italiani comuni e, quando tornammo nella sede del Grece, mi consigliò due numeri di Nouvelle Ecole, un libro di geopolitica di Jordis von Lohausen, uno di Louis Rougier. Estroso, un diluvio di parole, citazioni, molto colto, mostrava sempre grande energia e partecipazione in quello che diceva, come se ci mettesse un supplemento d’anima nelle cose che asseriva, con uno spirito militante determinato, frutto di un pensiero faustiano, evidentemente nietzscheano, con un sottofondo neopagano, rafforzato da continui richiami alla mitologia greca e romana che amava citare. Amava la tecnoscienza europea che considerava importante se sposata con una visione volontaristica e di destra. Insomma, radici più futuro. Non esitava a utilizzare espressioni polemiche e provocatorie. Era ottimista, nonostante tutto, sul futuro dell’Europa, si considerava un “nazionalista europeo”, in questo forse richiamandosi agli scritti di Drieu che tanto apprezzava.

Ci salutammo e in quell’ormai tardo pomeriggio d’estate uscii dalla brasserie, con il mio pacco di riviste e di libri sotto il braccio. Faye in quell’incontro mi era sembrato differente dal resto degli autori del Grece, certi suoi riferimenti teorici non erano sempre in linea con la Nuova Destra. Almeno quella presentata in Italia dalla Nuova Destra di Marco Tarchi che pure spesso presentava traduzioni dei maggiori teorici della Nd francese. L’anno dopo, infatti, Faye abbandonò il Grece a seguito di polemiche e divergenze su temi di fondo. Una personalità forte, una volontà faustiana, un uomo libero.

Che riposi in pace.

 
 

mercredi, 13 mars 2019

Guillaume Faye : un météore de la pensée vient de s’éteindre

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Guillaume Faye : un météore de la pensée vient de s’éteindre

par Pierre-Emile Blairon

Ex: http://www.bvoltaire.fr

Le 7 mars mourait un penseur français inconnu du grand public : Guillaume Faye. Il n’avait pas 70 ans. Il sera enterré le 13 mars en région poitevine. Nul doute qu’on le classera (les Français ont absolument besoin de mettre une étiquette sur tout et tout le monde) dans les années à venir dans la catégorie des auteurs maudits, de génie mais maudits.

C’était un météore, brûlant sa vie de mille feux. Un météore est un corps céleste qui ne touche jamais terre et qui disparaît en se consumant.

Issu de la grande bourgeoisie, il en rejettera très vite les « idéaux conformistes et matérialistes », comme il le disait lui-même. Dès lors, sa vie sera continuellement en butte aux jalousies et injonctions de rentrer dans le rang ; « les braves gens n’aiment pas que l’on suive une autre route qu’eux », chantait Georges Brassens. Il faut dire que Guillaume Faye n’a rien épargné aux bourgeois et aux censeurs ; il avait le sens inné de la provocation ; il l’avait revendiqué lors de sa dernière apparition télévisée : « Vous me reprochez mes provocations, mais je suis là pour provoquer » ; Guillaume Faye était un messager des forces divines dont la mission consistait à réveiller les esprits européens ramollis par des années de repentance imposée ; il avait créé un terme pour définir cette démission : « l’ethnomasochisme ».

Il était un orateur brillant et passionné, dont le discours souvent improvisé était marqué par des fulgurances géniales qu’il découvrait en même temps que le public et dont il s’émerveillait lui-même. Cette capacité de réinventer le monde à chaque instant, de s’adapter à ses aléas et de s’insérer harmonieusement à son mouvement perpétuel constitue l’un des grands caractères de la culture celte dont Jean Markale avait si bien perçu les contours. Guillaume Faye était né à Angoulême, en pays charentais, pays des Santons et des Pétrocores.

Il n’en allait pas autrement avec la rédaction de ses livres ; sa pensée suivait très exactement l’évolution de la situation et il réagissait comme un général sur un champ de bataille qui maîtrise l’ensemble des paramètres minute après minute et qui prend des décisions que la plupart de ses subordonnés ne comprennent pas. Ses lecteurs ont souvent été désarçonnés par ce qu’ils croyaient être des revirements ; il n’en était rien ; Guillaume Faye se portait à l’assaut exactement là où les défenses faiblissaient et avaient besoin de renfort.

Guillaume Faye s’est constamment battu pour une renaissance européenne, pour la culture, le génie et le patrimoine européens patiemment forgés tout au long des millénaires ; son combat n’était pas lié aux contingences nationales mais à la pérennité de l’Europe dont les peuples constituaient les diverses facettes d’un substrat commun. Il avait repris, pour mener à bien cette mission, la maxime de La Rochefoucauld : « Fais ce que dois, advienne que pourra ».

Comme tous les hommes hors du commun, Guillaume était un homme simple, complètement dépourvu de vanité, il ne se prenait jamais au sérieux – son sens de l’humour et ses blagues étaient devenus légendaires -, mais il affirmait avec force et persuasion ses convictions qu’on pouvait ne pas complètement partager.

Guillaume Faye ne se définissait pas comme un intellectuel ou un philosophe, il était le porteur, le messager, modeste mais talentueux, d’une cause qu’il avait à cœur de défendre ; il n’était pas plus un « rebelle », qualificatif souvent revendiqué – sans grand danger – par des bien-pensants velléitaires. On le définirait plutôt comme un conservateur-révolutionnaire dont – autre terme qu’il a inventé – le concept « d’archéofuturisme » pouvait représenter la singularité.

Il restera pour ses amis le généreux et jovial compagnon dont ils auront essayé de préserver, tant bien que mal, la fragile mais flamboyante destinée.

mardi, 12 mars 2019

Hommage à Guillaume Faye par Thierry Durolle

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Hommage à Guillaume Faye

par Thierry Durolle

Guillaume Faye vient de rejoindre la grise escadre des oies sauvages. Son départ pour d’autre aventures ne fut pas un choc, du moins pour beaucoup d’entre nous, qui l’avions vu dépérir physiquement vidéos après vidéos. Ainsi je ne fus pas surpris quand mon camarade et ami Robert Steuckers me révéla l’ampleur réel des dégâts. Comme bien trop souvent dans ces cas-là, ce n’était plus qu’une question de temps.

Je refuse néanmoins de garder l’image d’un homme affaibli. Au contraire, et bien que n’ayant jamais eu la chance de le rencontrer, l’impression qu’il me donnait, en vidéo ou sur papier, était celle d’une énergie, d’un volcan bouillonnant, d’un type animé par un feu sacré -celui-là même que nos peuples en dormition ont laissé s’éteindre dans leurs foyers. Même mort, Guillaume Faye me donne toujours cette impression. Elle réchauffe les cœurs dans les moments de doute.

A l’instar d’un Dominique Venner, certes dans un style bien différent, Guillaume Faye suscitait l’admiration. Il n’était pas juste un intellectuel de plus au sein de la Droite radicale, encore moins un compilateur ou un recenseur. Faye était un créateur (notamment de concepts), incarnation de l’esprit faustien, doué d’une curiosité et d’un talent qui ont de toute évidence fait des jaloux. Personne d’autre que Guillaume Faye aurait pu écrire L’archéofuturisme, son livre le plus important à côté du Système à tuer les peuples et La colonisation de l’Europe.

Inutile de s’appesantir sur un parcours qui fit couler beaucoup d’encre et baver de nombreuses limaces. Ces dernières oublient trop souvent – voire volontairement – que le quatrième âge n’épargne rien ni personne. Du point de vu des idées, ses prises de position quant au sionisme n’étaient pas les miennes. Et il est vrai que son avant-dernier livre le faisait passer à mes yeux pour un idiot utile d’une cause qui, non seulement n’est pas la nôtre, mais qui s’y oppose farouchement. Quant à son libéralisme, un brin crédule, il était la porte ouverte au pire de la société marchande.

gf-globalcoup.jpgCes points de désaccord ne suffisaient pas à rendre le personnage infréquentable et persona non grata. Ce qui me liait avant tout à Guillaume Faye, c’était son combat pour sauver notre civilisation, c’est-à-dire avant tout la race blanche. On aura beau nommer nos enfants et nos petits-enfants Sigurd ou Leonidas, et leur transmettre tout notre patrimoine d’Européens, comment pourrons-nous nous reconnaître en eux si nous avons affaire à des métèques et des mulâtres ? Je voue à Guillaume Faye un immense respect pour être resté fidèle à cette cause primordiale, à savoir défendre notre droit à demeurer ce que nous sommes.

Une page vient de se tourner avec la disparition de Guillaume Faye. Celui-ci, j’en suis convaincu, appartient dorénavant non pas à notre histoire, mais à l’Histoire. Le flambeau qu’il a emprunté aux Dieux (par défi?) est maintenant entre nos mains. Lourde responsabilité. Je me tourne vers mes enfants, la torche à la main. Leur transmettre ce feu sacré qui animait Guillaume Faye, les éclairer sur ces sentiers qui mènent parfois à la perdition et surtout, leur donner envie de tout brûler, comme Surtr, pour purifier ce monde vermoulu afin qu’un nouvel Âge d’Or fasse son apparition, voilà ma façon d’honorer la mémoire de cet homme.

Guillaume Faye marche avec nous !

 

Vaj: “Vi racconto Guillaume Faye, esteta armato per l’Europa libera”

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L’intervista. Vaj: “Vi racconto Guillaume Faye, esteta armato per l’Europa libera”

Stefano Vaj

Ex: http://www.barbadillo.it

Ricordare Guillaume Faye senza retorica, ma andando al fondo delle tesi intellettuali che hanno caratterizzato l’opera del pensatore francese: è questo il senso dell’intervista che Barbadillo ha realizzato a Stefano Vaj, noto professionista milanese legato allo scrittore transalpino, dal 2001 docente di diritto delle nuove tecnologie all’università di Padova, già collaboratore di quotidiani e periodici disparati, dalla Gazzetta Ticinese a Rinascita alla Padania, da Nouvelle Ecole a The Ring a l’Uomo libero, con vari saggi ed articoli in materia di movimento delle idee, metapolitica e divulgazione scientifica, che si affiancano ad un’altrettanto intensa attività di conferenziere e traduttore. Già segretario del circolo culturale futurista Quarto Tempo e responsabile per l’Italia del Sécretariat Etudes et Recherches del GRECE, è autore tra l’altro di: Biopolitica. Il nuovo paradigma (SEB, Milano 2005), Indagine sui diritti dell’uomo. Genealogia di una morale (LEdE, Roma 1985), La tecnica, l’uomo e il futuro (l’Uomo libero, Milano 1984), L’uomo e l’ambiente (l’Uomo libero, Milano 1982), Legalità e legittimità nell’ordinamento giuridico italiano (ContrOpinione, Milano 1980).

