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mercredi, 25 octobre 2017

Ricordo di Giorgio Locchi, che previde il “male americano” prima degli altri

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Ricordo di Giorgio Locchi, che previde il “male americano” prima degli altri

Ex: http://www.secoloditalia.it

Oggi ricorre l’anniversario della scomparsa di Giorgio Locchi, morto a Parigi, dove viveva dagli anni Cinquanta, il 25 ottobre del 1992. Oggi Giorgio Locchi, giornalista, saggista, scrittore, non è molto conosciuto in Italia, soprattutto dai giovani, ma fu uno dei pensatori che più incisero sulla comunità anticomunista europea (a lui non piaceva la definizione “destra”) dagli anni Settanta in poi. Poco si sa della sua vita privata, e quello che sappiamo lo dobbiamo alla frequentazione sistematica da parte di suoi “discepoli” italiani, ragazzi provenienti dal neofascismo degli anni Settanta. Questi ragazzi, infiammati dal sacro fuoco della politica e dalla voglia di cambiare questo mondo, andavano a Parigi, a Saint Cloud, dove Locchi viveva e si guadagnava da vivere come corrispondente del quotidiano romano Il Tempo. Tra questi ragazzi ricordiamo senz’altro Gennaro Malgieri, Giuseppe Del Ninno, Mario Trubiano, Marco Tarchi e altri. In ogni caso, per quanto misconosciuto in Italia, Giorgio Locchi fu un po’ il “padre nobile” dei grandi rivolgimenti culturali europei nella famiglia della destra (scriviamo così solo per convenzione), quando dal neofascismo puro si passò alla dimensione culturale, a una Nuova Destra, come poi in effetti fu chiamata, la Nouvelle droite, che guardava oltre il regime fascista ma pensava piuttosto alle potenzialità, peraltro in parte messe in pratica, da quella filosofia e da quella dottrina europeista e antiegalitaria, ancorché modernizzatrice, che avrebbe ancora oggi tasto da dire e da dare alla nostra civiltà un po’ decadente (a voler essere generosi). Poi, la figura di Giorgio Locchi venne allo scoperto in Francia, ma per merito degli italiani, come ricorda Del Ninno. Locchi fu tra i fondatori del Grece, Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne, creato nel 1968 insieme ad Alain de Benoist, intellettuale e scrittore francese molto noto, che fu con Locchi sin dall’inizio, pur essendo de Benoist più giovane.

Giorgio Locchi visse molti anni a Parigi

Giorgio Locchi era nato a Roma nel 1923, la famiglia aveva contiguità col mondo del cinema e dei doppiatori, lui stesso era amico della famiglia di Sergio Leone; scuole al classico del Nazareno dove, pur essendo lui completamente acattolico, conservò stima e gratitudine per i padri Scolopi, che avevano sempre rispettato la sua libertà di pensiero e che gli garantirono sempre massima autonomia di giudizio e di critica. Proseguì gli studi, orientati particolarmente verso il germanismo, la musica, la scienza della politica, ma soprattutto verso gli studi della civiltà indoeuropea, argomento sul quale ci ha lasciato un libro e numerosissimi scritti. I ragazzi del Fronte della Gioventù e del Msi degli anni Settanta e Ottanta furono letteralmente folgorati dal suo libro Il male americano (Lede editrice), dove Locchi aveva previsto tutto ciò che non sarebbe accaduto ma che sta ancora accadendo. Il fatto di essere usciti sconfitti da una guerra devastante, per Locchi, non annichilisce le idee che a quella guerra portarono. Che infatti sopravvivono nelle più disparate forme e sfumature. Dopo la realizzazione del Grece, che oggi chiameremmo un think tank, la Nuova Destra comincia a farsi conoscere non solo in Francia e in Italia, ma un po’ in tutta l’Europa occidentale. E a proposito di Europa, Locchi volle andare a Berlino nei giorni della riunificazione delle Germanie. La firma di Locchi da quel momento, che utilizzava anche lo pseudonimo di Hans-Jürgen Nigra, iniziò ad apparire sulle riviste vicine alla Nouvelle Droite, come Nouvelle Ecole, Elements, Intervento, la Destra, l’Uomo libero e naturalmente il nostro quotidiano Secolo d’Italia. Frattanto rendeva preziose informazioni ai lettori italiani con superbe corrispondenze dei fatti d’Algeria, sul ’68 francese, e anche sulla nascita dell’esistenzialismo. Come ha scritto in maniera chiara Gennaro Malgieri nel suo mirabile Hommage à Giorgio Locchi (1923-1992) in Synergies européennes nel febbraio del 1993, in realtà le idee di Locchi erano le idee di un’Europa che non esiste più, ma questa non era per lui una ragione per non difenderne o illustrarne i principi. Queste idee riguardano quell’Europa eterna a cui l’Europa economica del nostro dopoguerra non assomiglia per nulla. Ad esempio, nota ancora Malgieri, l’atteggiamento di Locchi verso il fascismo non era di semplice nostalgia o protesta, ma raccoglieva nel fermento culturale di quell’epoca e di quella esperienza tutte le idee e le iniziative che non erano e non sono obsolete. «Ha condiviso con noi i suoi pensieri su questo nella sua opera intitolata L’Essenza del fascismo (Il Tridente, 1981). Egli si riferisce alla visione del mondo che è stata l’ispirazione del fascismo storico, ma non è scomparsa con la sconfitta di quest’ultimo. Questo libro è ancora un “discorso di verità” prodigiosa nel senso greco, che cerca di rimuovere dal fascismo di tutte quelle spiegazioni frammentarie che sono attualmente in corso e tutte le forme di demonizzazione tese a generare pregiudizi».

