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lundi, 13 janvier 2014

Hezbollah is a stabilizing factor in the Levant unlike Saudi Arabia and Qatar

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Hezbollah is a stabilizing factor in the Levant unlike Saudi Arabia and Qatar

Murad Makhmudov and Lee Jay Walker

Modern Tokyo Times - http://www.moderntokyotimes.com

Gulf and Western intrigues in the Levant are collectively creating chaos and spreading sectarianism. In Lebanon the Hezbollah movement is trying to contain these dark forces by maintaining strong relations with powerful Christian leaders like Michel Aoun. At the same time Hezbollah is supporting the rich religious mosaic in Syria. Therefore, while Gulf and Western powers alongside Turkey have tried to crush the secular government in Syria; it is clear that the Russian Federation, Iran, and Hezbollah, are not for changing.

The Syrian armed forces are multi-religious in line with the nation of Syria and clearly the only sectarian angle belongs to the enemies of this nation. Indeed, Syria took in vast numbers of Sunni Muslims fleeing Palestine and Iraq. Therefore, when outside nations were meddling throughout the region the nation of Syria was open to all refugees irrespective of religious affiliation. This reality meant that Christians fleeing Iraq, after the destabilization of this nation, fled to Syria in order to escape sectarianism and terrorism. Sadly, the intrigues of Gulf and Western powers now means that vast numbers of Syrians from all faiths are fleeing the destruction which follows in the wake of outside meddling.

Sunni Takfiri fanatics and militant Salafists are entering Syria from many nations and clearly NATO Turkey is an open conduit for the vilest of jihadists to be found on this planet. After all, the so-called Islamic jihad in Syria is just based on terrorism, sectarianism, beheading, destroying the economy and doing the bidding of outside forces. Note, so-called Islamic jihadists are not fighting NATO Turkey in the north or Israel in the south; instead, they are going to Syria to slaughter and indoctrinate. In other words, Islamic jihadists are not only “blind pawns” based on being funded by wealthy Gulf states but these hypocrites are also the enemies of the Levant because they desire to sow wars based on sectarianism.

Once more, the governments of America and the United Kingdom have helped to cleanse Christians just like they did in Iraq and Kosovo. Indeed, President Obama of America even supported the Muslim Brotherhood in Egypt despite this movement being anti-Christian and anti-secular.  However, the masses in Egypt woke up to the dark threat of the Muslim Brotherhood and similarly the armed forces of Syria refuse to abandon their homeland.

In Syria the forces of Hezbollah are fighting for the richness of the Levant despite the mass propaganda being espoused in the media towards this movement. After all, when Sunni Takfiri Islamists take control of mainly Alawite and Christian villages then both communities flee. The same happens when the brutal Free Syrian Army (FSA) enters either mixed areas or villages belonging to various minorities. Yet, when Hezbollah assists the armed forces of Syria, then this movement only engages itself in fighting various sectarian and terrorist forces.

Hezbollah is not interested in enforcing their faith on anyone. On the contrary, it is clear that Hezbollah supports the mainly Sunni Palestinians, just like this movement is working closely with powerful Christian forces in Lebanon under the leadership of Michel Aoun. Indeed, the modern day movement of Hezbollah resembles many aspects of the secular government of Syria and this applies to supporting the religious and ethnic mosaic of the Levant. This reality highlights the clear sham of sectarianism being thrown at Hezbollah and the government of Syria.

However, in the opposite direction you have the brutal sectarianism of Saudi Arabia and Qatar, which are supporting many militant Salafi and Takfiri movements in various nations. Of course, in Syria both feudal Gulf powers are supporting terrorism and sectarianism openly. Also, Gulf petrodollars are doing much in the shadows throughout the world based on spreading an ideology based on supremacy and hatred. Like usual, Western powers care zilch about the Christian faith because in Saudi Arabia not one single Christian church is allowed and apostates face death.

Saudi Arabia is now trying to spread dissent in Lebanon by funding the armed forces of this nation. Despite this, many powerful regional religious leaders fully understand the evil deeds being done throughout the Levant based on the intrigues of Gulf and Western powers. Therefore, Hezbollah will continue to fight against outside nations who seek to alter the indigenous dynamics of the Levant.

leejay@moderntokyotimes.com

http://moderntokyotimes.com

IL SECOLO CINESE?

IL SECOLO CINESE?

IL SECOLO CINESE?

Ex: http://www.eurasi-rivista.org

È uscito il numero XXXII (4-2013) della rivista di studi geopolitici “Eurasia” intitolato:

 

IL SECOLO CINESE?

Ecco di seguito l’elenco degli articoli presenti in questo numero, con un breve riassunto di ciascuno di essi.

 

EDITORIALE

IL SECOLO CINESE? di Claudio Mutti

 

GEOFILOSOFIA

HEGEL E IL FONDAMENTO GEOGRAFICO DELLA STORIA MONDIALE di Davide Ragnolini*

All’interno delle «Vorlesungen über die Philosophie der Weltgeschichte» del grande filosofo tedesco la riflessione sulla base geografica della storia mondiale trova una significativa collocazione propedeutica alla stessa storia filosofica del mondo, la cui importanza non è stata ancora sufficientemente colta. Hegel poneva a fondamento dello svolgimento storico mondiale il rapporto tra i popoli e la condizione naturale nella quale questi hanno localizzazione. Secondo l’impostazione storico-idealistica di Hegel, tempo e spazio hanno nella storia e geografia universale il loro correlato fenomenico dal quale i popoli avviano la propria esistenza. Da un punto di vista filosofico il rapporto tra spirito e natura costituisce la struttura teoretica portante su cui Hegel basa l’emancipazione di un popolo dalla condizione di mero «ente naturale» a soggetto storico all’interno della storia mondiale. Dal geografo e collega Carl Ritter,il filosofo tedesco ha tratto i princìpi interpretativi per la comprensione delle possibilità di sviluppo che le differenze geografiche offrono ai popoli, la rappresentazione geologica della superficie terrestre, la sua divisione in continente euroafrasiatico ed aree insulari, e infine la contrapposizione tra terra e mare. Questi rappresentano solo alcuni dei molti aspetti della geografia hegeliana, forieri di sviluppi successivi per la teoria geopolitica. 