Stefano Vaj, quando ha conosciuto la prima volta Faye?

“Ho conosciuto Guillaume Faye a Parigi nel 1978, durante l’undicesimo congresso annuale del GRECE, il Groupement de Recherche et Etudes pour la Civilisation Européenne, e mi colpì subito l’incredibile passione e vitalità che metteva sia nella lettura di un intervento scritto nell’atmosfera ovattata di un palazzo dei congressi, sia in ciò scriveva, in cui la formazione nietzschana che è uno dei nostri tratti comuni lo portava a ricercare soprattutto l’apertura di nuove piste, la rilettura mobilitante della realtà. I rapporti si rafforzarono poi sia nell’occasione delle università d’estate dell’associazione di cui è stato animatore, e in cui abbiamo passato innumerevoli ore a discutere dei temi più diversi, sia delle mie visite a Parigi, all’epoca molto frequenti, nel quadro dell’attività del Sécretariat Etudes et Recherches da cui è nata l’idea di tradurre in italiano Il sistema per uccidere i popoli (https://guillaumefayearchive.wordpress.com/2007/07/14/il-sistema-per-uccidere-i-popoli/), un testo pubblicato prendendo “per stanchezza” i curatori di Copernic, la casa editrice di Alain de Benoist, e che pure influenzerà drasticamente lo scenario intellettuale europeo indicando con quarant’anni di anticipo nella globalizzazione oligarchica e nella distruzione di sovranità e culture il vero tema cruciale della nostra epoca”.

E’ incasellabile nella categoria degli esteti armati?

“Sicuramente nell’opera e nella attività di Faye non c’è una singola riga o frase o pensiero che non abbia un senso militante, uno scopo polemico, una valenza strategica ai fini non del fatto di comprendere il mondo, ma di cambiarlo. Per usare un’altra espressione tipica marxista, per Faye l’attività intellettuale si risolve nel brandire l’arma della critica per definire il “che fare”. La domanda implicita è: in cosa pensare in un modo diverso ad un certo processo storico, all’eredità di un autore, ad un fenomeno culturale, ad un trend sociale, può essere utile in funziona ad un certo progetto? Su cosa dobbiamo puntare? Tutto il resto semplicemente non gli interessava, in particolare l’erudizione compiaciuta o l’accuratezza filologica o lo specialismo erano mille miglia lontane dalle sue preoccupazioni. E alla base di questo c’è sempre stata una fondamentale intuizione estetica a favore di tutto ciò che rappresenta superamento di sé, affermazione titanica, sfida di civiltà, ricchezza nella diversità… Un tratto che trascende l’attendibilità o meno delle singole varie prese di posizione vulcanicamente generate, ma che non esitava a rimettere in discussione specie nel confronto con chi, come vale anche per me, condivideva la suddetta Weltanschauung e sensibilità fondamentale”.

Il suo contributo alle idee della nuova destra?

“Guillaume Faye è stato l’unico esponente del GRECE che non provenisse da qualche ambiente della destra francese, fascista o antifascista, moderata o estrema, centralista o autonomista, colonialista, bonapartista o legittimista o liberale che fosse. Ha certo subito, senza entusiasmo ma disciplinatamente, la decisione dell’associazione (con il senno del poi più o meno suicida) di accettare la definizione di Nouvelle Droite e rinchiudersi in un recinto da cui era condannato a parlare, nella migliore delle ipotesi, solo a metà della società francese ed europea, e non necessariamente la migliore, rendendo più facile la propria marginalizzazione. Ma Faye ha sempre coltivato a livello personale e informale relazioni con contatti intellettuali molto più trasversali, e la sua opera è stata a lungo poco criminalizzabile, venendo talora, come nel caso di NSC, La nuova società dei consumi (https://guillaumefayearchive.wordpress.com/2007/07/14/nsc-la-nuova-societa-dei-consumi/), ripresa anche da ambienti di estrema sinistra, o nel caso di Nouveau Discours à la Nation Européenne da ambienti gollisti e sovranisti ante litteram – cosa che cambierà solo nel momento in cui comincerà ad occuparsi dell’immigrazione di massa come sfida esistenziale alla sopravvivenza dell’Europa, divenendo allora popolare in ambienti di destra classica che del suo pensiero per altro hanno sempre capito poco. Perciò direi che il suo contributo non si è certo limitato alle idee della Nuova Destra, anzi. Rispetto alla nuova destra stessa diciamo che ne ha ritardato la deriva talora accademica, talora neoprimitiva, talora misticheggiante, insistendo su un approccio futurista ed iconoclasta, oltre che tecnofilo, ai problemi della nostra società”.

L’attualità di Archeofuturismo?

“Archeofuturismo, il libro del “ritorno sulla breccia” di Faye alla fine del novecento dopo una sparizione decennale, è soprattutto un bilancio sui limiti e sugli equivoci dell’esperienza della Nouvelle Droite, ed è un’apertura sulle questioni e sulle sfide più immediate del mondo che conosciamo tuttora, dalle prospettive transumaniste aperte dalla tecnologia moderna alla minaccia della fine della storia e dell’instaurazione di un melting pot mondialista. Mentre lo scenario disegnato nella novella “archeofuturista” che conclude il libro, e che mette in scena a Milano un mio ipotetico… discendente diretto (!), è stata presa erroneamente come una sorta di utopia raffigurante l’unica alternativa probabile o desiderabile al Brave New World che incombe, in realtà non si tratta d’altro che di un gioco intellettuale per dimostrare la possibilità di dare una risposta non passiva, difensiva, e sterilmente reazionaria, alle trasformazioni in corso, in cui ad ogni problema e ad ogni rischio corrisponde dal punto di vista di Faye anche una opportunità., che non conoscevamo prima. L’attualità di Archeofuturismo perciò direi che è soprattutto metodologica. Ed è comunque un libro pertinente e interessante anche rispetto alla situazione del 2019″.

gfaffiche.jpgAveva stroncato il gesto del gendarme Beltrame, morto per fermare un islamista. Che ne pensa?

“Sono fondamentalmente d’accordo. Nell’episodio (http://www.gfaye.com/lofficier-arnaud-beltrame-etait-un-bon-militaire-et-un-exemple-ni-lun-ni-lautre/), un gendarme francese si è offerto come vittima sacrificale ad un jihadista per salvare la vita di un civile, lasciandoci prevedibilmente la pelle e non “fermando” proprio nessuno. Ciò che da esponente del “romanticismo d’acciaio” aborre Faye dell’episodio, o meglio della narrativa retorica che ad esso ha fatto seguito, è lo spreco di buoni sentimenti per quello che va considerato come un totale fallimento militare e propagandistico nei confronti del jihadismo; laddove semmai sarebbe lo spirito combattivo, la capacità tecnica e la volontà di resistenza che andrebbero additati come obbiettivi ed esempi”.

Cosa resta della testimonianza di Faye?

“Resta certamente la sua abbondante anche se non alluvionale produzione scritta, di cui assolutamente sottovalutata è la parte meno immediatamente “politica” ma altrettanto e più provocatoria, come Per farla finita con il nichilismo (https://guillaumefayearchive.wordpress.com/2007/07/14/per...), analisi non troppo attendibile quanto geniale del pensiero di Heidegger, o Futurismo e Modernità (https://guillaumefayearchive.wordpress.com/2010/01/21/fut...). E ancora e soprattutto l’esempio e l’influenza che ha esercitato sulle persone che hanno avuto la ventura di conoscerlo. I miei due libri principali, Indagine sui diritti dell’uomo (http://www.dirittidelluomo.org/) e Biopolitica. Il nuovo paradigma (http://www.biopolitica.it/) non sarebbero mai usciti o sarebbero stati completamente diversi senza lo stimolo rappresentato dal pensiero e dagli scritti di Faye. Un terzo testo che mi ha procurato qualche noia, anche per l’idea colorita di chi l’ha originariamente pubblicato di intitolarlo Per l’autodifesa tecnica totale, è costituito pressoché interamente da una discussione serrata, e in gran parte critica, di La colonisation de l’Europe, saggio per cui Faye è stato condannato, il cui anti-islamismo primario tuttora non condivido, ma che rappresenta tutt’oggi un testo fondamentale con cui confrontarsi nel discutere di immigrazione extraeuropea nel nostro continente”.

@barbadilloit

Remembering Guillaume Faye with Jared Taylor

Interregnum

Remembering Guillaume Faye with Jared Taylor (S03E06)

 
 
Jared Taylor joins us to commemorate the life and work of Guillaume Faye. Jared, to whom Faye’s last published book is dedicated, discusses Faye’s life, work and irrepressible spirit.
 
 

Guillaume Faye, Rest in Peace

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Guillaume Faye, Rest in Peace

Jared Taylor,

American Renaissance, March 11, 2019

Ex: https://www.amren.com

We have lost a brilliant and impassioned champion for our people.

Guillaume Faye died during the night of March 6 and 7. I knew he was battling cancer and that the end was near, but it was still a great shock to know that his fiery spirit had finally flickered out. It was my great privilege to have known Faye for more than 15 years; our movement has lost one of its most powerful voices, and I have lost a friend. I know no one who spoke for our people with more passion, insight, and conviction.

Faye was born in 1949 in the southeastern French city of Angoulême, to a middle-class family that was conservative, even Bonapartist. He would later note that the natural trajectory of his thinking was from French chauvinism to a pan-European patriotism that included whites wherever they live.