Giorgio Locchi scrisse anche un libro sul “mito sovrumanista”

Nella sua indagine, infatti, Locchi ha sostenuto che non era possibile capire il fascismo, se non ci siamo accorti che era la prima manifestazione politica di un fenomeno spirituale di più ampia portata, le cui origini risalgono nella seconda metà del XIX secolo e ha chiamato il “surhumanisme”. I poli di questo fenomeno, che si presenta proprio come un enorme campo magnetico, sono Richard Wagner e Friedrich Nietzsche che, attraverso le loro opere, hanno mescolato il nuovo principio e lo hanno portato nella cultura europea tra la fine del XIX e all’inizio del ventesimo secolo. Su questo Locchi ha scritto il libro Wagner, Nietzsche e il mito sovrumanista (edizioni Akropolis), difficile ma estremamente lucido, che ebbe le lodi del critico musicale Paolo Isotta dalle colonne del Corriere della Sera. Locchi ci ha lasciato pochi libri, ma importanti. La sua vita testimonia un impegno coerente, profondo, cruciale, che oggi non sarebbe male approfondire. Su di lui (anche) pochi anni fa Francesco Germinario ha scritto un libro, Tradizione, Mito e Storia (Carocci editore) in cui l’autore definisce i connotati della destra radicale soffermandosi sui suoi esponenti più significativi. Due anni fa alla sede romana di Casapound si è svolta una conferenza su Giorgio Locchi alla presenza del figlio Pierluigi e di Enzo Cipriano, anche lui amico e seguace di Locchi da anni.

jeudi, 10 avril 2014

Giorgio Locchi et le mythe surhumaniste

 

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Giorgio Locchi et le mythe surhumaniste

par Edouard Rix

 

«Es klang so alt, und war doch so neu »

(Cela sonnait si ancien, et était pourtant si nouveau)

Richard Wagner, Les Maîtres-chanteurs de Nuremberg

« J’ai deux inspirateurs principaux : Nietzsche et Giorgio Locchi » confesse Guillaume Faye, pour qui « sans Giorgio Locchi et son oeuvre, qui se mesure à son intensité et non point à sa quantité, et qui reposa aussi sur un patient travail de formation orale, la véritable chaîne de défense de l’identité européenne serait probablement rompue »(1). De même, si dans ses mémoires Alain de Benoist n’accorde qu’une ligne à l’apport de Guillaume Faye et de Robert Steuckers à la Nouvelle droite(2), il admet toutefois : « C’est en grande partie sous l’influence de Locchi que la ND des années 70 a désigné l’égalitarisme comme ennemi principal. La dizaine d’articles de lui que j’ai publiés dans Nouvelle Ecole comptent certainement parmi les meilleurs jamais parus dans cette revue »(3).

C’est au milieu des années 60 que de Benoist rencontre Giorgio Locchi, journaliste italien installé à Paris où il est le correspondant du quotidien romain Il Tempo. Ce docteur en droit de 43 ans impressionne le jeune homme, qui l’invite à écrire dans les Cahiers universitaires. Fin 1966, il publie dans le numéro 29 un article dans lequel il s’interroge sur le possibilité d’une « science historique » à la lumière des récents enseignements de la microphysique. Persuadé que le devenir historique exige une rupture pour réaffirmer « la soumission des masses aux élites, la nécessité d’une société pyramidale », Locchi précise qu’« il n’y aura d’histoire que par la volonté de faire l’histoire »(4).

Parallèlement, sous le pseudonyme de Hans-Jürgen Nigra, il collaborera irrégulièrement à Défense de l’Occident. Les spécialistes autoproclamés de l’extrême-droite Jean-Yves Camus et René Monzat l’identifieront (sic) comme l’un des militants « allemands » qui s’expriment dans la revue de Maurice Bardèche - ce qui aurait fait sourire ce germaniste accompli -.

Il était une fois le GRECE

Entré au comité de rédaction de Nouvelle Ecole en 1969, Giorgio Locchi sera l’un des principaux initiateurs du GRECE. Ce n’est pas un hasard si le numéro 6 de la revue, daté de l’hiver 1968-1969, reproduit l’intégralité de la communication qu’il a envoyée au 1er colloque de l’Institut d’études occidentales. Avec ce texte, d’imprégnation nietzschéenne, qui s’inspire des critiques généalogiques de l’égalitarisme et de l’universalisme - renvoyés à leurs origines judéo-chrétiennes - présentes dans Par delà le bien et le mal et le Crépuscule des idoles, Locchi fournit le cadre philosophico-historique dans lequel s’inscrira le GRECE des années 70. « Le marxisme, écrit-il, a bel et bien poussé jusque dans ses extrêmes conséquences une idée qui, depuis deux mille ans dominait la réflexion européenne (...). Cette idée est l’idée égalitaire, introduite dans le monde romain grâce au christianisme ». Il poursuit : « Ce sera le fait de la Révolution française que de vouloir appliquer le concept égalitaire à un des aspects de la réalité humaine, c’est-à-dire dans la loi ».