 

DOSSARIO: IL SECOLO CINESE?

LA REPUBBLICA POPOLARE CINESE: PROFILO E RISORSE a cura della Redazione

La Cina oggi: una panoramica dei dati essenziali e delle dinamiche in atto contribuisce alla comprensione della più grande realtà asiatica.

 

LA NUOVA VIA DELLA SETA di Qi Han

La signora Qi Han è incaricata d’Affari dell’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia. “Eurasia” la ringrazia per aver gentilmente concesso di pubblicare il testo del discorso da lei pronunciato in occasione del Forum Eurasiatico di Verona (17-18 ottobre 2013). 

RITORNO ALLA VIA DELLA SETA di Giuseppe Cappelluti

 Dal mito alla realtà. Dopo secoli di oblio la Via della Seta, storico ponte tra l’Occidente e la Cina, sta tornando ad essere una direttrice primaria del commercio internazionale. Lungo i suoi itinerari si è tuttavia prefigurata l’ennesima disputa tra eurasiatismo ed euro-atlantismo: da un lato il percorso attraverso Russia e Kazakistan, più rapido e stimolato dal rafforzamento dell’integrazione eurasiatica, dall’altro quello attraverso il Caucaso e il Mar Caspio voluto dall’Unione Europea.

LA CINA PER UN ORDINE MULTIPOLARE di Spartaco A. Puttini

 L’ascesa della Cina si è imposta come una realtà della quale tener conto, in tutte le dimensioni proprie della geopolitica. Ma per coglierne la portata e le conseguenze per la vita internazionale occorre collocarla in un contesto preciso: quello attualmente attraversato dalle relazioni internazionali e caratterizzato dal braccio di ferro in corso tra il tentativo statunitense di imporre al mondo il proprio “dominio a pieno spettro” e l’emergere di un equilibrio di potenza multipolare. Nelle righe che seguono cercheremo di dare sommariamente conto dell’azione politica della Cina popolare su diverse scacchiere (dall’America Latina all’Africa) evidenziandone finalità ed effetti. Di particolare rilievo risulta l’impulso dato allo sviluppo dei rapporti economici Sud-Sud con mutuo beneficio, che promettono di erodere il potere ricattatorio esercitato dalle centrali finanziarie legate all’Angloamerica nei confronti dei paesi in via di sviluppo. Si accennerà al complesso rapporto che viene a stabilirsi concretamente tra l’aspirazione cinese ad una crescita armonica e pacifica e il vincolo sistemico indotto dagli Stati Uniti con la corsa agli armamenti e con il susseguirsi di gravissimi crisi regionali che contribuiscono ad attizzare le tensioni tra le Potenze.                         

 

 LA SECONDA PORTAEREI CINESE di Andrea Fais

La crescita della potenza economica cinese ha avuto principalmente due ripercussioni internazionali. L’una, di carattere commerciale, sta già modificando le dinamiche dei flussi di capitale nel pianeta ed è quella più dibattuta dalla stampa europea ma troppo spesso accentuata, se non deformata da giudizi raramente in sintonia con la realtà dei fatti. L’altra, di carattere strategico, mantiene ritmi di trasformazione più lenti, non tanto per il ritardo con cui la Repubblica Popolare Cinese è giunta ad affrontare nel concreto i temi salienti della guerra informatica e della modernizzazione militare quanto piuttosto per l’enorme potenziale accumulato dal Pentagono nel decennio compreso tra il 1998 e il 2007. Eppure dal momento che le dimensioni commerciale e militare sono interdipendenti, all’inversione di tendenza nella prima potrebbe presto seguirne un’altra nella seconda. Il debutto della prima portaerei cinese, la Liaoning, nel settembre 2012 aveva lanciato un dado sul tavolo: la sfida a quello strapotere aeronavale statunitense che, assieme al primato internazionale del dollaro, costituisce l’architrave dell’egemonia nordamericana sul resto del mondo.

 

LA TRIADE NUCLEARE DELLA REPUBBLICA POPOLARE CINESE di Alessandro Lattanzio

L’arsenale strategico cinese è oggetto di varie congetture. Qui viene presentato un quadro sintetico delle varie stime relative all’arsenale nucleare, dovute ai più importanti enti occidentali di analisi strategica.

 

GLI ALTRI PARTITI NELLA CINA POPOLARE di Giovanni Armillotta

 Le origini, la storia e l’organizzazione dei partiti democratici. Le lotte comuni assieme ai comunisti nell’epopea della liberazione contro i giapponesi, e nella guerra civile nel periodo della dittatura del Guomindang. La collaborazione di essi col Partito Comunista Cinese nell’amministrazione del Paese e le rappresentanze dei partiti indipendenti nelle alte istituzioni statali. Paralleli col sistema partitico della nostra Italia 1945-1994. Nell’articolo è adottato il sistema di traslitterazione Pinyin di nomi e toponimi.

 

LA  QUINTA GENERAZIONE AL POTERE di Sara Nardi

Negli ultimi anni il problema dell’informazione e dei mezzi di comunicazione di massa si è fatto stringente anche in Cina. Come seconda potenza mondiale e come nazione pienamente inserita nel processo di globalizzazione economica e digitale, il colosso asiatico è ormai entrato sotto la lente d’ingrandimento della famigerata osservazione internazionale. Si tratta di una realtà complessa, che spesso risente delle contraddizioni o delle forzature che il punto di vista politico e geografico dell’osservatore reca necessariamente con sé. Tuttavia, è stato lo stesso Xi Jinping ad annunciare un piano di riforme che risolvano in modo più efficace le complicate questioni legate alla corruzione, agli intrecci impropri tra politica e stampa e alla regolamentazione della rete multimediale. Una sfida da cui dipende l’immagine della Cina nel mondo e, dunque, la sua capacità di guadagnare legittimazione e consenso internazionali.