Faye and I attended the same school—the Paris Institute of Political Studies—though he was five years ahead of me and we did not know each other. While in school, he was already one of the key figures in the Study and Research Group of European Civilization—the French acronym, GRECE, means “Greece”—which is associated with the New Right philosopher Alain de Benoist. As a GRECE member from 1970 to 1986, he not only contributed to publications such as Éléments and Nouvelle École, but wrote two important books: Le Système à tuer les peuples (The System that Kills Peoples, 1981) and Nouveau discours à la nation européenne (New Discourse to the European Nation, 1985). Already in the early 1980s, Faye was writing about the impending death of Europe and how to save it. Even though Third-World immigration was a fraction of what it is today, he argued that non-Europeans must return to their homelands.

Nevertheless, at this time, Faye also believed that cultural and economic dominance by the United States was the greatest threat to Europe, and he proposed an alliance between Europe and the Muslim world to fight American influence. He saw the Islamic republic of Ayatollah Khomeini as a possible model for fundamentalist European nationalism and as an ally against American hegemony.

Faye broke with GRECE in 1987, mainly because he thought its leaders were too often lost in abstractions and refused to grapple with real problems. Faye then spent a period of nearly 10 years as a pop journalist and radio personality. His byline—sometimes his own, sometimes a pen name—appeared in center-right publications such as Figaro-Magazine, Paris-Match, Magazine-Hebdo, and Valeurs Actuelles. He was a popular DJ on the start-up radio station, Voice of the Lizard, and adopted the name of Skyman when the station went on to become the commercially successful Skyrock. He was a joker and prankster, and seemed to have left politics behind.

Guillaume Faye as Skyman, and in the photo to the right.

gf-sky.jpgDuring the 1990s, Faye wrote or co-wrote pop-culture titles. He was a pick-up artist well before anyone had heard of the manosphere.

Faye has never denied that he was something of a libertine in this period. He drank hard, took drugs, and even appeared in a few pornographic movies. But by the time I met him in 2003, he had returned to his true love: fighting for Europe. He had burst back onto the nationalist scene with Archeofuturism (1998), The Colonization of Europe (2000), and Why We Fight (2001). These three books alone would have secured him an honored place in our movement but, of course, he went on to write many more.

I will never forget our first meeting. Because I speak French and had visited France several times, I had met many of the great figures in French nationalism, but Faye was the one who most impressed me from the start. Sixteen years ago, even ardent French patriots hesitated to talk openly about race. Europeans can make ethnic/nationalist appeals without raising the vexed question of race, whereas Americans cannot. For us, cleavages are inescapably racial.

Faye understood race. He knew that European identity was both cultural and biological, and he welcomed me unreservedly as a fellow European fighting for our people. At the same time, I was struck by Faye’s erudition, the power of his mind, his facility for words, and his unwavering commitment.

Three years later, I invited Faye to what was his first appearance before an American audience. He spoke at the seventh American Renaissance conference, where his subject was “The Threat to the West.” He also spoke in 2012, on a theme that came to be one of his favorites: “America and Europe: Brothers in Arms.” Some in the audience struggled with his French accent, others were charmed by it, but everyone was caught up in his passion for our people.

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In Europe, Faye became one of the most important intellectual leaders of the identitarian movement, which first took root in France, and is helping create a pan-European loyalty to the West. Identitarians from all over Europe are always present in the torchlight parades that mark the nationalist, independence-day celebrations that are especially popular in Eastern Europe.

Faye long ago discarded the view that Islam could help Europe resist America. At a 2006 conference in Moscow on “The Future of the White World,” he instead proposed a “Eurosiberian” federation for white nations. He called for the resurrection of the ancient Latin concept of the “Septentrion,” or a northern “ethnosphere” of white people.

In his personal life, Faye was a proponent of free sexual expression, which he sometimes linked to pre-Christian forms of morality. He identified with the spirit of paganism without being part of any movement to revive it as a living religion. Faye did not, however, limit his alliances. He was happy to make common cause with traditional Christians, royalists, young Catholics, neo-pagans, and even Americans if they shared his love for Europe and the people who created it.

In 2010, Arktos Media began translating Faye’s books into English, and now offers eight titles that cover the breadth of his work since Archeofuturism. Now the entire English-speaking world can marvel at Faye’s rhetorical power and mordant insights. Faye finally has the global audience he deserves, and distinctive Faye expressions such as “ethnomasochism,” “xenophilia,” devirilization,” and “archeofuturism” are now part of a world-wide vocabulary of racial consciousness.

Arktos will soon be publishing an English translation of Faye’s latest book, Racial Civil War. Faye asked me to write a preface for the original French version, which has just appeared. Our last conversations were by telephone from his hospital bed. I thanked him for the opportunity to render a final service to a brilliant man who threw himself into the greatest struggle of our time, and I was reassured to know that in his last days he was warmly cared for by family and by comrades young and old.

Racial Civil War is Faye at his most powerful and eloquent. He warns that Europe has only two choices: submission or racial civil war. His beloved France is at the center of the book, but Faye’s pitiless dissection of the servile mentality of French elites applies word for word to every white country from Germany to Canada to New Zealand. Racial Civil War is the final blast of a mighty trumpet, a glittering capstone to a life of struggle and commitment.

Faye dedicated this book to me and to my dear friend Sam Dickson, a Faye “co-combatant” of 40 years. This dedication underscores Faye’s conception of the global dimension of our fight, and his recognition that not all Americans are part of “the system that kills peoples.”

I will close with words from Faye’s introduction to Racial Civil War, which reflect the clarity and intensity of his commitment to France:

The autochthonous people—let us use the word, THE WHITES—live in exasperated misery, dispossessed in their own land. An unexpected spark could unleash righteous self defense and, at last, a counter-offensive. I don’t just talk about such a will to survive; I wish it.

The first duty of an intellectual is to be honest with his readers. . . . Yes, I want my people to rise up, to rekindle the pride they should never have lost, and to go on to final victory. I want this more than anything.

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Jared Taylor is the editor of American Renaissance and the author of White Identity: Racial Consciousness in the 21st Century.

Manifeste pour une vraie renaissance européenne

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Manifeste pour une vraie renaissance européenne

par Thomas Ferrier

Ex: http://thomasferrier.hautetfort.com

Prolégomènes.

Emmanuel Macron dans une tribune a évoqué une renaissance européenne. Pour qu’il faille une renaissance européenne, il faudrait déjà préciser en quoi il y a décadence. Or son propos passe sous silence tous les maux qui rongent l’Europe et tous les périls qui s’annoncent. Sa « renaissance » n’est qu’un linceul blanc posé sur le corps de l’Europe en voie d’agonie.

Les maux qui rongent l’Europe ? La dénatalité endémique qui ravage notre continent. Les flux migratoires de substitution, issus notamment des anciennes colonies et/ou des sociétés islamiques, qui la dénaturent, engendrant crise identitaire et crise sécuritaire sur le sol de l’Europe. Les périls qui s’annoncent ? Que les Européens (Russie incluse) finissent minoritaires sur leur propre sol au cours du XXIème siècle. Que leur civilisation s’éteigne. Quels autres maux ? La guerre froide larvée entre l’Europe et la Russie, par le biais de la stratégie américaine de division des Européens, jouant les uns contre les autres, et d’encerclement de la Russie par des états hostiles.

La tutelle américaine, par le biais de l’OTAN, par le biais aussi de son influence diplomatique et culturelle, et enfin par la menace de sanctions économiques contre nos entreprises si elles ne jouaient par son jeu, a même contraint les Européens à exercer des sanctions économiques contre la Russie. Pire, nos dirigeants vont encore plus loin dans la soumission aux USA, au point de souhaiter une domination encore plus forte en soutenant les interventionnistes du parti démocrate au lieu de préférer profiter de l’isolationnisme de Trump pour se libérer de leur tutelle.

Illusions et mensonges.

Lorsque ces périls ne sont pas purement et simplement niés par nos dirigeants, et même lorsqu’un constat honnête, comme la déclaration d’Angela Merkel sur l’échec de la société multiculturelle, est énoncé, qui n’est pas le moins du monde suivi d’actes ou qui est démenti dans les faits quelques mois après pour accueillir des centaines de milliers de migrants, ils sont ignorés. Dans la tribune d’Emmanuel Macron, pas un mot n’est consacré à l’immigration ou à l’islam.

Les mondialistes qui nous dirigent ne veulent rien changer à leur gouvernance mais ils veulent renforcer les moyens de museler l’opposition. Au nom des droits de l’homme, ils restreignent les libertés du peuple. Le projet Macron pour l’Europe se limite à créer des gadgets institutionnels supplémentaires, parfaitement inutiles et sans doute destinés à récompenser ses affidés en créant des postes bien rémunérés grâce à nos impôts. C’est l’Europe de l’impotence et de la stagnation. L’Europe politique est renvoyée aux calendes grecques. Aucune avancée significative n’est proposée. Il s’agit seulement de l’empêcher. Macron consolide ainsi l’aspect technocratique et mondialiste de l’Europe en créant des institutions parasitaires et en fermant l’horizon d’une véritable renaissance.

Les souverainistes en face, s’ils nient moins ces périls, les placent de toute façon au second plan au nom de leur obsession économique consistant à tout voir par ce seul prisme, rassurant car il ne demande pas le courage politique que serait celui consistant à dénoncer le péril migratoire. Le péril pour eux vient davantage du voisin européen qu’ils regarderont en chiens de faïence, que de l’immigration extracontinentale et de ses conséquences. Ils restent dans un cadre politique qui était celui d’une Europe qui pesait 25% de l’humanité et qui dominait les trois-quarts de la planète. Les temps ont changé mais ils ne veulent pas le voir, de peur de devoir franchir des Rubicons idéologiques qu’ils refusent par nostalgie incapacitante. Ils prêtent à une UE impuissante un pouvoir exorbitant, exonérant à bon compte les gouvernements de leurs responsabilités, et accusent l’euro de tous les maux. Que l’immigration post-coloniale ait été organisée en France depuis 1946, au Royaume-Uni depuis 1948 ou en Allemagne depuis 1963, sans le moindre rôle joué par la CEE puis par l’UE, ne les intéresse pas. Ils rêvent justement de renvoyer au voisin européen le dernier migrant entré.