 

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Dans une conférence prononcée lors du 5ème séminaire régional du GRECE, qui se tient à Paris le 16 avril 1972 sur le thème « Nietzsche et notre temps », il définit ainsi le projet politique nietzschéen - que l’on peut lui attribuer en propre - : « Combattre l’égalitarisme : tel est le but essentiel que s’est fixé Nietzsche (...) Nietzsche appelle une aristocratie qui puisse tirer son droit de diriger la masse de ses qualités naturelles, de sa valeur. Une aristocratie qui représente un type d’homme supérieur »(5). Fin connaisseur de la Nouvelle droite, Pierre-André Taguieff souligne que Locchi a permis à Alain de Benoist « de lire Nietzsche dans la double perspective d’une généalogie de l’égalitarisme moderne et de la définition d’une “grande politique“ centrée sur l’idée européenne »(6). L’une des premières brochures doctrinales publiées par le GRECE(7) doit d’ailleurs beaucoup au penseur italien...

Taguieff en dresse le portrait suivant : « Doté d’une grande culture germanique (il s’intéressait notamment à Nietzsche, Wagner, aux penseurs de la “révolution conservatrice“ allemande, en particulier à Spengler, et au national-socialisme)», il « ne publie guère, dans Nouvelle Ecole, que des études d’aspect “théorique“ où la dimension historique n’est jamais séparée du souci doctrinal »(8). Chacun de ses articles se révèle être un véritable petit essai : « Linguistique et sciences humaines », « “Le vocabulaire des institutions européennes“ d’Emile Benvéniste », « “L’homme et la technique“ d’Oswald Spengler », « Histoire et sociétés : critique de Lévi-Strauss », « Nietzsche et ses “récupérateurs“ », « Le mythe cosmogonique indo-européen : reconstruction et réalité », « Le règne, l’empire, l’imperium », « Die Konservative Revolution in Deutschland 1918-1932, essai d’Armin Mohler », « Il était une fois l’Amérique », « L’histoire », « Richard Wagner et la régénération de l’histoire » « Ethologie et sciences humaines ». C’est à lui que l’on doit l’épais dossier polémique - auquel Alain de Benoist a apporté des notes complémentaires » que le numéro 27-28 de Nouvelle Ecole a consacré aux Etats-Unis. Rompant radicalement avec l’occidentalisme et l’atlantisme viscéral de l’extrême-droite française, les auteurs affirment que « si l’idéologie américaine est l’un des déchets de la civilisation occidentale, l’Amérique est elle-même le déchet matériel de l’Europe »(9). L’article se termine par une conclusion cinglante : « La menace qui, par le fait des Etats-Unis, pèse sur le monde est celle d’une forme particulièrement pernicieuse d’universalisme et d’égalitarisme »(10). Il sera traduit et publié en Italie(11) et en Allemagne(12).

Le fascisme a un cœur nouveau

L’un des rares textes que Giorgio Locchi a écrit directement en italien est consacré au fascisme. Une première version abrégée est d’abord paru dans Elementi, revue de la Nuova destra italienne, sous le titre « Le fascisme a un cœur antique ». « Voilà qui prouve qu’ils n’ont rien compris à ce que soutient mon texte, qui dit exactement le contraire, à savoir que le fascisme a un cœur nouveau » raillera l’auteur. Effectivement, il insiste, dans ce court essai, sur ce qu’il appelle le « repli-sur-les-origines-projet-d’avenir » du fascisme : « Pour le “fasciste“, la “nation“ finit par être retrouvée, plus que dans le présent, dans un lointain passé “mythique“ et poursuivie ensuite dans l’avenir, terre des enfants, Land der Kinder (Nietzsche) plus que terre des pères ». Une seconde version sera publiée en 1981(13).

Pour Locchi, le fascisme est la première manifestation politique d’un vaste phénomène spirituel et culturel, qu’il nomme le « Surhumanisme », dont l’origine remonte à la deuxième moitié du XIXe siècle, et qui « se configure comme une sorte de champ magnétique en expansion dont les pôles sont Richard Wagner (rarement reconnu) et Friedrich Nietzsche ». Entre Surhumanisme et fascisme, le rapport génétique spirituel est évident. Ce « principe surhumaniste se caractérise par le rejet absolu d’un “principe égalitaire“ opposé qui conforme le monde qui l’entoure ». Or, « si les mouvements fascistes situèrent l’ennemi - spirituel avant même que politique - dans les idéologies démocratiques - libéralisme, parlementarisme, socialisme, communisme, anarcho-communisme - c’est justement parce que dans la perspective historique instituée par le principe surhumaniste, ces idéologies se présentent comme autant de manifestations, apparues successivement dans l’histoire, mais toutes encore présentes, du principe égalitaire opposé, comme tendant toutes en définitive, avec un divers degré de conscience, vers un même but, et comme étant toutes ensemble la cause de la décadence spirituelle et matérielle de l’Europe, de l’“avilissement progressif“ de l’homme européen, de la décadence des sociétés occidentales ».

Arno_Breker_-_Camarades.jpgA l’instar d’Armin Mohler, il estime que « l’image la plus adaptée » pour représenter le temps de l’histoire de la vision surhumaniste est « celle de la Sphère », déjà présente dans Ainsi parlait Zarathoustra de Nietzsche. Il précise que « si dans le temps linéaire, le “moment“ présent et ponctuel en divisant ainsi la ligne du devenir en passé et futur, et si, d’autre part, l’on ne vit donc que dans le présent ponctiforme, dans le temps sphérique de la vision surhumaniste, le présent est tout autre chose : il est la sphère dont les dimensions sont passé, actualité, futur - et l’homme est l’homme, et non pas animal, justement parce que, au moyen de sa conscience, il vit dans ce présent tridimensionnel et qui est passé-actualité-futur-en-même-temps, et qui donc ainsi est aussi toujours fatalité du devenir historique ».