 

HUKOU. LA RESIDENZA IN CINA di Maria Francesca Staiano

La RPC è caratterizzata da un sistema di registrazione permanente della residenza (Hukou) che esclude i residenti non regolari, soprattutto i lavoratori migranti, dal godimento delle prestazioni sociali, come l’accesso ai servizi di istruzione, di sanità, di previdenza sociale e di sicurezza sul lavoro. Ciò ha generato una divaricazione netta tra la popolazione urbana e i migranti che provengono dalle zone rurali. Il sistema dello Hukou deriva da una tradizione storica-culturale antica ed è stato modificato varie volte dal Governo cinese. Oggi, la questione dello Hukou è nell’agenda del terzo plenum del Partito Comunista della RPC e quanto mai attuale. La Cina si trova ad affrontare la sfida di un esercito di lavoratori migranti che, sostenendo l’economia cinese, pretendono gli stessi diritti dei cittadini urbani.

 

MYANMAR: UNA PARTITA ANCORA APERTA? di Stefano Vernole

Lo “sdoganamento” del Myanmar apparentemente favorisce l’intrusione occidentale nell’area del Sud-Est asiatico, ma la stabilizzazione dell’ex Birmania è funzionale agli interessi di sicurezza della Cina. La strategia geoeconomica del PCC appare ancora una volta vincente. Il secolo asiatico vedrà Pechino protagonista?

LA CINA IN ROMANIA di Luca Bistolfi

La Cina è vicina, e molto, anche in Romania. Da anni ormai, semplici cittadini, operai, imprenditori e multinazionali di servizi e infrastrutture provenienti dalla Città Proibita hanno adottato il Paese carpatico quale meta di investimenti a lunga durata. Nel bellum omnium contra omnes i romeni se ne vanno dal loro Paese e ad esser assunti sono i cinesi, sempre più a basso costo e non meno sfruttati. Un risultato, fra i tanti, è che anche le aziende italiane, andate per suonare, sono state suonate. Sempre dai cinesi. E la Romania, ancora una volta, piange.

 

IL TURISMO CINESE DEL XXI SECOLO di Ornella Colandrea

Negli ultimi tre decenni, la Repubblica Popolare Cinese ha adottato politiche e misure che, modificando fortemente la struttura socioeconomica del paese, hanno inaugurato una fase di costante crescita economica. La Cina rappresenta oggi un interessante mercato in  crescente espansione in cui il turismo costituisce uno dei fulcri centrali dell’industria nazionale. Il mercato turistico cinese rappresenta una grande opportunità per l’Europa e per il sistema di offerta italiano in particolare. L’articolo analizza i dati, i ritmi di sviluppo, le tendenze, i profili dei turisti cinesi, individuando criticità e opportunità.

 

IL TURISMO CINESE IN ITALIA di Elena Premoli

Affari, ma non solo: anche più tempo libero, voglia di esplorare il mondo, curiosità sempre crescente, desiderio di evasione, necessità di staccarsi dalla frenetica vita delle grandi megalopoli asiatiche. E, soprattutto, maggiore disponibilità economica. Sono questi alcuni fattori che stanno alla base di un fenomeno  sempre in crescita e che sta raggiungendo cifre davvero importanti. Si tratta del turismo cinese, dei viaggi interni alla Cina o all’estero che sempre più abitanti della Terra di Mezzo decidono di compiere per piacere.  Dove si posiziona il nostro Paese all’interno di questa filiera? Quali passi sono stati già compiuti, da quali sbagli è bene trarre insegnamento e quali piccole accortezze sono richieste agli operatori del settore per accogliere al meglio gli ospiti in arrivo dalla Repubblica Popolare? L’articolo offre un breve excursus sull’evoluzione del fenomeno turistico, andando alle radici della pratica del viaggiare per poi arrivare velocemente ai giorni nostri. Espone alcune cifre che definiscono un’idea generale del fenomeno e si chiude con uno sguardo particolare su quanto è possibile fare per trarre maggiori guadagni da tale tendenza, impossibile da trascurare.

LA RICEZIONE DI CARL SCHMITT IN CINA di Davide Ragnolini

La recente traduzione in cinese delle opere del giurista tedesco e la crescita delle pubblicazioni dedicategli in Cina rappresentano un elemento di novità sotto un duplice punto di vista. Da un lato contribuiscono sul piano ermeneutico ad arricchire la storia della ricezione della filosofia schmittiana del diritto sotto un più generale aspetto teoretico-dottrinale nel dibattito scientifico mondiale; dall’altro, queste pubblicazioni sono rilevanti come inedita introduzione di un autore europeo ormai classico all’interno della specificità politico-culturale della più grande nazione asiatica. Un recente saggio di Qi Zheng fornisce una panoramica su questo dibattito scientifico in Cina e al contempo ci dà la possibilità di intravedere i limiti attuali della ricezione cinese di un pensatore che, come spiega la stessa Qi Zheng, come nessun altro ha causato tante controversie in Cina.

CONTINENTI

GLOBALIZZAZIONE: DEFINIZIONE E CONSEGUENZE di Cristiano Procentese

La globalizzazione costituisce il fenomeno più rilevante degli ultimi decenni: ingrediente ormai irrinunciabile di ogni riflessione, rimane, ciononostante, un concetto ancora generico e impreciso. Tuttavia, dopo le apologetiche profezie dei sostenitori della globalizzazione, il risultato degli ultimi anni è  stato un modello di sviluppo che ha come componente intrinseca l’accentuazione delle diseguaglianze, la precarizzazione del lavoro ed il senso d’insicurezza dei cittadini. La crescita incontrollata della speculazione finanziaria, la delocalizzazione delle imprese, che diventano multinazionali o transnazionali, e l’impotenza dei governi nazionali nel gestire un fenomeno così complesso, sono le priorità cui la politica, riappropriandosi delle proprie prerogative, dovrebbe cercare di dare una risposta.

LA LETTONIA VERSO L’EURO di Giuseppe Cappelluti

Il 1 gennaio 2014 sarà una data storica per la Lettonia: il Paese baltico, infatti, diventerà il diciottesimo membro di Eurolandia. Per ragioni sia economiche sia geopolitiche (la volontà di sancire l’appartenenza all’Occidente in funzione antirussa) l’adozione dell’euro è stata uno dei principali obiettivi del governo di centrodestra, ma il Paese è tutt’altro che entusiasta. L’accettazione della Lettonia nell’Eurozona, dopo tutto, è stata vincolata all’adozione di rigide misure di austerità, e non manca chi, memori dei cinquant’anni di occupazione sovietica, teme per la propria sovranità nazionale. Alcuni economisti, d’altro canto, non vedono di buon occhio alcuni provvedimenti recentemente approvati in materia fiscale e temono che il Paese si trasformi in un ponte verso i paradisi fiscali, o peggio che diventi esso stesso un paradiso fiscale.