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Notons enfin que l’émergence des populismes et des nationalismes centrifuges est d’abord un symptôme de l’échec de cette Union européenne là et des principes qui la président depuis l’origine. Il ne faut donc pas s’opposer à eux par principe mais prendre acte du fait que leur existence est le reflet de politiques désirées par les peuples européens et que l’oligarchie leur refuse par dogme mondialiste, et notamment du rejet croissant des flux migratoires par ces mêmes peuples, à qui les premiers flux de travail depuis les années 50 avaient été présentés comme temporaires et dont la pérennité n’a jamais été ni désirée ni acceptée.

Trois pactes pour le salut et l’avenir de l’Europe.

Au plus tôt…

Un pacte de liberté.

Un pacte pour finaliser la décolonisation et émanciper réellement les anciennes colonies. Commençons par émanciper complètement les départements et territoires d’outre-mer afin d’affirmer notre destin européen et de rendre la souveraineté à des peuples dont l’identité est autre.  Abandonnons le franc CFA et les politiques de francophonie, d’anglophonie et de lusophonie. Si l’identité de l’Europe nous importe, nous devons admettre que l’identité de l’Afrique importe aux Africains et la respecter.  Dans ce cadre, les pays émetteurs de flux migratoires de l’Afrique vers l’Europe doivent aussi respecter notre identité et encourager leurs ressortissants expatriés à retourner dans leur pays. Pour ce faire, il faut bien sûr que l’Europe agisse en cohérence en coupant l’appel d’air et en arrêtant les pompes aspirantes, en recentrant ses politiques publiques sur ses propres citoyens. L’Europe se désengagera totalement des affaires africaines et arrêtera d’influencer les politiques de ce continent.

L’avenir de l’Europe n’est pas lié à celui de l’Afrique et réciproquement. L’avenir des Européens est en Europe et l’avenir des Africains est en Afrique. Liberté pour les uns comme pour les autres de demeurer eux-mêmes sur la terre de leurs ancêtres.

Un pacte d’égalité.

Les Européens doivent assumer leur destin par eux-mêmes sans la tutelle d’une puissance étrangère qui se veut amie mais qui les oppresse notamment depuis la chute du bloc soviétique. L’OTAN aurait dû disparaître en 1991 au moment où l’URSS redevenait la Russie et où Gorbatchev proposait de faire de l’Europe une « maison commune ». Il est donc temps que l’Europe dénonce le traité de l’Atlantique-nord et bâtisse une véritable armée européenne indépendante. La présence des forces américaines en Europe, qui déstabilise notre relation avec la Russie et aliène notre souveraineté, doit cesser. A terme, cette armée européenne intégrera jusqu’à l’armée russe.

Ce pacte d’égalité, c’est que l’Europe sera respectée par les USA comme un égal, que les USA ne mèneront pas de rétorsions économiques contre l’Europe sans réponse en retour de sa part, qu’ils respecteront notre richesse culturelle, dont ils s’inspirent pour leur cinéma du fait de leurs origines européennes, et qu’un cinéma européen digne de ce nom, qui reste à rebâtir, sera accueilli aussi largement aux USA que le cinéma américain l’est en Europe.

Un pacte de fraternité.

Nous refusons cette guerre froide larvée entre l’Union européenne et la Russie qu’attisent tactiquement les USA. Nous proposerons donc un pacte de fraternité à l’ensemble des pays de l’Europe orientale et en particulier à la Russie. Mais nous tiendrons compte aussi des légitimes inquiétudes des pays d’Europe centrale qui ont subi jadis le joug du bolchevisme, qu’ils confondent à tort avec la Russie.

Il s’agira dans le cas des pays baltes de rassurer ces derniers sur leur identité en encourageant la Russie à faire revenir les russophones de ces pays, dont la présence trop forte attise une russophobie nocive, et dans ce cadre l’Union Européenne devra engager un plan d’investissement économique important en partenariat avec la Russie.

Toutes les sanctions économiques contre la Russie, qui en plus nuisent à l’économie ouest-européenne, seront levées et les visas entre l’Union Européenne et la Russie, comme avec l’Ukraine et le Belarus, seront levés. Une réconciliation Ukraine/Russie sous l’égide de l’Union européenne, à partir de la situation établie, sera engagée. Un plan européen d’action économique sur le Donbass, qui restera en Ukraine, sera mis en place.

A terme, l’intégration complète à une Union européenne refondée de manière simultanée de l’Ukraine, du Belarus et de la Russie, est envisagée comme un objectif fondamental. Nous n’avons pas à craindre l’élargissement de l’Union européenne à des pays européens, que ce soit ceux des Balkans occidentaux, Serbie en tête, ou que ce soit ceux de l’Europe orientale.

Une vraie ambition pour l’Europe.

A plus long terme…

Une Europe unie et démocratique.

L’Union européenne sera réorientée dans un sens démocratique et toutes les institutions non élues seront abrogées. Les deux conseils et la commission de Bruxelles seront supprimés. Le parlement européen de Strasbourg deviendra l’institution principale de cette Union refondée. A partir de lui, sera proposée une véritable constitution européenne aux citoyens d’Europe, qui permettra de doter le continent européen d’institutions démocratiques fortes.

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Cette Union européenne refondée sera une « nouvelle Athènes ». Une nationalité européenne définie par l’ascendance sera instituée afin de pérenniser l’identité native de l’Europe et de garantir un espace européen de libertés, de droits et de devoirs, entre personnes ayant un destin commun par leur origine commune. Une présidence élue au suffrage universel direct sera institué. Un sénat européen représentera les régions et les nations d’Europe.

L’euro deviendra la monnaie nationale de l’Union européenne puis de l’Europe unie. Il sera contrôlé par la Banque nationale européenne (ex-BCE) elle-même pilotée par le ministère européen des finances. Le budget européen se substituera intégralement aux anciens budgets nationaux, permettant ainsi une politique de meilleure répartition de la ressource en Europe et des économies d’échelle massives. La bonne gestion budgétaire impliquera un plan européen d’économies sur toutes les dépenses supplémentaires de nature « humanitariste » que l’Europe s’est imposée à elle-même pour plaire aux globalistes et sur toutes les dépenses liées à la question migratoire et qui n’auront plus lieu d’être.

Une Europe unie et identitaire.

Il s’agira d’affirmer le caractère européen de l’Europe et de toutes les nations et régions qui la composent, l’Europe elle-même étant considérée comme une nation par l’unité de peuplement et de civilisation qui la caractérise depuis des millénaires.

Il faudra également empêcher la propagande consistant à encourager l’aliénation et le remplacement de l’Europe, à laquelle on opposera une grande politique continentale de réaffirmation identitaire.

Par le biais de la nationalité européenne et des droits et devoirs exclusifs dont disposeront ses détenteurs, des politiques encourageant des logiques remigratoires seront mises en place afin de garantir le caractère européen de l’Europe pour l’avenir et démentir ainsi les prospectives sombres annoncées pour l’Europe au cours du XXIème siècle selon les paradigmes actuels.

Il s’agira enfin de relancer la natalité européenne et non d’encourager une natalité de substitution. La détention de la nationalité européenne conditionnera les aides sociales et les allocations en ce domaine, mais aussi dans le domaine de l’emploi et de l’éducation.

Une Europe unie et continentale.

L’objectif est que l’Europe soit unie, dotée de son Etat unitaire stratège et de son gouvernement légitime, sur un espace compris entre l’Islande et la Russie. Aucune nation d’Europe, aucun peuple d’Europe, ne sera laissé à nos portes.

En revanche, les pourparlers d’adhésion avec la Turquie, même s’ils sont actuellement au point mort, seront officiellement abandonnés.

Cet espace continental unitaire respectera les identités de chaque région et nation historique par l’adoption d’un principe de subsidiarité identitaire et si la liberté de circulation à l’intérieur de cet espace sera absolue, le droit d’installation en revanche sera conditionné à l’acceptation pleine et entière au préalable des habitants, au niveau de la cité ou de la région. Les cultures d’Europe n’ont pas vocation à disparaître par fusion mais au contraire à se renforcer mutuellement.

Conclusion.

Il est temps d’engager une véritable renaissance de l’Europe en osant doter cette dernière des institutions européennes puissantes et efficaces dont elle manque cruellement, et d’affirmer une souveraineté européenne réelle, qui ne se limite pas à des paroles mensongères de politiciens en berne dans les sondages.

Ce n’est pas par des petits pas ou par des déclarations que l’Europe s’unira mais par une volonté politique de fer, une vision d’avenir, et le soutien des Européens, alors réveillés et convaincus. Pour que l’Europe en 2050 soit toujours l’Europe, il faut l’unir mais sur les bonnes bases et la doter d’une tête et d’un cadre.

Pour l’Europe éternelle, pour l’Europe européenne, agissons et forgeons à nouveau notre destin en hommes libres, en Européens !

Thomas FERRIER (Le Parti des Européens)

lundi, 11 mars 2019

Pierre Vial: Salut Guillaume !

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Salut Guillaume

Eté 1973, en forêt bourguignonne. Le camp d’été d’Europe Jeunesse se termine par un raid destiné à initier nos jeunes camarades, tous citadins, à la magie de la forêt. En fin de journée je fais le compte des troupes, arrivées échelonnées au point de rendez-vous. Il manque un homme. J’épluche la liste des effectifs et fais l’appel. Le manquant est un certain Guillaume Faye. Alors que la consigne, stricte, que j’avais donnée à chaque patrouille était qu’on ne laisse, jamais, quelqu’un derrière soi, il a disparu sans que personne ne le remarque, comme un feu follet. L’image me restera ensuite en tête : Guillaume, un feu follet.

Je suis parti à sa recherche, craignant qu’il ait eu un accident l’immobilisant en terrain isolé. Rien. Pas une trace. Je m’apprêtais à mobiliser un maximum d’effectifs pour organiser les recherches quand j’ai vu arriver au point de rendez-vous un gars épuisé, hirsute. Il m’a dit avoir voulu prendre un raccourci et s’être perdu… Je l’ai envoyé manger et dormir car il en avait grand besoin. J’ai voulu, le lendemain, mieux connaître cet étrange gars. Et j’ai découvert quelqu’un dont les paroles ont révélé un esprit curieux de tout, d’une intelligence aigüe. J’ai donc fait en sorte, fidèle à ma vocation de pêcheur d’âmes, qu’il travaille, très vite, dans le cadre du Secrétariat Etudes et Recherches du GRECE, où ses talents ont fait merveille. Peut-être trop au goût de certains egos surdimensionnés, à qui il faisait (sans le vouloir) de l’ombre. Lesquels ont fini par écoeurer Guillaume, qui a pris le large, à peu près au moment où j’en fis autant, en 1986.