L’on retrouve cette conception surhumaniste dans le fascisme, et c’est pourquoi « les “projets historiques“ des mouvements fascistes se configurent toujours comme un rappel - et un “repli“ - sur une “origine“ et sur un “passé“ plus ou moins éloigné, qui toute fois sont projetés en même temps dans l’avenir comme but à atteindre » : romanité dans le fascisme italien, germanité préchrétienne dans le national-socialisme. Or, « le “passé“ duquel on se réclame et qui peut être vanté dans un but démagogique de propagande comme toujours vivant et actuel (dans le “peuple“ et dans la “race“, entendus presque comme résiduelle), est en réalité considéré de façon pessimiste comme un bien perdu, “sorti de l’histoire“, donc comme devant être ré-inventé et créé ex-novo ».

Dans Wagner, Nietzsche e il Mito Sovrumanista(14), - ouvrage dont trois des six chapitres sont une remise en forme de ses articles wagnériens parus dans les numéros 30 et 31-32 de Nouvelle Ecole -, il insistera encore sur ce qui caractérise en propre la vision du monde surhumaniste formulée par Wagner, Nietzsche et Heidegger, à savoir la substitution au temps linéaire judéo-chrétien de la tridimensionnalité du devenir historique, symbolisé par l’image de la sphère. « Il est difficile, remarque Taguieff de ne pas percevoir un écho de ces conceptions dans la philosophie “nominaliste“ de l’histoire exposée systématiquement par Alain de Benoist dans le numéro 33 de Nouvelle Ecole, daté de juin 1979, “Fondements nominalistes d’une attitude devant la vie“ (p. 22-30), où, en référence à Nietzsche, il est proposé de substituer à la conception cyclique de l’histoire “une conception résolument sphérique“ (p. 24). N’y aurait-il pas dans cette reprise mimétique la véritable raison - ou le facteur décisif - de la rupture entre Giorgio Locchi et Alain de Benoist ? »(15). A ce facteur personnel, il faut ajouter le refus de Locchi de voir le GRECE quitter la métapolitique pour la politique(16).

Comme le disait maître Eckhart, la parole surhumaniste de Giorgio Locchi « n’est destinée à personne qui ne la fasse déjà sienne comme principe de sa propre vie ou ne la possède au moins comme un désir de son cœur ».

Edouard Rix, Réfléchir & Agir, été 2013, n°44, pp. 45-47.

Notes

(1) G. Faye, postface à la deuxième édition de L’essenza del fascismo.

(2) A. de Benoist, Mémoire vive. Entretiens avec François Bousquet, éditions de Fallois, Paris, 2012, p. 142.

(3) Ibid, p.160.

(4) G. Locchi, « Profil de l’histoire », Cahiers universitaires, novembre-décembre 1966, n°29, p. 52.

(5) G. Locchi, « Nietzsche et le mythe européen », Engadine, automne 1972, n°13, p. 2.

(6) P.-A. Taguieff, Sur la Nouvelle droite, Descartes et cie, Paris, 1994, p. 152.

(7) A. de Benoist, Nietzsche : morale et “grande politique“, GRECE, Paris, 1974, 44 p.

(8) P.-A. Taguieff, op. cit., p. 153.

(9) R. de Herte et H.-J. Nigra, « Il était une fois l’Amérique », Nouvelle Ecole, automne-hiver 1975, n°27-28, p. 10.

(10) Ibid, p. 95.

(11) G. Locchi et A. de Benoist, Il male americano, LEDE, Rome, 1978, 190 p.

(12) R. de Herte et H.-J. Nigra, Die USA,Europas missratenes Kind, Herbig, coll. « Herbig Aktuell », München-Berlin, 1979, 197 p.

(13) G. Locchi,L'essenza del fascismo, Edizioni del Tridente, Castelnuovo Magra, 1981.

(14) G. Locchi, Wagner, Nietzsche e il Mito Sovrumanista, Akropolis, Naples,1982.

(15) P.-A. Taguieff, op. cit., p. 156.

(16) Entretien avec Pierluigi Locchi, 18 mars 2012.

 

dimanche, 15 juillet 2012

Guillaume Faye on Nietzsche

Guillaume Faye on Nietzsche

Translated by Greg Johnson

Ex: http://www.counter-currents.com

Translator’s Note:

The following interview of Guillaume Faye is from the Nietzsche Académie [2] blog. 

How important is Nietzsche for you?

Reading Nietzsche has been the departure point for all values ​​and ideas I developed later. In 1967, when I was a pupil of the Jesuits in Paris, something incredible happened in philosophy class. In that citadel of Catholicism, the philosophy teacher decided to do a year-long course on Nietzsche! Exeunt Descartes, Kant, Hegel, Marx, and others. The good fathers did not dare say anything, despite the upheaval in the program.

It marked me, believe me. Nietzsche, or the hermeneutics of suspicion. . . . Thus, very young, I distanced myself from the Christian, or rather “Christianomorphic,” view of the world. And of course, at the same time, from egalitarianism and humanism. All the analyses that I developed later were inspired by the insights of Nietzsche. But it was also in my nature.

Later, much later, just recently, I understood the need to complete the principles of Nietzsche with those of Aristotle, the good old Apollonian Greek, a pupil of Plato, whom he respected as well as criticized. There is for me an obvious philosophical affinity between Aristotle and Nietzsche: the refusal of metaphysics and idealism, and, crucially, the challenge to the idea of ​​divinity. Nietzsche’s “God is dead” is the counterpoint to Aristotle’s motionless and unconscious god, which is akin to a mathematical principle governing the universe.

Only Aristotle and Nietzsche, separated by many centuries, denied the presence of a self-conscious god without rejecting the sacred, but the latter is akin to a purely human exaltation based on politics or art.