LE MANI SULL’ASIA CENTRALE di Giuseppe Cappelluti

La Cina è oggi uno dei maggiori interlocutori commerciali degli “stan” dell’Asia Centrale, e i suoi interessi nell’area sono in forte crescita. Emblematici delle strategie geopolitiche di Pechino verso il Centrasia sono i rapporti con Kazakhstan e Kirghizistan. Se fino a poco più di vent’anni fa la Cina era totalmente assente dagli orizzonti kazachi, la sempre più massiccia presenza cinese nell’economia dell’Aquila della Steppa, non più limitata al tradizionale settore degli idrocarburi, ne ha fatto uno dei più importanti partner commerciali e strategici. Inoltre, pur non mancando timori per un possibile boom dell’immigrazione cinese, gli interessi tra i due Paesi sono reciproci, a partire dalle questioni legate alla sicurezza e dalle nuove infrastrutture che collegheranno Cina e Russia attraverso il Kazakhstan. Il Kirghizistan, al contrario, interessa essenzialmente per la sua posizione geografica, mentre la sua futura adesione all’Unione Doganale non è propriamente una buona notizia per quello che un tempo fu il Celeste Impero. Ma nei due Paesi le mosse cinesi suscitano non pochi sospetti: legittimi interessi o espansionismo geoeconomico?

LA GUERRA CIVILE DEL TAGIKISTAN (1992-1997) di Andrea Forti

Nonostante la durata, cinque anni, e l’elevato numero di vittime (dai cinquanta ai centomila morti) la guerra civile del Tagikistan rimane, agli occhi del grande pubblico occidentale (e non solo), uno dei conflitti meno conosciuti del convulso periodo immediatamente successivo alla fine della Guerra Fredda, oscurato dai contemporanei ma ben più mediatici conflitti nella ex-Jugoslavia, in Algeria o in Somalia. La guerra civile tagica, nonostante l’oblio che ormai circonda questa drammatica pagina di storia, è di grande interesse sia per lo studio dei conflitti nati dal dissolvimento dell’Unione Sovietica che per eventuali comparazioni con conflitti attualmente in corso, come quello in Siria che oppone le forze governative alla ribellione islamista.

COMUNITÀ RELIGIOSE IN SIRIA di Vittoria Squillacioti

La Siria odierna è un paese complesso dal punto di vista etnico e religioso. Per comprendere quali siano effettivamente le differenze che caratterizzano la sua popolazione è necessario tenere presente le variabili della lingua, della confessione religiosa e dell’eventuale collocazione geografica delle diverse comunità, tre variabili che agiscono profondamente nella definizione delle diverse identità e appartenenze. Nel variegato mosaico siriano riscontriamo così la presenza dominante dei musulmani, ancorché suddivisi tra sunniti, sciiti, ismailiti, alawiti, drusi e yazidi, ma anche diverse varietà del cristianesimo ed una comunità ebraica.

ARABIA SAUDITA: ALLEANZE ESTERE E DINAMICHE INTERNE di Sara Brzuszkiewicz

In seguito al deciso rifiuto da parte dell’Arabia Saudita del seggio nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per il quale era stata eletta come membro non permanente, ci si interroga sugli attuali rapporti del Regno dei Saud con storici alleati, rivali di sempre e timido dissenso interno, per scoprire che, nonostante a prima vista possa sembrare il contrario, il vento del cambiamento è ancora lontano dalla Culla dell’Islam.

IL TAGLIO DELL’ISTMO DI SUEZ di Lorenzo Salimbeni

Nel novembre del 1869 venne inaugurato il Canale di Suez. Ci era voluto quasi un decennio di massacranti lavori per portare a compimento quest’opera ciclopica, dopo che già in fase di progettazione non erano mancate le polemiche. La necessità di mettere in collegamento il Mar Mediterraneo ed il Mar Rosso era chiara a tutti, ma la modalità con cui conseguire tale obiettivo era oggetto di discussione. Vi fu chi propose di aprire un canale fra il Mar Rosso ed il delta del Nilo (come era già stato fatto all’epoca dei Faraoni e della dominazione araba dell’Egitto), chi insistette per un collegamento ferroviario Alessandria-Il Cairo-Mar Rosso e chi spinse per tagliare l’istmo di Suez, anche se si riteneva che fra i due mari vi fosse un dislivello di alcuni metri che avrebbe richiesto la costruzione di complesse chiuse. La Compagnia Universale del Canale di Suez presieduta dallo spregiudicato Ferdinand de Lesseps, il genio ingegneristico di Luigi Negrelli e l’iniziale opposizione britannica furono i soggetti più importanti nella fase iniziale dell’ambiziosa opera di scavo.

INTERVISTE

TUCCI IN ORIENTE. L’AVVENTURA DI UNA VITA. INTERVISTA A ENRICA GARZILLI (a cura di Andrea Fais)

Enrica Garzilli è, dal 1995, direttrice delle riviste accademiche “International Journal of Sanskrit Studies” e “Journal of South Asia Women Studies”. È stata quindi Research Affiliate al P.G.D.A.V. College, una delle più antiche istituzioni dell’Università di Delhi. Dal 1991 al 2011 ha vinto la Senior Fellowship presso il Center for the Study of World Religions dell’Università di Harvard (1992–94), ha compiuto quattro anni di studi post-laurea in storia, informatica e giurisprudenza, ha insegnato come Lecturer di sanscrito all’università di Harvard e servito come direttore editoriale della Harvard Oriental Series-Opera Minora, è stata Visiting Researcher alla Harvard Law School (1994–96) e docente presso le università di Macerata, Perugia e Torino. Collabora in qualità di esperta alla RSI – Radiotelevisione Svizzera e a riviste e giornali italiani.