Mais tout au long de son passage au GRECE Guillaume avait donné toute la mesure de son talent, qui était grand. Agitateur d’idées, créateur de concepts originaux et dérangeants, animateur hors pair alliant de solides connaissances et un humour dévastateur, Guillaume a été, pour beaucoup de jeunes camarades, un éveilleur au plein sens du terme. Et il avait un sens de l’amitié toujours prêt à se manifester.

Mais, derrière la façade du blagueur génial, auteur de farces mémorables quand il était devenu Skyman, il y avait un homme en fait très sensible. Et donc fragile. Quand le divorce avec certains hiérarques de la Nouvelle Droite est devenu inévitable, il a été touché au plus profond de son être et nous avons été peu nombreux à nous en rendre compte. Il y avait en lui des blessures qui ne se sont jamais refermées. Les dérives dans lesquelles il s’est noyé, ensuite, ont largement là leur explication, j’en suis persuadé.

Je ne veux garder de lui que l’image de l’homme brillantissime qu’il fut pendant un pan de sa vie, l’auteur de livres-clefs comme « Le Système à tuer les peuples », qui resteront des balises . Alors, il faut oublier le reste.

Salut Guillaume !

Pierre VIAL

È morto Guillaume Faye, l’uomo che ha cambiato il pensiero non conforme europeo

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È morto Guillaume Faye, l’uomo che ha cambiato il pensiero non conforme europeo

 
Ex: https://www.ilprimatonazionale.com

Parigi, 7 mar – Con il decesso di Guillaume Faye, morto nella notte tra 6 e 7 marzo, scompare dalla scena metapolitica europea uno dei pochi intellettuali che ha davvero cambiato il modo in cui tutti noi pensiamo, anche chi non l’ha mai letto, anche chi lo ha letto pensandola diversamente su tanti temi. Gravemente malato da tempo, accudito da un pugno di sodali devoti, Faye ha mostrato sino all’ultimo più interesse per il mondo delle idee che per la propria persona, anche a costo di trascurare la propria salute pur di continuare a scrivere. Pur non avendolo mai conosciuto, negli ultimi tempi avevo provato diverse volte a contattarlo, scrivendo alla mail del suo sito. Una prima volta mi aveva risposto, acconsentendo a un’intervista. Ma, quando gli avevo mandato le domande via mail, aveva dichiarato di non aver ricevuto nulla, chiedendomi di inviargliele nuovamente… via lettera. Cosa invero singolare, per un profeta della tecnoscienza. Avevo fatto un secondo tentativo, al fine di cooptarlo sul Primato Nazionale, in cui una sua rubrica fissa sarebbe stata più che gradita. Non mi rispose mai, probabilmente perché stava già male.

La Nuova Destra francese

Faye era nato il 7 novembre 1949 ad Angoulême, il capoluogo del dipartimento della Charente, situato nella regione Nuova Aquitania. In un’intervista aveva detto: «Sono stato allevato nel culto del nazionalismo francese, di tendenza bonapartista, e il risultato paradossale fu un patriottismo europeo. Il mio ambiente sociale d’origine è quello della grande borghesia parigina, che conosco perfettamente dall’interno e di cui non ho mai condiviso gli ideali conformisti e materialisti». Diplomato all’Institut d’études politiques di Parigi e titolare di un dottorato in scienze politiche, è stato uno dei principali teorici del Groupement de Recherches et Etudes pour la Civilisation Européenne (Grece), e dell’ambiente più tardi noto come Nuova Destra francese, nel periodo che va dal 1970 al 1986. Faye si avvicina al Grece su invito di Dominique Venner, senza un pedigrée pregresso particolarmente legato alla destra. Tra le figure che lo hanno segnato fino a quel momento c’è semmai il marxista e situazionista Henri Lefebvre. In questa fase, Faye propone un pensiero volontarista, faustiano, marcatamente nietzscheano e portatore di un neopaganesimo postmoderno. La sua visione del mondo esalta la tecnoscienza visionaria dello spirito europeo. Non sono rare le provocazioni, soprattutto in tema etico e sessuale.

In un articolo di qualche anno fa, Stefano Vaj, amico di lunga data del francese, così descrive il primo impatto con il personaggio Faye, nell’ambito di un convegno del Grece: «Oratore eccezionale, ipnotico persino nel leggere una relazione scritta nell’atmosfera ovattata di un convegno di studi in un palazzo dei congressi, Guillaume Faye assomigliava un po’ fisicamente e nelle movenze al giovane Feddersen, interpretato da Gustav Froelich, protagonista di Metropolis di Fritz Lang; ed era già indiscutibilmente l’astro nascente del movimento. […] Faye lasciava un’impressione di “lucido fanatismo” in cui si mescolavano reminiscenze di Che Guevara, D’Annunzio, Ignazio di Loyola e Goebbels, alquanto lontane dal materiale umano settario e arrivista, conformista e reazionario, che dominava la mia esperienza politica italiana dell’epoca. Le notti passate a discutere delle questioni fondamentali della nostra epoca e del futuro dell’Europa nella campagna provenzale delle Université d’Eté del GRECE diventarono anzi ben presto una benvenuta boccata di ossigeno".

Il sistema per uccidere i popoli

Figlio di questa fase è l’eccezionale Le Système à tuer les peuples, puntuale diagnosi della globalizzazione scritta… nel 1981, quando l’agenda politica dell’Occidente era interamente occupata dalla Guerra fredda. In un mondo diviso in due, con le varie destre spesso preoccupate di rappresentare con il dovuto zelo il ruolo di sentinelle dell’Occidente, Faye si preoccupava dell’uniformità del pianeta all’insegna di un’unica ideologia consumistica, smobilitante, borghese, universalistica. Libro profetico se mai ve ne fu uno, Il sistema per uccidere i popoli – di cui esiste una traduzione in italiano, realizzata dallo stesso Vaj, più volte riproposta in diverse edizioni, l’ultima recentemente da Aga editrice – aveva inoltre il merito di proporre una lettura del potere totalmente aliena da schemi complottistici e semplificazioni settarie. La caratteristica principale del Sistema descritto da Faye era anzi proprio il fatto di «funzionare» in modo meccanico, impersonale, acefalo. Una lezione da ripassare, proprio oggi che gli spettri di mega cospirazioni tornano a dominare la scena di coloro che vorrebbero opporsi al medesimo Sistema.

Definito l’«antipapa della Nouvelle Droite» rispetto al «pontefice» riconosciuto dell’ambiente, Alain de Benoist, Faye non potrebbe aver avuto una personalità più diversa da quella dell’autore di Visto da destra: tanto meticoloso, enciclopedico, «intellettuale» de Benoist, quanto estroso, polemico, «militante» il secondo. Caratteristiche che comportano, in entrambi i casi, tanti pregi quanti difetti. Nel 1986, Faye rompe con l’ambiente del Grece, parallelamente ad altri esponenti illustri del medesimo ambiente, come lo storico Jean-Claude Valla. Per un decennio, Faye sta lontano dalla politica e dalla cultura: partecipa a programmi radio, fa provocazioni mediatiche, avrebbe persino preso parte, secondo una leggenda metropolitana da lui stesso alimentata, a dei film porno in qualità di attore.

Archeofuturismo

Nel 1998, il grande ritorno alla battaglia delle idee con Archeofuturismo, uno dei testi più importanti degli ultimi 30 anni. Lo scorso marzo, in occasione della riedizione del testo, ancora per i tipi di Aga, scrivevo che l’opera «incise fortemente sull’immaginario dei due decenni che seguirono, non perdendo sostanzialmente di attualità. […] La tesi del libro è nota, anche solo per essere stata orecchiata qua e là: bisogna unire Evola e Marinetti, il sacro e la tecnoscienza, la potenza dell’arcaico e le suggestioni avveniristiche. […] Ma era soprattutto il discorso sull’islam che era destinato a sconvolgere i vecchi ammiratori di Faye e a creare dibattito nel suo pubblico naturale. Il vecchio cantore della ‘causa dei popoli’ contro il sistema americanocentrico riemergeva dal nulla chiamando alla guerra contro i musulmani. Eresia, tradimento, zampino della Cia o del Mossad? Sul tema, come al solito, la visione fayana tendeva a portare i concetti all’estremo, con non poche forzature e qualche argomento tagliato con l’accetta».

Proprio nel numero di febbraio 2019 del Primato Nazionale è presente un’intervista a Guillaume Faye dai caratteri semi-testamentari.

Con il passare degli anni, l’accetta si era fatta sempre più affilata, anche se le vette visionarie, originali, mobilitanti di Archeofuturismo non sarebbero più state toccate. Tra le sue opere di questo secondo periodo, merita una menzione il misconosciuto Pourquoi nous combattons?, operetta minore, sorta di breviario militante davvero ricco di spunti. Tra i libri che più avevano fatto parlare e sparlare di sé c’era invece La nouvelle question juive, per cui era ovviamente stato bollato come agente del sionismo internazionale. L’ultimissimo saggio, uscito proprio in questi giorni, testimoniava un ulteriore, controverso passo verso una radicalità sempre più accentuata, a cominciare dal titolo: Guerre civile raciale. Un testo su cui sarebbe stato bello discutere e magari anche litigare. Non ce n’è stato il tempo.

Adriano Scianca

Guillaume Faye, l’uomo delle provocazioni vulcaniche. Il ricordo di Stefano Vaj

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Guillaume Faye, l’uomo delle provocazioni vulcaniche. Il ricordo di Stefano Vaj

Ex: https://www.ilprimatonazionale.it

Roma, 11 mar – “Soltanto il pensiero radicale é fecondo. Perché esso solo crea concetti audaci che spezzano l’ordine ideologico egemonico, e permettono di sfuggire al circolo vizioso di un sistema di civiltà rivelatosi fallimentare. Per riprendere la formula del matematico Rene Thom, autore della Teoria delle catastrofi, soltanto i ‘concetti radicali’ possono far crollare un sistema nel caos — la ‘catastrofe’ ovvero cambiamento di stato violento e repentino — al fine di dar vita a un altro ordine”.