Nevertheless, Christian theologians have never been bothered by Aristotle, but were very much so by Nietzsche. Why? Because Aristotle was pre-Christian and could not know Revelation. While Nietzsche, by attacking Christianity, knew exactly what he was doing.

Nevertheless, the Christian response to this atheism is irrefutable and deserves a good philosophical debate: faith is a different domain than the reflections of philosophers and remains a mystery. I remember, when I was with the Jesuits, passionate debates between my Nietzschean atheist philosophy teacher and the good fathers (his employers) sly and tolerant, sure of themselves.

What book by Nietzsche would you recommend?

The first one I read was The Gay Science. It was a shock. Then Beyond Good and Evil, where Nietzsche overturns the Manichean moral rules that come from Socrates and Christianity. The Antichrist, it must be said, inspired the whole anti-Christian discourse of the neo-pagan Right, in which I was obviously heavily involved.

But it should be noted that Nietzsche, who was raised Lutheran, had rebelled against Christian morality in its purest form represented by German Protestantism, but he never really understood the religiosity and the faith of traditional Catholics and Orthodox Christians, which is quite unconnected to secularized Christian morality.

Oddly, I was never excited by Thus Spoke Zarathustra. For me, it is a rather confused work, in which Nietzsche tried to be a prophet and a poet but failed. A bit like Voltaire, who believed himself clever in imitating the tragedies of Corneille. Voltaire, an author who, moreover, has spawned ideas quite contrary to this “philosophy of the Enlightenment” that Nietzsche (alone) had pulverized.

Being Nietzschean, what does this mean?

Nietzsche would not have liked this kind of question, for he did not want disciples, though . . .  (his character, very complex, was not devoid of vanity and frustration, just like you and me). Ask instead: What does it mean to follow Nietzschean principles?

This means breaking with Socratic, Stoic, and Christian principles and modern human egalitarianism, anthropocentrism, universal compassion, and universalist utopian harmony. It means accepting the possible reversal of all values ​​(Umwertung) to the detriment of humanistic ethics. The whole philosophy of Nietzsche is based on the logic of life: selection of the fittest, recognition of vital power (conservation of bloodlines at all costs) as the supreme value, abolition of dogmatic standards, the quest for historical grandeur, thinking of politics as aesthetics, radical inegalitarianism, etc.

That’s why all the thinkers and philosophers — self-appointed, and handsomely maintained by the system — who proclaim themselves more or less Nietzschean, are impostors. This was well understood by the writer Pierre Chassard who on good authority denounced the “scavengers of Nietzsche.” Indeed, it is very fashionable to be “Nietzschean.” Very curious on the part of publicists whose ideology — political correctness and right-thinking — is absolutely contrary to the philosophy of Friedrich Nietzsche.

In fact, the pseudo-Nietzscheans have committed a grave philosophical confusion: they held that Nietzsche was a protest against the established order, but they pretended not to understand that it was their own order: egalitarianism based on a secularized interpretation of Christianity. “Christianomorphic” on the inside and outside. But they believed (or pretended to believe) that Nietzsche was a sort of anarchist, while advocating a ruthless new order. Nietzsche was not, like his scavengers, a rebel in slippers, a phony rebel, but a revolutionary visionary.

Is Nietzsche on the Right or Left?

Fools and shallow thinkers (especially on the Right) have always claimed that the notions of Left and Right made no sense. What a sinister error. Although the practical positions of the Left and Right may vary, the values ​​of Right and Left do exist. Nietzscheanism is obviously on the Right. The socialist mentality, the morality of the herd, made Nietzsche vomit. But that does not mean that thepeople of the extreme Right are Nietzscheans, far from it. For example, they are generally anti-Jewish, a position that Nietzsche castigated and considered stupid in many of his writings, and in his correspondence he singled out anti-Semitic admirers who completely misunderstood him.

Nietzscheanism, obviously, is on the Right, and the Left, always in a position of intellectual prostitution, attempted to neutralize Nietzsche because it could not censor him. To be brief, I would say that an honest interpretation of Nietzsche places him on the side of the revolutionary Right in Europe, using the concept of the Right for lack of  anything better (like any word, it describes things imperfectly).

Nietzsche, like Aristotle (and, indeed, like Plato, Kant, Hegel, and Marx, of course — but not at all Spinoza) deeply integrated politics in his thinking. For example, by a fantastic premonition, he was for a union of European nations, like Kant, but from a very different perspective. Kant the pacifist, universalist, and incorrigible utopian moralist, wanted the European Union as it exists today: a great flabby body without a sovereign head with the Rights of Man as its highest principle. Nietzsche, on the contrary, spoke of Great Politics, a grand design for a united Europe. For the moment, it is the Kantian view that has unfortunately been imposed.

On the other hand, the least we can say is that Nietzsche was not a Pan-German, a German nationalist, but rather a nationalistic — and patriotic — European. This was remarkable for a man who lived in his time, the second part of the 19th century (“This stupid 19th century,” said Léon Daudet), which exacerbated as a fatal poison the shabby petty intra-European nationalism that would result in the terrible fratricidal tragedy of 1914 to 1918, when young Europeans from 18 to 25 years, massacred one another without knowing exactly why. Nietzsche the European wanted anything but such a scenario.

That is why those who instrumentalized Nietzsche (in the 1930s) as an ideologue of Germanism are as wrong as those who, today, present him as a proto-Leftist. Nietzsche was a European patriot, and he put the genius of the German soul in the service of European power whose decline, as a visionary, he already sensed.

What authors do you see as Nietzschean?