“GLOBAL TIMES”: UNO STRUMENTO DI DIALOGO. INTERVISTA A LI HONGWEI (a cura di Andrea Fais)

Li Hongwei è caporedattore dell’edizione in lingua inglese del quotidiano di approfondimento cinese “Global Times”. Fondato nel 1993 dall’editore del “Quotidiano del Popolo”, il “Global Times” ha raggiunto una popolarità internazionale a partire dal 2009, quando fu lanciata l’edizione in lingua inglese che ha raggiunto i lettori di tutto il mondo, accreditandosi come riferimento imprescindibile per conoscere analisi e opinioni della società cinese. La presente intervista è stata rilasciata ad Andrea Fais, collaboratore di “Eurasia” e di “Global Times”.

RECENSIONI

Luciano Pignataro, La Cina contemporanea da Mao Zedong a Deng Xiaoping (1949-1980) (Andrea Fais)

Tiziano Terzani, Tutte le opere (Stefano Vernole)

Carlo Terracciano, L’Impero del Cuore del Mondo (Andrea Fais)

Massimo Cacciari, Il potere che freno (Claudio Mutti)

"Al Qaeda se extiende en Irak como un virus imparable"

Ex: http://www.elespiadigital.com

Las fuerzas policiales iraquíes y tribus locales lograron expulsar del centro de la ciudad de Ramadi a los yihadistas del Estado Islámico de Irak y el Levante y retomar así el control de la ciudad, ocupado por el grupo vinculado a Al Qaeda.

Las consecuencias del conflicto sirio parecen tener su eco directo en Irak. Miles de ciudadanos han abandonado la provincia de Anbar después de que los islamistas tomaran el control de las ciudades de Ramadi y Faluya. Estas dos localidades, estratégicas durante la invasión de EE.UU., se convirtieron en un bastión de Al Qaeda. Ahora, el Gobierno del país intenta restablecer el mando en la región.

"Las fuerzas armadas iraquíes nunca abandonarán Anbar porque nunca se marcharon, ya estaban allí desde antes", afirma Adnan al Shahmani, asesor del primer ministro del país, Nuri al Maliki.

Antes de la invasión de EE.UU., el yihadismo era casi inexistente en Irak. Dos años después de la retirada de las tropas estadounidenses del país, se muestra poderoso, mientras que Washington, por su parte, parece desentenderse totalmente del tema. Según el secretario de Estado estadounidense, John Kerry, se trata de "una lucha que pertenece a los propios iraquíes".

Un equipo de RT conversó con un miembro de Al Qaeda en Irak hace seis meses y entonces aseguraba que el destino de Siria estaba unido al de Irak. Llegó el momento, decía, de desestabilizar el Gobierno de Al Maliki.

Karlos Zurutuza, corresponsal de la agencia de noticias IPS, cree que "el vacío de poder que está surgiendo en toda la región de Oriente Medio y el norte de África está haciendo que Al Qaeda se extienda como un virus imparable".

La decisión de grupos tribales sunitas marcará el rumbo del conflicto

Paradójicamente, Irán y EE.UU. están de acuerdo en su apoyo al Gobierno de Al Maliki, mientras que los sunitas ven la realidad muy diferente. En los últimos años las tensiones sectarias han fragmentado el país. Actualmente, es difícil encontrar una identidad común en Irak. Si en 2005 tenían que decidir entre las tropas de EE.UU. o Al Qaeda, ahora vuelven a encontrarse entre la espada y la pared.    

"Los sunitas de Irak son los parias de la invasión de 2003, los parias del Gobierno a manos de Nuri al Maliki tras años de marginación sistemática. La población sunita se encuentra entre un Gobierno que les rechaza y unos agentes extranjeros extremistas dispuestos a luchar por un emirato sunita", opina Karlos Zurutuza.

Algunos expertos ya adelantaban el caos que se vive en Irak hace ya casi una década. "'En lugar de unir a Irak, tras el año 2005 habrá un conflicto tribal más grave, profundas diferencias religiosas que llevarán a Irak a más caos y a una guerra civil sangrienta'. Eso lo dijimos en 2004. El país está en ruinas", opina el analista internacional Gerald Celeste.

Así, la clave la tienen los grupos tribales. Su decisión marcará el rumbo del conflicto. Los ciudadanos iraquíes, mientras tanto, vuelven a ser las víctimas, como tras la invasión estadounidense. De nuevo, se ven obligados a desplazarse a otros lugares y a refugiarse de un conflicto ya regional.    

Desde el año 2009 Irak había reducido el número de homicidios por año de manera sustancial. En 2013, no obstante, hubo un punto de inflexión y fue el más sangriento en un lustro. Viendo la compleja situación que asola ahora a Irak, parece que se avecinan, una vez más, tiempos oscuros para el país.

Entreprises, risques criminels et communication d'influence: le décryptage de Xavier Raufer

Entreprises, risques criminels et communication d'influence:
le décryptage de Xavier Raufer

9782130620723FS.gif"Evolution des dangers et des menaces : ouvrons les yeux" : tel est le thème du colloque organisé au Sénat le 29 janvier prochain sous l'égide de l'Institut Jean Lecanuet, avec le concours scientifique du DRMCC, Département de recherche sur les menaces criminelles contemporaines de l'université Paris-II Panthéon-Assas. Présidée par Yves Pozzo di Borgo, sénateur de Paris, cette journée d'études est ouverte à tous sous réserve d'inscription préalable (programme ; inscription : inscription@institutjeanlecanuet.org ).

Interviendront lors de ce colloque Xavier Raufer, Jean-Marie-Bockel, David Naccache, François Haut, Pierre Delval, François Werner, Alain Bauer, Michel Quillé, Alain Establier, Régis Poincelet, Xavier Bertrand, ainsi que moi-même au nom de Communication & Influence, pour expliquer comment la communication d'influence peut aider l'entreprise à contrer les actions de déstabilisation, tout en optimisant son capital immatériel.

Dans l'entretien qu'il m'a accordé pour préparer cette journée, Xavier Raufer - docteur en géopolitique, co-directeur du DRMCC, enseignant à l'international (Chine, Etats- Unis...) - estime que les menaces criminelles concernent aujourd’hui prioritairement les sphères économique et financière. Et donc l'entreprise.

Bonne lecture, et une nouvelle fois, bonne année 2014 à tous !