Guillaume Faye ha rappresentato la declinazione intellettuale e polemica, e l’esempio, di un nietzschanesimo pratico che non vede un senso nello stare nel mondo se non per capirlo, e non vede un senso nel capirlo se non per cambiarlo. Il rispetto museale per esperienze passate, l’erudizione compiaciuta, l’accuratezza filologica, la paura del cambiamento, la ricerca della popolarità personale, l’accorta navigazione tra i pregiudizi del proprio pubblico, il moralismo lugubre del militante severo, non hanno mai avuto alcuna cittadinanza in questo entusiasmo panico che è ciò che mi ha sempre attirato di un amico e un interlocutore la cui attività e pensiero hanno fortemente condizionato la mia propria parabola intellettuale.

Un condizionamento largamente dialettico, perché una formazione e sensibilità largamente comuni non ci hanno mai impedito di difendere conclusioni spesso diverse, talora opposte, su vari argomenti, a partire comunque da presupposti e sensibilità condivisi, a cominciare dall’idea che le provocazioni vadano accettate e affrontate seriamente a prescindere dalla loro provenienza, e che in ogni problema, in ogni sviluppo passato o presente, si celi a fianco del pericolo un’opportunità che diversamente non si sarebbe mai aperta. Ma un condizionamento tanto significativo che non sarebbe una grande esagerazione dire che ho imparato davvero il francese per tradurre Il sistema per uccidere i popoli.

 

gf-af.jpgCosì, anche dopo che i nostri contatti personali e telefonici si sono fatti più sporadici, i miei due scritti principali, Indagine sui diritti dell’uomo  e Biopolitica. Il nuovo paradigma oltre ad essere farciti di citazioni fayane, non fanno altro che rappresentare sviluppi paralleli di preoccupazioni comuni, e un terzo testo – che mi ha creato qualche problema anche in connessione alla decisione di chi l’aveva originariamente pubblicato di intitolarlo Per un’autodifesa etnica totale – rappresenta in realtà una rilettura critica delle questioni sollevate in La colonisation de l’Europe, di cui continuo a non condividere le valutazioni inerenti al ruolo dell’Islam, ma che rappresenta ancora oggi uno dei testi fondamentali con cui è necessario confrontarsi nell’approfondire il tema della immigrazione extraeuropea nel nostro continente.

Ugualmente, il mio impegno più recente nel mondo transumanista, e in particolare nella AIT e in quello dell’associazionismo identitario e federalista di Terra Insubre, i cui esponenti oggi rivestono in Italia posizioni istituzionali ed accademiche di grande rilievo, rappresentano a loro volta riflessi di interessi condivisi, che proprio nel momento della morte di Faye giungono in qualche modo a maturazione nella coscienza collettiva almeno di minoranze significative della nostra società, con esiti che cominciano a trascendere la sociologia e il movimento delle idee per entrare nella storia.

In questo quadro, le posizioni e le provocazioni vulcanicamente espresse e promosse da Faye nel corso di più di quarant’anni non sono state estranee al mutamento di prospettiva in essere, anche se lui stesso non prendeva più sul serio tutto quello che diceva di quanto da parte loro facessero Nietzsche o Marinetti, lo scopo essenziale essendo quello di chiamare il lettore o l’ascoltatore a “mettere il pensiero in moto”, e ad esplorare percorsi che lo portino a considerare in una luce diversa quello che crede di sapere o di avere capito sui processi passati e su quelli in corso, anziché perdersi in dettagli o preoccupazioni documentarie, per cui l’autore dimostrava la propria noncuranza anche attraverso il vezzo di introdurre regolarmente in tutte le sue opere…una singola fonte falsa, inventata di sana pianta!

Perciò, poco mi convince chi puntigliosamente non gli perdona di associare, soprattutto nelle opere più direttamente riconnesse all’attualità politica, intuizioni profonde ad ipotesi od approcci implausibili e balzani quando non pericolosamente ambigui, e talora contraddittori rispetto a tesi contemporaneamente sostenute nel medesimo testo – come è il caso per buona parte del libro sulla Nouvelle question juive, che gli ha attirato gli strali di buona parte del mondo ebraico e della totalità di quello dell’antisemitismo primario, e che mi sono visto a sorpresa e con un certo imbarazzo dedicare. E continuo perciò a considerare prezioso e decisivo il suo ruolo anche nella sua produzione più discutibile, e fortunato il caso che ha fatto sì che ci conoscessimo e stringessimo un’amicizia fatta soprattutto di un impegno attorno a valori comuni.

Valori che restano espressi soprattutto nella parte più teorica e meno nota, ma non meno provocatoria, della sua opera, come come Per farla finita con il nichilismo, analisi non sempre attendibile ma geniale del pensiero di Heidegger uscita in italiano grazie a Francesco Boco, o Futurismo e Modernità, originariamente pubblicata da Divenire. Rassegna di studi interdisciplinari sulla tecnica e il postumano, e che meriterebbe certamente una riscoperta.

Stefano Vaj

Lille : Conférence de Iurie Rosca et Robert Steuckers

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Moldavie, la virgule euro-russe

Samedi 23 mars 2019 à Lille :

Conférence de Iurie Rosca et Robert Steuckers

Ancien vice-premier ministre de Moldavie, journaliste et éditeur, Iurie Rosca est le principal coordinateur des colloques eurasistes de Chisinau, qu’il présente comme un anti-Davos. Persécuté par les oligarques qui dirigent son pays, il avait été menacé en 2018 d’une peine de 7 ans de prison.

C’est donc un authentique dissident anti-mondialiste que l’équipe d’ER Lille accueillera le samedi 23 mars prochain pour une rencontre avec l’historien belge Robert Steuckers sur le rôle géopolitique de la « Moldavie, la virgule euro-russe ».

Réservations : reservation.erlille@outlook.fr

Remembering Guillaume Faye: November 7, 1949–March 7, 2019

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Remembering Guillaume Faye:
November 7, 1949–March 7, 2019

I was deeply saddened to learn today of the death of French New Right philosopher and polemicist Guillaume Faye after a battle with cancer. Faye had been sick for some time, but he was so focused on writing what will now be his last book that he postponed seeing a doctor until it was complete. When he finally sought medical attention, he was diagnosed with stage four cancer. There is no stage five. Guillaume Faye gave his life for his work, and his work for Europe.

Faye, like New Rightists and White Nationalists in European societies around the globe, was motivated by a sense of danger: the reigning system — liberal, democratic, capitalist, egalitarian, globalist — has set the white race in all of its homelands on the path to extinction through declining birthrates and race replacement through immigration and miscegenation. If we are to survive, we must understand this system, critique it, and frame an alternative that will secure the survival and flourishing of our race. Then we need to figure out how we can actually implement these ideas.

I like Faye’s approach for a number of reasons.

First, Faye thinks big. He wants to take all of Europe back for Europeans. I completely agree with this aim. Furthermore, to secure the existence of Europe against the other races and power blocs, Faye envisions the creation of a vast “Eurosiberian” Imperium, stretching from Iceland to the Pacific, with a federated system of government and an autarkic economy. He believes that only such an imperium will be equal to the challenges posed by the other races in a world of burgeoning populations and shrinking resources. As I argue in my essay “Grandiose Nationalism [2],” I think that such ideas are neither necessary nor practical and they entail dangers of their own. But nobody can fault them for visionary boldness.

Second, Faye thinks racially. His answer to the question “Who are we?” is ultimately racial, not cultural, religious, or subracial: white people are a vast, extended family descending from the original inhabitants of Europe after the last Ice Age. There are, of course, cultural and subracial identities that are also worth preserving within a federated imperium, but not at the expense of the greater racial whole.

Third, Faye is not a Luddite, primitivist, or Hobbit. He values our heritage, but he is attracted less to external social and cultural forms than to the vital drives that created them and express themselves in them. He also wishes to do justice to European man’s Faustian drive toward exploration, adventure, science, and technology. His “archeofuturism” seeks to fuse vital, archaic, biologically-based values with modern science and technology.

Fourth, Faye turns the idea of collapse into something more than a deus ex machina, a kind of Rapture for racists. We know a priori that an unsustainable system cannot be sustained forever and that some sort of collapse is inevitable. But Faye provides a detailed and systematic and crushingly convincing analysis of how the present system may well expire from a convergence of catastrophes. Of course, we need to be ready when the collapse comes. We need a clear metapolitical framework and an organized, racially conscious community to step into the breach, or when the present system collapses, it will simply be replaced with a rebranded form of the same ethnocidal regime.

Fifth, Faye is a strong critic of Christianity as the primary fount of the moral universalism, egalitarianism, and individualism that are at the root of our decline.

The only really fundamental disagreement I have with Faye was on the Jewish question. His views are closer to those of Jared Taylor, whereas mine are closer to those of Kevin MacDonald.

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I only met Faye once, at the 2006 American Renaissance conference, where we had a couple of enjoyable conversations. We corresponded occasionally before and after that meeting. One of my treasured possessions is a copy of Faye’s first book, Le Système à tuer les peuples (Copernic, 1981), which he had given to Savitri Devi. Unfortunately, he was never able to locate his brief correspondence with Savitri. Perhaps it will come to light in his papers, which should be carefully preserved. If European man has a future, it will be due in no small part to Faye’s works. He belongs to history now, and future European generations will look dimly upon us if we fail to conserve and carry on his legacy.

Counter-Currents will publish several memorial tributes to Faye in the coming days. In the meantime, I wish simply to draw your attention to many pieces by and about Faye at Counter-Currents.