Not necessarily those who claim Nietzsche. In reality, there are no actual “Nietzschean” authors. Simply, Nietzsche and others are part of a highly fluid and complex current that could be described as a “rebellion against the accepted principles.” On this point, I agree with the view of the Italian philosopher Giorgio Locchi, who was one of my teachers: Nietzsche inaugurated “superhumanism,” that is to say the surpassing of humanism. I’ll stop there, because I will not repeat what I have developed in some of my books, including Why We Fight and Sex and Perversion. One could say that a large number of authors and filmmakers are “Nietzschean,” but this kind of talk is very superficial.

On the other hand, I believe there is a strong link between the philosophy of Nietzsche and Aristotle, despite the centuries that separate them. To say that Aristotle is Nietzschean is obviously an anachronistic absurdity. But to say that Nietzsche’s philosophy continues Aristotle, the errant student of Plato, is a claim I will hazard. This is why I am both Aristotelian and Nietzschean: Because these two philosophers defend the fundamental idea that the supernatural deity must be examined in substance. Nietzsche looks at divinity with a critical perspective like Aristotle’s.

Most writers who call themselves admirers of Nietzsche are impostors. Paradoxically, I link Darwinism and Nietzsche. Those who actually interpret Nietzsche are accused by ideological manipulators of not being real “philosophers.” Even those who want Nietzsche to say the opposite of what he so inconveniently actually said. We must condemn this appropriation of philosophy by a caste of mandarins who proceed to distort the texts of the philosophers, or even censor them. Aristotle has also been a victim. One can read Nietzsche and other philosophers only through a scholarly grid, inaccessible to the common man. But no. Nietzsche is quite readable by any educated man. But our time can read only through the grid of censorship by omission.

Could you give a definition of the Superman?

Nietzsche intentionally gave a vague definition of the Superman. This is an open-ended yet clear concept. Obviously, the pseudo-Nietzschean intellectuals were quick to blur and empty this concept by making the Superman a sort of airy intellectual: detached, haughty, meditative, quasi-Buddhist—the conceited image they have of themselves. In short, the precise opposite of what Nietzsche intended. I am a partisan not of interpreting writers but of reading them, if possible, with the highest degree of respect.

Nietzsche obviously linked the Superman to the notion of Will to Power (which, too, has been manipulated and distorted). The Superman is the model of the man who fulfills the Will to Power, that is to say, who rises above herd morality (and Nietzsche thought socialism was a herd doctrine) to selflessly impose a new order, with two dimensions, warlike and sovereign, aiming at dominion, endowed with a power project. The interpretation of the Superman as a supreme “sage,” a non-violent, ethereal, proto-Gandhi of sorts is a deconstruction of Nietzsche’s thought in order to neutralize and blur it. The Parisian intelligentsia, whose hallmark is a spirit of falsehood, has a sophisticated but evil genius in distorting the thought of annoying but unavoidable great authors (including Aristotle and Voltaire) but also wrongly appropriating or truncating their thought.

There are two possible definitions of the Superman: the mental and the moral Superman (by evolution and education, surpassing his ancestors) and the biological superman. It’s very difficult to decide, since Nietzsche himself has used this expression as a sort of mytheme, a literary trope, without ever truly conceptualizing it. A sort of premonitory phrase, which was inspired by Darwinian evolutionism.

But your question is very interesting. The key is not having an answer “about Nietzsche,” but to know which path Nietzsche wanted to open over a hundred years ago. Because he was anti-Christian and anti-humanist, Nietzsche did not think that man was a fixed being, but that he is subject to evolution, even self-evolution (that is the sense of the metaphor of the “bridge between the beast and the Superman”).

For my part — but then I differ with Nietzsche, and my opinion does not possess immense value — I interpreted superhumanism as a challenge, for reasons partly biological, to the very notion of a human species. Briefly. This concept of the Superman is certainly much more than Will to Power, one of those mysterious traps Nietzsche set, one of the questions he posed to future humanity: Yes, what is the Superman? The very word makes us dreamy and delirious.

Nietzsche may have had the intuition that the human species, at least some of its higher components (not necessarily “humanity”), could accelerate and direct biological evolution. One thing is certain, that crushes the thoughts of monotheistic, anthropocentric “fixists”: man is not an essence that is beyond evolution. And then, to the concept of Übermensch, never forget to add that ofHerrenvolk . . . prescient. Also, we should not forget Nietzsche’s reflections on the question of race and anthropological inequality.

The capture of Nietzsche’s work by pseudo-scientists and pseudo-philosophical schools (comparable to the capture of the works of Aristotle) ​​is explained by the following simple fact: Nietzsche is too big a fish to be eliminated, but far too subversive not to be censored and distorted.

Your favorite quote from Nietzsche?

“We must now cease all forms of joking around.” This means, presciently, that the values ​​on which Western civilization are based are no longer acceptable. And that survival depends on a reversal or restoration of vital values. And all this assumes the end of festivisme (as coined by Philippe Muray and developed by Robert Steuckers) and a return to serious matters.