Bruno Racouchot
COMES COMMUNICATION
tel : +33 (0)1 47 09 36 99 / mob : +33 (0)6 10 84 35 15
courriel : bruno@comes-communication.com
site : www.comes-communication.com
et www.www.communicationetinfluence.fr

dimanche, 12 janvier 2014

L’affaire Dieudonné : l’arbre qui cache la forêt de l’offensive contre Internet

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Ex: http://www.polemia.com

L’affaire Dieudonné : l’arbre qui cache la forêt de l’offensive contre Internet

« Car, si personne ne bouge, c’est la pensée (…) qui sera étouffée ».

Que Manuel Valls, qui aura passé toute la trêve des confiseurs à ostraciser Dieudonné, s’affirme, « par [s]a femme, lié de manière éternelle à la communauté juive et à Israël » et qu’il soit « fier de faire partie d’un gouvernement qui veut bâtir une amitié forte avec Israël », nul ne le contestera puisqu’il l’a maintes fois affirmé, par exemple le 22 juillet 2012 à Strasbourg. Qu’il espère supplanter Jean-Marc Ayrault à Matignon à la faveur de ses dernières gesticulations, très médiatiques mais dérisoires au regard de sa défaite contre la criminalité et de son triste bilan de la Saint-Sylvestre (trois personnes assassinées à l’arme blanche et 1067 véhicules incendiés malgré le déploiement de 53.000 gendarmes et policiers) est une évidence. Mais le ministre de l’Intérieur réussira-t-il, grâce à sa circulaire du 6 janvier, à faire interdire par les préfets les spectacles de celui qu’il qualifie de « petit entrepreneur de la haine », « raciste et antisémite », obsédé par la « haine du juif » jusqu’à faire « l’apologie de la Shoah» ?

Pas impossible si les nervis de la Ligue de défense juive provoquaient des troubles à l’ordre public susceptibles de faire annuler la tournée de Dieudonné en province. Rappelons que la LDJ est une organisation interdite aux Etats-Unis et même en Israël pour son extrémisme mais qu’elle est protégée chez nous en haut lieu et par la gens Klarsfeld qui, à l’abri de ses Légions d’honneur (Madame est Grand-Croix et Monsieur Grand Officier), doit cornaquer ce mercredi à Nantes une manifestation hostile. (CG)

Un prétexte à la « normalisation » du Web

 

Encore qu’il s’agirait, si M. Valls parvenait à ses fins, d’une scandaleuse atteinte à la liberté d’expression doublée d’une atteinte encore plus monstrueuse à la liberté du travail – en application servile de la loi nationale-socialiste sur le Berufsverbot ou disqualification professionnelle, loi jugée scélérate à l’époque –, la question est peut-être secondaire et va bien au-delà du cas du seul Dieudonné M’Bala M’Bala – dont on peut penser ce qu’on veut, y compris du mal.

C’est la liberté d’expression de millions d’internautes français qui est menacée.

Le conflit s’était envenimé au fil des mois entre le journaliste Patrick Cohen, anchorman des matinales de France Inter qui avait dressé en mars une liste noire des individus nauséabonds, dont Dieudonné, à ne jamais inviter sur les antennes du service public, et l’humoriste ; ce dernier avait lancé en décembre, dans son théâtre parisien de La Main d’Or, une phrase provocatrice mais étrangement ambiguë : « Quand je l’entends parler, Patrick Cohen, j’me dis, tu vois, les chambres à gaz… Dommage. » Voulait-il dire par là « dommage que les chambres à gaz n’aient jamais existé » ou, au contraire – ce qui prouverait du moins que cet « antisémite » n’est nullement révisionniste, « dommage qu’elles n’existent plus » ?

 

Peu importe. Dès lors, la machine s’emballa et d’autant plus que, simultanément, le footeux antillais Nicolas Anelka, dont les multiples incartades verbales et le refus obstiné de chanter La Marseillaise quand il jouait d’aventure en équipe de France ne gênaient personne, célébrait d’une « quenelle », posture prétendument néo-nazie, le but qu’il venait de marquer outre-Manche pour son nouveau club de West Bromwich Albion. La photo blasphématoire, dédiée à « [son] ami Dieudonné », ayant fait le tour du monde (et des cités ethniques), le prétexte était tout trouvé pour passer aux choses sérieuses.

 

Soit, sovietico more, la « normalisation* » d’Internet, cet insupportable espace de liberté où peuvent s’étaler toutes les opinions et, plus grave, toutes les contestations des dogmes les mieux établis.

 

Une répression « légitime »

 

Car cette offensive couvait depuis plusieurs mois et, dès le 26 septembre dernier, sur le site Boulevard Voltaire, Jean-Yves Le Gallou avait accusé l’Union des étudiants juifs de France (UEJF), « bras armé du Conseil représentatif des institutions juives de France (CRIF) », de revêtir « l’habit du censeur » en se plaçant « en tête des tentatives de censure d’Internet : poursuites de blogs, poursuites de commentateurs, poursuites de réseaux sociaux ».

 

Comme pour donner raison au fondateur de Polémia, le CRIF publiait le 13 octobre contre la « Fachosphère du Net » une philippique de son spécialiste des médias Marc Knobel qui déplorait : « Certes, des associations antiracistes ont engagé des procédures afin de s’opposer à ces marchands de haine ; toutefois, pourquoi s’en remet-on en ce domaine au seul dévouement (sic) de ces associations ? La lutte contre le racisme et l’antisémitisme sur Internet n’incombe-t-elle pas AUSSI aux pouvoirs publics ? »

Le 17 octobre, toujours sur le site du CRIF, le même exhortait donc le gouvernement à appliquer dans toute sa rigueur la législation muselant « l’Internet de la haine », car « les restrictions à la liberté d’expression peuvent être considérées comme légitimes pour lutter contre le racisme », y compris dans les « nouveaux médias ». « Si le droit à la liberté vaut pour Internet, les restrictions à celle-ci s’appliquent également. Internet n’étant qu’un instrument et non un but en soi, il ne peut être tenu pour affranchi des lois nationales et internationales », théorisait M. Knobel.