By Guillaume Faye:

About Guillaume Faye:

Article printed from Counter-Currents Publishing: https://www.counter-currents.com

URL to article: https://www.counter-currents.com/2019/03/remembering-guillaume-faye/

dimanche, 10 mars 2019

In Memoriam. Guillaume Faye (1949-2019), artisan du réveil de l’Europe colonisée

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In Memoriam. Guillaume Faye (1949-2019), artisan du réveil de l’Europe colonisée

par YV

Ex: https://www.breizh-infos.com

Le polémiste Guillaume Faye a rendu les armes. Les dieux lui réservent à coup sûr une place de choix au banquet des héros. En attendant, l’Europe vient de perdre un artisan de son réveil, lui qui avait annoncé, avant tout le monde, la colonisation de l’Europe, le grand remplacement, l’immigration massive venue d’Afrique et d’Asie, et le scénario qui se trame aujourd’hui sous nos yeux.

C’est en 2002 que j’ai été foudroyé à la lecture du livre La Colonisation de l’Europe, discours vrai sur l’immigration et l’islam, paru en 2000 (L’Aencre). À peine âgé de 18 ans alors, j’ai littéralement bu cet ouvrage, qui a profondément remué le militant de la gauche nationaliste bretonne que j’étais à l’époque et qui a été l’un des déclics de mon engagement au sein de la mouvance identitaire par la suite. Quelques années plus tard, lors d’un congrès d’Adsav, le parti du peuple breton, j’ai eu l’immense honneur, à l’époque, de précéder l’allocution de Guillaume Faye à la tribune. Une allocation, qui, elle aussi, par son dynamisme, par son humour, par son entrain, par son efficacité, par son éthylisme également, avait subjugué la salle.

Je ne pourrai pas parler de Guillaume Faye avant cette période, ne l’ayant pas connu. Diplômé de l’Institut d’études politiques de Paris, licencié d’histoire et de géographie, Guillaume Faye a également fait des études de lettres classiques et de philosophie. Il a travaillé comme journaliste au Figaro-Magazine, à Paris-Match, à VSD, à Magazine-hebdo, à Valeurs actuelles et à la radio « libre » La Voix du Lézard. Il fut un théoricien de la Nouvelle droite,  « un pourfendeur virulent de la société établie, de l’Occident et des idéologies occidentales, ainsi qu’un chaud partisan d’une alliance entre l’Europe et le tiers-monde » peut-on lire sur la fiche Metapedia le concernant.

C’est surtout à partir de 1998, période à laquelle il commence à publier plusieurs livres de réflexion, qu’il devient penseur identitaire reconnu. C’est également à cette période que sa route se sépare du GRECE.

Je ne rentrerai pas dans des débats que les gens de même pas 20 ans à l’époque ne pouvaient pas connaître. Le fait est que Guillaume Faye, par sa plume incisive, par son franc-parler, par la manière de décrire simplement des situations sans perdre son temps en philosophie abstraite, a su parler à une jeunesse qui se voulait militante, activiste, et rebelle.

De Pourquoi nous combattons à L‘Archéofuturisme (et à sa deuxième version, 2.0) en passant par son programme politique ou par un Sexe et Dévoiement d’anthologie, tout chez Guillaume Faye était inventif, provocateur, créatif, percutant. Guillaume Faye était l’anti-réactionnaire par excellence. Il avait compris qu’il fallait regarder vers le futur, et qu’il ne fallait pas être réfractaire à l’évolution, au progrès technique, aux nouvelles technologies. Qu’il fallait juste s’en servir, les faire évoluer, les dompter, les rendre utile, pour notre civilisation.

Je n’ai pas encore lu son dernier livre Guerre civile raciale, mais il est évident que ce vieux loup de Guillaume Faye a sans doute continué à balancer quelques obus politiques dans ces pages !

Depuis que je l’ai connu, j’ai eu plusieurs fois l’occasion, l’honneur de discuter et d’échanger avec lui, notamment lors de ses venues à Ti-Breizh, la maison de l’identité bretonne de Guerlesquin. Guillaume Faye, esprit curieux et ouvert, a toujours suscité des critiques, des remarques. Qui m’ont toujours profondément agacé. Oui, il buvait plus que de raison. Peut-être même se droguait-il. Oui, il a eu une vie totalement débridée. J’ai envie de dire, et alors ? Ce génie laisse derrière lui une œuvre complète qui, dans plusieurs siècles, permettra peut-être d’expliquer pourquoi notre civilisation est morte ou bien alors, ce que j’espère, comment est-ce qu’elle a réussi à faire face aux maux qu’elle traversait… Et aux génies, on se doit de pardonner tous les excès, puisqu’ils font eux aussi partie des traits du génie !

Pour commander le dernier livre de Guillaume Faye, c’est ici

Guillaume Faye était un génie politique, quoi qu’en disent ses détracteurs, parfois sans doute par jalousie inavouée. Certains de ses livres, comme La Nouvelle question juive ou Comprendre l’islam, ont suscité des grosses critiques politiques, ou moins d’intérêt ? Gardons de lui ce qu’il est essentiel de garder.

La Colonisation de l’Europe, bien avant le succès plus grand public de Laurent Obertone. L’Archéofuturisme, sans que quiconque n’ait réussi à produire depuis une synthèse entre notre longue mémoire et notre avenir. Il faut lire, faire lire, faire relire Guillaume Faye autour de soi. Il avait écrit ce qui se passe aujourd’hui, et l’avait dénoncé, avant tout le monde, tandis que d’autres, pour ne pas saborder de modestes carrières, se planquaient.

Ce n’est qu’un Au Revoir Guillaume. Tu dois enfin pouvoir te reposer là où tu es. Sans doute encore un verre de vin à la main, mais l’alcoolisme n’est plus une maladie là où tu es, c’est certain ! Nous, de notre côté, nous continuerons de parcourir tes livres, nous les lirons, nous les transmettrons. Ils nous permettront de garder les yeux grands ouverts, et d’affronter, dès aujourd’hui, les menaces auxquelles l’Europe est confrontée.

Un Européen libre et rebelle nous a quittés.

YV

« Non, le voyage ne s’achève pas ici. La mort n’est qu’un autre chemin qu’il nous faut tous prendre. Le rideau de pluie grisâtre de ce monde s’ouvrira et tout sera brillant comme l’argent. Alors, vous les verrez (…) Les rivages blancs. Et, au-delà, la lointaine contrée verdoyante sous un fugace lever de soleil. »

J. R. R. TOLKIEN – Le Seigneur des Anneaux – tome 3, Le retour du Roi (Gandalf)

Bibliographie de Guillaume Faye

  • Le Système à tuer les peuples, Paris, Copernic, coll. « Théoriques », , 189 p. (ISBN 2-85984-069-9, notice BnF no FRBNF36602545) — traduit en italien.
  • Contre l’économisme : principes de l’économie politique, Paris, Le Labyrinthe, coll. « Orientations », , 67 p. (notice BnF no FRBNF34730368)
  • Sexe et Idéologie, Paris, Le Labyrinthe, , 29 p.
  • La NSC, la nouvelle société de consommation, Paris, Le Labyrinthe, coll. « Orientations », , 59 p. (notice BnF no FRBNF34771989)
  • L’Occident comme déclin, Paris, Le Labyrinthe, coll. « Orientations », , 85 p. (notice BnF no FRBNF36624054)
  • Avant-guerre (ill. Éric et Jean-Marc Simon) (roman graphique), Paris, Carrère, , 48 p. (présentation en ligne [archive])
  • Europe et Modernité, Eurograf, 
  • Nouveau discours à la nation européenne (préf. Michel Jobert), Paris, Albatros, , 164 p. (notice BnF no FRBNF36630219)
  • Les Nouveaux Enjeux idéologiques, Paris, Le Labyrinthe, coll. « Les Cahiers de la Nouvelle Droite », , 135 p. (notice BnF no FRBNF34986164)
  • Avec Pierre Freson et Robert SteuckersPetit lexique du partisan européen, Esneux, Eurograf, , 107 p. (lire en ligne [archive])
  • « Pierre Barbès » et François-Bernard HuygheLa Soft-idéologie, Paris, Robert Laffont, coll. « Essais », , 214 p. (ISBN 2-221-05537-3, notice BnF no FRBNF34987137)
  • Avec Jean-Philippe Serrano, Le Guide de l’engueulade, Paris, Presses de la Cité, coll. « Hors collection », , 191 p. (ISBN 2-258-03501-5, notice BnF no FRBNF35502936)
  • « Professeur Skyman » et Jean-Christophe Florentin, Viol, pillage, esclavagisme, Christophe Colomb, cet incompris : essai historico-hystérique, Paris, Grancher, , 246 p. (notice BnF no FRBNF35539655)
  • « Skyman » et Jean-Philippe Serrano, Le Manuel du séducteur pressé, Paris, Presses de la Cité, coll. « Hors collection », , 180 p.
  • L’Archéofuturisme, Paris, L’Æncre, , 264 p. (présentation en ligne [archive]) — traduit en plusieurs langues.
  • Les Extraterrestres de A à Z, Paris, Dualpha, coll. « Vérités pour l’histoire », , 190 p. (ISBN 2-912476-19-4, notice BnF no FRBNF37624062)
  • La Colonisation de l’Europe : discours vrai sur l’immigration et l’Islam, Paris, L’Æncre, , 350 p. (ISBN 2-911202-30-9, notice BnF no FRBNF37191425) — traduit en anglais.
  • Pourquoi nous combattons : manifeste de la résistance européenne, Paris, L’Æncre, 237 p. (ISBN 2-911202-38-4, notice BnF no FRBNF37642181) — version refondue du Petit lexique du partisan européen. — traduit en anglais.
  • Chirac contre les fachos (ill. Chard), Paris, GFA (chez l’auteur), , 47 p. (notice BnF no FRBNF39154328)
  • Avant-guerre : chronique d’un cataclysme annoncé, Paris, L’Æncre, , 382 p. (ISBN 2-911202-52-X, notice BnF no FRBNF38901720)
  • « Guillaume Corvus », La Convergence des catastrophes, Paris, Diffusion international édition (DIE), coll. « Vérité », , 221 p. (ISBN 978-2914295123présentation en ligne [archive]) — traduit en anglais.
  • Le Coup d’État mondial : essai sur le nouvel impérialisme américain, Paris, L’Æncre, , 311 p. (ISBN 2-911202-61-9, notice BnF no FRBNF39166347) — traduit en anglais.
  • La Nouvelle Question juive, La Fosse, Le Lore, , 396 p. (ISBN 978-2-35352-008-4, notice BnF no FRBNF41088554)
  • Sexe et Dévoiement, La Fosse, Le Lore, , 370 p. (ISBN 978-2353520299) — traduit en anglais.
  • L’Archéofuturisme V2.0 : nouvelles cataclysmiques, La Fosse, Le Lore, , 208 p. (ISBN 978-2353520343) — traduit en anglais.
  • Mon programme : un programme révolutionnaire ne vise pas à changer les règles du jeu mais à changer de jeu, La Fosse, Le Lore, , 226 p.
  • Comprendre l’islam, Paris, Tatamis, , 325 p. (ISBN 978-2371530270) — traduit en anglais.