Source: http://nietzscheacademie.over-blog.com/article-nietzsche-vu-par-guillaume-faye-106329446.html [3]

 


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mercredi, 10 mars 2010

Il superomismo sociale di D'Annunzio

Il superomismo sociale di D’Annunzio

Autore: Luca Leonello Rimbotti - http://www.centrostudilaruna.it/

GabrieleD.jpgChe le rivoluzioni nazionali europee del XX secolo abbiano regolarmente avuto alle loro spalle il meglio dell’intellettualità dei rispettivi Paesi, e che tale prestigioso palladio non abbia l’eguale in altri contesti ideologici, costituisce una delle maggiori frustrazioni per l’intellighentzia liberalgiacobina. Nel caso del Fascismo italiano, la galleria dei padri nobili più lontani, come quella degli immediati profeti e antesignani, è sterminata. Di qui, l’ingrato lavoro cui si sottopongono da decenni i poligrafi antifascisti: nascondere se possibile, altrimenti mettere in sordina e depistare, al fine di limitare il danno che reca alla credibilità democratica il fatto che il Fascismo possa impunemente godere del prestigio postumo di tanti geni nazionali che lo precorsero. Senza andare più indietro, i casi di un Carducci, di un Oriani, di un Pascoli, di un Pirandello, di un Pareto, di un Marinetti sono conosciuti: qui si concentra sovente lo sforzo dei nuovi “negazionisti”: le assonanze, le precise rispondenze, le plateali coincidenze tra il loro pensiero ideale, sociale e politico e l’ideologia fascista vengono appunto negate o minimizzate, contestando l’incontestabile attraverso la pratica abituale del cavillo cabalistico oppure della semplice deformazione.

D’Annunzio è un caso a sé. Il grande poeta è stato a lungo ridicolizzato dai progressisti come esteta da burla, in virtù del suo “decadentismo borghese”. E a lungo è stato giudicato come nulla più che una manifestazione retorica di interessi di classe. Molti ricorderanno i frasari paramarxisti che per lunghe stagioni relegarono D’Annunzio tra i servi del capitalismo. Un solo esempio a caso: quel libro einaudiano con cui Angelo Jacomuzzi nel 1974 definiva il pensiero del Vate «funzionale all’affermazione dell’ideologia del capitalismo avanzato». Oggi, che il febbrone marxistico è degenerato in pandemìa liberista, sciocchezze del genere non sono più somministrabili. Oggi questo particolare tipo di “negazionismo” viaggia su binari meno rozzi, più sfumati. Eppure, qua e là, vediamo ancora riaffiorare con altri argomenti l’antica tendenza alla mistificazione.

Stavolta, infatti, non si vuole enfatizzare il D’Annunzio reazionario, ma piuttosto fabbricarne addirittura uno antifascista. Si passa, insomma, da una forzatura a un’invenzione di sana pianta. È il caso, ad esempio, di un breve scritto di Vito Salierno, intitolato non a caso Gabriele d’Annunzio: il disprezzo per i fascisti e il rapporto con Mussolini, che compare nel libro a più mani L’Italia e la “grande vigilia”. nella politica italiana prima del fascismo, a cura di Romain H. Rainero e Stefano B. Galli (Franco Angeli editore). Il saggetto in parola, sin da titolo, si picca di voler dimostrare che D’Annunzio e i fascisti non avevano nulla a che spartire. Due mondi diversi. A riprova, si cita la famosa lettera che il Comandante inviò a Mussolini il 16 settembre 1919, rimproverandolo di non aver mobilitato i Fasci a sostegno dell’impresa fiumana. E si cita anche l’ordine dato ai legionari, a Marcia su Roma appena terminata, di «mantenersi assolutamente estranei all’attuale situazione politica». Il fatto che D’Annunzio e Mussolini avessero la medesima ideologia non conta. Contano le occasionali divergenze sulla tattica politica. Poco importa, ad esempio, che D’Annunzio si fosse affacciato al balcone di Palazzo Marino a Milano il 3 agosto 1922 – in piena fase insurrezionale fascista – per arringare una folla nazionalista e avendo a fianco fior di squadristi e neri gagliardetti… e poco importa che in occasione della Marcia, D’Annunzio, se non si sperticò in elogi, neppure si pronunciò contro: si sa infatti che il Vate, quell’ingresso a Roma, avrebbe voluto farlo lui, mancandogli tuttavia i talenti politici per scegliere il come e il quando. Suscettibile com’era, ci rimase male quando la “rivoluzione nazionale” fu portata a compimento da altri, relegandolo ai margini della scena.

E si sa anche che certe sue rampogne a Mussolini erano figlie più di un antagonismo tra caratteri forti che non tra divergenti vedute di fondo. Mussolini aveva la capacità politica che sfuggiva completamente al Comandante, tutto avvolto nelle sue potenti evocazioni simboliche. D’Annunzio, da parte sua, ebbe il talento estetico necessario per fondare la liturgia celebrativa e la mistica comunitaria, poi ereditate dal Fascismo e socializzate su scala nazionale.

Non potendo contestare in toto la coincidenza ideologica tra Mussolini e D’Annunzio, oggi, per confutare il primo e salvare il secondo da una fratellanza ideologica che disturba, si preferisce pestare sul pedale delle marginali divergenze: ad esempio, quelle immaginate tra il corporativismo fascista e il corporativismo della Carta del Carnaro. Che effettivamente, se guardata col microscopio, rigirata in controluce, ai raggi X, proprio volendo, in alcune sfumature è un po’ diversa, che so, dalla Carta del Lavoro… Oppure, come ha fatto Ferdinando Cordova – in un suo vecchio libro recentemente ristampato –, si preferisce cavillare su certe differenze di scelta politica tra alcuni arditi e legionari dannunziani e gli arditi e gli squadristi fascisti… Insomma, una letteratura bizantina che gode ancora buona salute. Gli storici più equilibrati e meno corrivi hanno da tempo liquidato questi tentativi di imbrogliare le carte.