 

Un président et un gouvernement aux ordres…

 

Message reçu. Accueillant le 16 décembre à l’Elysée Roger Cukierman, président du CRIF, à l’occasion du septantième anniversaire de ce lobby, le chef de l’Etat lui déclarait notamment: « Quand vous avez des choses à dire, Monsieur le Président, vous les dites et vous les dites librement, franchement, sincèrement, bruyamment et nous vous écoutons**. »

 

Rien d’étonnant, dans ces conditions, si, deux jours plus tard, les députés saisis d’une proposition de loi inspirée des préconisations de la pourtant très institutionnelle Commission nationale consultative des droits de l’homme (CNCDH) sur la nécessité d’étendre aux blogueurs la protection dont bénéficient les sources des journalistes, rejetaient ce texte ; et si, dans la foulée, la « Dieudosphère », considérée à tort ou à raison comme le fer de lance de la « Fachosphère », se retrouvait sous la mitraille qui, prenons-en le pari, ne s’arrêtera pas à cette seule cible.

« Haine sur Internet : la guerre est déclarée », triomphait donc le 3 janvier Daniel Makonnen, responsable de la communication de la LICRA, ravi de l’imminente mise au pas du Web.

 

Car, si « la Toile » s’est aussitôt enflammée devant la menace d’asservissement et d’épuration, on n’a noté du côté des humanistes homologués ni réserves ni scrupules mais au contraire une acceptation béate de la machine de guerre gouvernementale, un lâche soulagement devant le « courage » de l’équipe Ayrault qui s’apprête à faire voter un projet de loi étendant les possibilités de capter les données numériques, véritable « Patriot Act » à la française instaurant une sourcilleuse censure et incitant à la délation.

 

…et une Intelligentsia complice des éradicateurs

 

Défenseur des démocrates ukrainiens en lutte contre le tyran Poutine comme il l’avait été des honorables républicains libyens contre l’immonde Kadhafi, Bernard-Henri Lévy tresse ainsi des lauriers au petit Jdanov de la Place Beauvau, initiateur de la nouvelle « ligne générale »:

« Il y a un moment où […] il est du devoir de la parole publique de dire. Valls l’a fait, Valls a eu raison. Il n’y a rien de commun, rien, entre le travail d’un humoriste dont la liberté d’expression et donc de provocation est effectivement sacrée, et l’entreprise d’un agitateur néonazi qui fait ouvertement campagne sur des thèmes qui ne sont pas des opinions mais des délits. »

 

Cette opinion est partagée par Bertrand Delanoë qui, abandonnant la mairie de Paris dans l’espoir d’un maroquin ministériel, doit donner des gages. Dieudonné étant pour lui « quelqu’un qui fait l’apologie de crimes contre l’Humanité et qui par ses propos porte atteinte à la dignité humaine, il doit être combattu avec toutes les rigueurs de la loi ». Et surtout avec la force injuste de la loi.

 

Ce qui tombe bien puisque, tout aussi acharnée, Mme le Ministre délégué à l’Economie numérique Fleur Pellerin – Coréenne naguère adoptée par un couple français, cas également du camarade Jean-Vincent Placé, le gourou des Verts – s’est félicité de la possibilité « de faire condamner toute personne propageant des propos racistes sur les réseaux sociaux » : « Aujourd’hui, la Justice a les moyens techniques de faire appliquer les décisions et c’est ce qu’il faut faire, y compris dans le cas de Dieudonné », déclarait-elle le 31 décembre, sûre que sa collègue à la Justice Christiane Taubira, si indulgente aux FEMEN profanatrices de tant de nos églises et aux auteurs de crimes crapuleux, se montrera intransigeante à l’encontre des déviants idéologiques.

 

Un modèle démocratique : la Chine populaire !

 

Mais la palme de l’inconscience ou, si l’on préfère, du cynisme, revient sans doute à l’éthéré dandy qui sert de directeur à L’Express. Participant aux Grandes Gueules sur RMC le 3 janvier, Christophe Barbier proclamait ainsi : « Internet n’est pas un no man’s land. Internet est un champ d’impunité, mais ça se régule aussi, Internet. Entre nous, hein, les Chinois y arrivent bien. Si les dictatures y arrivent, il faut que les démocraties y arrivent aussi ! »


 

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Quatre-vingts ans après le pamphlet de Paul Nizan, Les Chiens de garde (de l’ordre établi), sortait en 2012 un documentaire politique, Les Nouveaux Chiens de garde inspiré du livre éponyme de Serge Halimi. Christophe Barbier y était durement étrillé pour sa défense de la « mondialisation heureuse » et de l’idéologie dominante. On aurait pu croire qu’après son ode, digne d’un Garde rouge, à la répression, le personnage serait durablement tricard des plateaux. Tout au contraire, il était deux jours plus tard l’invité d’honneur du 19/20 de France 3 où il exalta l’ardente obligation d’une « pédagogie mémorielle » car « on ne peut pas rire de tout », proclame celui qui se présente comme « un esprit libre ».

 

Détail savoureux : M. Barbier, normalien controversé car, recalé au concours d’entrée rue d’Ulm, il n’en aurait suivi les cours qu’en auditeur libre et ne possède d’ailleurs qu’une maîtrise d’histoire, a tourné dans Doutes, un film de son épouse, Yamini Kumar-Cohen (elle-même directrice de la communication chez Hermès), censé fustiger le… « Politiquement Correct » ! Ce qui l’autorisait évidemment à réclamer, il y a deux ans déjà dans L’Express, « un droit mondial du Web ».

 

Un tel droit, également exigé par Ariel Wizman, son confrère de Canal+, qui réclamait le 28 novembre la création d’une « police du Net », selon lui « égout de la pensée », mène, on le sait, à l’alignement déjà observé par les « médias en servitude » et heureux de l’être, mais furieux de voir leurs certitudes, leurs oukases et leur magistère battus en brèche par de simples citoyens.

 

En 1984, la suspension de la nouvelle radio NRJ, dont la puissance d’émission brouillait toutes les antennes voisines, avait jeté dans la rue trois cent mille jeunes et forcé le pouvoir socialiste à reculer. L’enjeu est aujourd’hui bien plus important. Car, si personne ne bouge, c’est la pensée, dont a si peur M. Wizman, qui sera étouffée.