R.I.P. Guillaume Faye !

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R.I.P. Guillaume Faye !

par Togirix

Ainsi le crépuscule l’a-t-il englouti. Mais l’aube, demain, aura une lueur nouvelle…

« Dans la société marchande, tout a un prix mais rien n’a de valeur. »

Sous une forme ou sous une autre, prochainement ou dans quelques siècles – qu’importe, car le temps est un ressac infini où l’écume du passé se mélange à celle d’aujourd’hui et de demain -, nous le reverrons.

Son souffle continuera d’animer cette flamme si particulière, si honnie par les hordes lucifuges, qui crépite chez beaucoup d’entre nous.

Et quand les Européens se relèveront, quand les Dieux dans leur sang auront terminé d’y bouillonner et d’y réveiller la sagesse et la sainte fureur, alors les Européens auront bien des légions ; il y aura une légion Robert Dun, une légion Saint Loup, une légion Jean Mabire, une légion Dominique Venner, et tant d’autres… et une légion Guillaume Faye, désormais.

Il est mort mais sa vie fut pleine et il fut un homme bon, car bien des esprits (dont le mien) auront trouvé, et continueront de trouver grâce à lui un chemin haut et clair dans l’obscurité qui s’épaissit à l’entour.

Il ne faut pas pleurer Guillaume Faye. Il faut crier son nom comme un cri de guerre. Aujourd’hui nous sommes tristes mais ses écrits et sa parole résonnent en nous comme de solides viatiques, ils nous rendent plus forts, et plus joyeux jusques et y compris dans l’adversité. Surtout dans l’adversité.

« C’est le soir qu’il faut louer le jour » (Hávamál, 81).

Louons Guillaume Faye.

Que Lug le bénisse,
Qu’il chevauche aux côtés d’Epona,
Que le tonnerre et le fracas de Taranis grondent pour lui,
Que sa verve et sa plume soient reconnues par Ogmios,
Que Lug le porte sur ses rais lumineux,
Que Kernunos le baigne en ses eaux lustrales.
Que les Hommes honorent sa mémoire.

Adieux Guillaume !

Écrit par : Togirix | 07/03/2019

« La tolérance, la commisération, la pitié pour l’Autre, le lointain ; l’indifférence pour ceux de son clan, pour ses proches : telle est la logique de l’esprit bourgeois, cette peste qu’il faut combattre selon l’ordre nietzschéen » – Guillaume Faye

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Guillaume Faye overleden; afscheid van een zachtzinnige, intellectuele provocateur

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Guillaume Faye overleden; afscheid van een zachtzinnige, intellectuele provocateur

doot Roeland van Walleghem

Droevig nieuws uit het nationalistische kamp. Woensdag jl. overleed Guillaume Faye (Angoulême 1949-2019) op 69-jarige leeftijd ten gevolge van kanker. Veel te jong uiteraard.

Van opleiding was Guillaume Faye doctor in de politieke wetenschappen, maar raakte voor het grote publiek voornamelijk bekend als journalist voor Le Figaro, Paris Match en als schrijver van vele essays. In de jaren 90 van de vorige eeuw nam hij deel aan de uitzendingen van Radio Skyrock als Skyman en was hij vaak te zien in het programma Telematin van France2. Zijn medewerking aan Skyrock, een vrije radio gesticht in 1986, waar hij mensen telefonisch beetnam – vergelijkbaar met de Capriolen van Walter Capiau in Vlaanderen – riep bij velen vragen op: ‘Hoe kan een intellectuele nationalist zijn medewerking aan een populaire radio verlenen’? Daarop antwoordde hij met de nodige humor: “Men kan toch jachtpiloot of visser zijn, en toch goede boeken schrijven.”

Maar wij, nationalisten, onthouden zijn immense inzet voor de ‘goede zaak’. Met Guillaume Faye verdwijnt immers een van de belangrijkste theoretici en bezielers van la Nouvelle Droite (Nieuw Rechts). Faye was als dusdanig lang actief bij GRECE (Groupement de Recherche et d’Études de la Civilisation Européenne). Talrijk zijn de Vlamingen (en anderen) die in de Domus van Ventabren (Aix-en-Provence) van zijn uiteenzettingen konden genieten.

Faye stond ook bekend als een provocateur, waarvoor hij trouwens met overtuiging uitkwam. Hij genoot met volle teugen wanneer hij de politiekcorrecte meute de gordijnen kon injagen. Zo was hij een van de weinigen die kritiek had op de houding van Arnaud Beltrame, de Franse militair die om het leven kwam bij een gijzelingsactie in de Franse gemeente Trèbes nadat hij de plaats had ingenomen van een gegijzelde vrouw. Zijn daad wordt beschouwd als heldendaad. Faye bekeek dat anders: “een militair moet zijn (terroristische) vijand uitschakelen, en niet de vergevingsgezindheid of opoffering, ingegeven door zijn christelijk geloof, laten primeren”.

Het paganisme (heidendom) van Faye, was naar eigen zeggen positief: “ik ben geen antichrist, wel een pre- en post christen. Ik schiet niet op de ambulance, ik heb geen rekeningen te vereffenen. Het paganisme ging het christendom vooraf en zal – wanneer het verdwijnt – in het hart van de Europeanen blijven bestaan”.

We zullen je scherpe analyses missen, Guillaume. Doe de groeten aan Dominique Venner en Maurice Rollet, die je naar de eeuwige jachtvelden voorafgingen.

Al de boeken van Guillaume Faye zijn verkrijgbaar bij onze vrienden van La Librairie Francaise in Parijs.

L'hommage de Richard Roudier à Guillaume Faye

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L'hommage de Richard Roudier à Guillaume Faye

Richard Roudier, Président de la Ligue du Midi

Ex: http://synthesenationale.hautetfort.com

Photo: Guillaume Faye à Béziers en 1983, entre Maryvonne Roudier et Raymond Morell

Triste nouvelle que d’apprendre le départ d’un homme qui aura tant fait pour la cause, pour notre cause, pour la grandeur de cette Europe que nous chérissons, au point d’y laisser la peau…

Car Guillaume était un être entier qui aura mis sa substance vitale au service de son idéal ! Je plains les personnes qui ne l’auront pas connu car il ne leur restera qu’une seule facette du personnage que la lecture de ses ouvrages leur permettra d’appréhender. Car oui, Guillaume était un génie et il aura laissé une œuvre qui aura marqué une génération.

Le Système à tuer les peuples, l’Archéofuturisme, la Colonisation de l’Europe -et demain, sort « Guerre civile raciale » -… Ces lecteurs n’auront que la version de Guillaume en 2D et il leur manquera éternellement le contact avec l’homme. Car Guillaume était un penseur, mais loin de l’image de l’intellectuel éthéré, il était une véritable torche. Il embrasait son auditoire et touchait au cœur par son inspiration magnétique. Son charisme a marqué tous ceux qui l’ont côtoyé.

Je me souviens de ce débat organisé en novembre 1983 à Béziers où, en pleine possession de ses facultés, il avait présenté sa vision futuriste d’un Empire Européen face aux démons de la société de consommation américaine. Il est vrai que l’Europe était loin de la colonisation qu’elle subit actuellement. Aussi, c’est un tout autre discours qu’il avait tenu voici dix ans lorsque nous l’avions reçu à Lunel.

Guillaume, rejoins donc la place qui te revient au panthéon des Maîtres aux côtés de Jean, Maurice, Dominique et les autres !

Thomas Ferrier: My tribute to Guillaume Faye

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My tribute to Guillaume Faye

by Thomas Ferrier

Ex: http://thomasferrier.hautetfort.com

Guillaume Faye is gone. So, he joins the cohort of the european guardians into the kingdom of the dead ones. He entered the legend as the tutelary face tenured of a cause which deserves to fight for it, which had been his fight and ours.

Tight-lipped by the cancer, face up a challenge like in the Thermopylae which we can’t survive, he fought. His last book heared like a summon to the avenger god Mars. “Racial civil war” will be his will .

Guillaume Faye has been the author of the founding book which of course gets strike by the usual critic,  “Colonization of Europe” with this very evocative title, very revealing title, where he earns also some animosity and especially a wrong trial .

The tactful boldness “New jewish question” will have earned him the lost of his few remaining support who could not understand the intellectual breakthrough where he invited us .

“New speech to the European nation”, upgraded and improved by the 2000s' Guillaume Faye, deeply improved, remembers to us that over everything, Europe was his nation and passion. In his book “Why we fight “, he reminds us who we are and what is our mission. He gives to us some precious argumentation weapons to face to.

“Archeofuturism” was his main book. His short story which closes the book, a vision of an Europe which succeeds despite heavy loss, revealed a promethean vision of the european man but also a life lesson that the current world is like a fighting arena, the sun flooding with his light a valley of tears that it can also dry.

Far from a simple “ old - new” resurrected figure but conform to the ferocious Nietzsche, that Guillaume didn’t stop to honor, the author never stops to remind us to stand up. Because we fall again but to stand up stronger than ever. As long the third Moira decides to stop the adventure. Atropos cut the wire. Our friend left to Elysium .

Guillaume Faye is gone, but his memory will remain. The endured glory of the hero doesn’t forget him as we never forget him. He was a forethought teacher, a wise master.

Guillaume was telling me one year before that Dominique Venner was the figure who convinced him to enter to the GRECE. He joins this one into the kingdom of Hades .

Guillaume, you were one of our heralds. We will achieve your dream.

Requiescat in Elysio

Per Iouem, in the name of Zeus, that was Guillaume Faye. My friend, hail to you !

Thomas FERRIER

(Thanks to Jonathan for the translation)