Il pensiero politico dannunziano, presente non solo negli scritti e discorsi politici, ma nella sua intera produzione letteraria, poetica e giornalistica, era quanto mai chiaro. L’Immaginifico possedeva il dono divino, assente nei tardi glossatori democratici, della brutale schiettezza. La sua ideologia? Ce l’ha riassunta anni fa un insospettabile come Paolo Alatri: «il principio della completa libertà d’azione dell’uomo superiore… la polemica antidemocratica e antiparlamentare, la celebrazione delle virtù della razza, l’esaltazione della guerra, l’esaltazione della romanità e la celebrazione del Risorgimento… un socialismo di superuomini…». Cos’altro aggiungere? Questa ideologia dannunziana proprio non fa venire in mente nessuna assonanza, a quanti accarezzano un improbabile D’Annunzio anti-fascista o a-fascista?

I vecchi storici marxisti erano in fondo più onesti degli attuali “revisionisti” democratici. Lo stesso Alatri – ma come lui anche i vari Ernesto Ragionieri o Gabriele De Rosa – rimarcavano per l’appunto che D’Annunzio «preparò il terreno al fascismo», proprio perché, se non fascista (un carattere come quello era maldisposto per natura a inquadrarsi in un partito comandato da un altro…), fu quanto meno protofascista. E, inoltre, proprio quegli storici ricordavano il debito che l’ideologia nazionalpopolare di D’Annunzio aveva col socialismo nazionale di Corradini, col suo imperialismo sociale e con il sindacalismo rivoluzionario: tutti elementi che furono alla base dell’ideologia fascista. Dice: ma nella Carta del Carnaro si parla di libertà, si afferma che tutti i cittadini sono uguali… e poi a capo della Reggenza il Vate mise De Ambris, un libertario antifascista. Sì, ma che dire del fatto che alla prima occasione D’Annunzio se ne sbarazzò a favore di Giuriati, che era fascista e che diventò un gerarca? Ma poi, non si parla nella Dottrina del Fascismo proprio dello “Stato etico” come manifestazione della vera libertà e dell’eguale dignità di tutti gli Italiani? E che dire poi della stragrande maggioranza dei legionari fiumani, che dal 1921 confluirono in blocco nel PNF? Senza contare che, se ci fu, come ci fu, una forte vena “di sinistra” nella Carta del Carnaro, essa fu preceduta e di molto dal programma sansepolcrista dei Fasci di Combattimento.

Per la verità, la leggenda di un D’Annunzio “di sinistra” (ma di una sinistra estrema, non tanto nazionale, quanto addirittura internazionalista e para-comunista) venne malauguratamente diffusa da De Felice e poi rinforzata da qualche suo allievo. In un famoso convegno di storici tenutosi a Pescara nel 1987, De Felice pensò bene di provare questo fantasioso schieramento del poeta, ricordando che D’Annunzio invitò a Fiume sia Gramsci che il commissario sovietico agli esteri Cicerin. Questa presa di posizione di De Felice è alla base dei tentativi della storiografia contemporanea di rinverdire la mitologia di un D’Annunzio estraneo alla politica e ai valori del Fascismo e con l’unico occhio rimastogli volto alla sinistra estrema. Ma, anche qui, si tratta di argomenti facilmente smontabili. Un conto sono le tattiche o gli atti politici contingenti, un altro conto è l’ideologia politica di fondo che sostiene un’azione. Basterà ricordare, per chiarire la faccenda, che, ad esempio, il primo Stato occidentale che riconobbe diplomaticamente l’URSS fu l’Italia, ma nel 1923 e per iniziativa di Mussolini, e senza che per questo diventasse comunista…

Fatto sta che è su mitologie di tale inconsistenza che ancora oggi si lavora. Una volta conosciuta l’opera dannunziana, una volta letta la sua straripante prosa estremistica, se ne riconoscono le tracce che anticiparono il Fascismo fin dai primi scritti giovanili negli anni Ottanta dell’Ottocento. Se il punto di partenza dell’ideologia di D’Annunzio fu il superomismo nietzscheano, a questo il poeta aggiunse col tempo quella sensibilità sociale che già era da un pezzo nell’aria sia nel nazionalismo corradiniano, sia nelle scelte dei sindacalisti rivoluzionari in favore dell’interventismo: confluiti poi l’uno e gli altri nel Fascismo. Il Vate si esprimeva a favore della energia dominatrice che agisce tanto nell’arte quanto nell’arte politica di un capo carismatico; esaltava le glorie italiane e affidava alla nazione una missione da realizzarsi attraverso i trionfi guerrieri; celebrava il destino della stirpe formulando una delle rivendicazioni imperialistiche più radicali del Novecento: a questo aggiunse l’idea di una nobiltà del popolo presente anche nell’umile lavoro quotidiano. Da Giovanni Rizzo, il prefetto che il Duce inviò al Vittoriale per sorvegliare non tanto D’Annunzio quanto la fauna di parassiti che lo circondava, sappiamo che Gardone pullulava di faccendieri e mestatori: «avversari di varia tinta, partigiani, zelatori e gelosi si davan da fare per attizzare il fuoco della discordia». Ma invano: D’Annunzio confermò fino alla fine l’identità di ideali col Fascismo. Dev’essere stata una ben strana inimicizia, quella tra i due, se ad esempio nel 1936 D’Annunzio poté inviare a Mussolini – che chiamava spesso il grande Capo – parole che non lasciano scampo: «Tutta la mia arte migliore si tendeva dal mio profondo nell’ansia di scolpire la tua figura grande, mentre tu solo contro gli intrighi de’ vecchi, contro la falsità degli ipocriti… difendevi la tua patria, la mia patria, l’Italia, l’Italia, l’Italia, tu solo, a viso aperto!…».

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Tratto da Linea del 27 giugno 2008.