 

Notes :

 

(*) « Normalisation » : tel avait été l’euphémisme choisi en août 1968 par Michel Debré, alors ministre des Affaires étrangères de Charles De Gaulle, pour qualifier l’envoi des blindés soviétiques ayant pour mission de mater le « printemps de Prague ».
(**) Souligné par nous

 

Fallujah: Obama’s Newest Headache

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Fallujah: Obama’s Newest Headache

Melkulangara BHADRAKUMAR

Ex: http://www.strategic-culture.org

 
Guernica in the Spanish civil war, My Lai in the Vietnam War, Guantanamo Bay in the war on terror – these have been powerful symbols. The siege of Fallujah in May 2004 stands out in the Iraq War as the bloodiest battle that the United States fought since the Vietnam War. The US Marines suffered 40 deaths in the siege, while Iraqi civilian casualties were in the hundreds. The US forces reportedly used F-16 warplanes to blitz residential areas in Fallujah with cluster bombs. The majority of prisoners were executed…

As the US Marine Corps announced a ceasefire and withdrew in May 2004, mosques proclaimed the victory of insurgents and Fallujah’s transformation began as a sort of Islamic mini-state with Sharia law. So, in the fall of that year, in late October, the US military returned with another major offensive with aerial attacks and precision-guided missiles followed by a full-blooded assault by the Marines backed by artillery and armor in early November – Operation Phantom Fury. 

This is how CNN’s Karl Penhaul reported on November 9: «The sky over Fallujah seems to explode as U.S. Marines launch their much-trumpeted ground assault. War planes drop cluster bombs on insurgent positions and artillery batteries fire smoke rounds to conceal a Marine advance». According to Washington Post, white phosphorous grenades and artillery shells were used to create «walls of fire» in the city. Doctors later reported seeing melted corpses. No one knows the casualty figures; as of November 18 US military claimed 1200 ‘insurgents’ had been killed and 1000 captured… 

A Guardian report said over 70 percent of the city’s homes were destroyed along with sixty schools and sixty-five mosques and shrines. There has been anecdotal evidence of large increases in cancer, infant mortality, etc. among the survivors, triggering speculation that there was use of depleted uranium leading to environmental contamination. 

It is extremely important to recollect the horrendous living memory of Fallujah to understand what happened last week when the centre of the city fell into the hands of fighters from the al-Qaeda-linked Islamic State in Iraq and Levant [ISIL]. Fallujah, along with the capital of Anbar province, Ramadi, was a stronghold of Sunni insurgents during the US occupation of Iraq and al-Qaeda militants largely took over both cities last week. Hundreds of ISIL fighters have entered Fallujah. 

Pundits have begun analyzing the factors behind. The dominant narrative is that the Iraqi government led by Prime Minister Nouri al-Maliki failed to reach out to the Sunnis and alienating them during the period since the US troops pulled out in 2011. Indeed, the latest flare-up happened after Maliki dispatched troops last week to break up an year-old Sunni protest in Ramadi to voice their grievances of political exclusion. Almost all Sunnis have turned against the government and are opposed to the Iraqi security forces, although not all have aligned themselves with the ISIL. 

Meanwhile, the turmoil in Syria in which ISIL is playing a lead role has compounded the security situation in Iraq. The ISIL has been targeting Shi’ites, which at once gives the conflict in Anbar a sectarian overtone. Also, Iraq is heading for parliamentary poll in April and there are conspiracy theories that Maliki is calibrating a confrontation with Sunnis and raising the spectre of the al-Qaeda threat that might help him rally the Shi’ite opinion to support his re-election. 

However, Maliki’s decisions are also prompted by the real fear that his Shi’ite-led government is besieged and faces the threat of being overrun Sunnis. To say he contrived the al-Qaeda takeover in Fallujah stretches credulity. The ISIL comprises hardened fighters coming in from Syria where the US’ regional allies in the Persian Gulf, especially Saudi Arabia, have been inducting foreign fighters and supporting them financially and with weapons. Also to be factored in is the so-called Sahwa, the Awakening, which the US created as surrogate force to fight the al-Qaeda and was abandoned when the American troops withdrew in 2011. Most of its leaders have been assassinated. 

Suffice to say, in terms of political morality or strategy, the Barack Obama administration cannot wash its hands off the emergent situation in Fallujah. The blame for the Iraq’s unraveling as a nation should lie with the George W. Bush presidency. Bush’s forecast of ‘mission accomplished’ in Iraq and Gen. David Petraeus’ brag about the Awakening sound hollow today. 

To be sure, how Obama responds to the situation in Fallujah has wider implications for the US’ regional strategies. Secretary of State John Kerry said, «We’re not contemplating putting boots on the ground. This is their [Iraqis’] fight, but we’re going to help them in their fight». 

The White House spokesman Jay Carney said Washington is «accelerating» its deliveries of military equipment to Iraq and «looking to provide an additional shipment of Hellfire missiles» in the coming months as well as ten surveillance drones in the coming weeks and another 48 later this year. Carney added that Washington is «working closely with the Iraqis to develop a holistic strategy to isolate the al-Qaeda-affiliated groups», but ultimately Iraq must handle the conflict itself. 

The point is, US fought ferociously in 2004 to keep al-Qaeda out of Fallujah and now they’ve returned and may create a base there and this is every bit the US’ fight and Maliki government is a quasi-ally of Washington. The US’ interests in the region will be seriously hurt if al-Qaeda establishes another foothold in the region. And, of course, the whole region is watching Washington’s grit to take on al-Qaeda. 

The Republican hawks like Senators John McCain and Lindsey Graham blame Obama for the situation insofar as he didn’t try hard enough to reach an agreement with Maliki to keep US troops in Iraq beyond 2011. However, the criticism won’t gain traction as the domestic attitudes in the US favor the idea that despite the upheaval in the Middle East, the US will do well to seek a diplomatic and political engagement with the region rather than a military settlement. 

The choices that lie ahead for Obama can be viewed from three perspectives. First, the Fallujah situation sails into view at an awkward time – when the Obama administration proposes to maintain anywhere around ten to twelve thousand US troops in Afghanistan. That plan lacks support within the US and the Fallujah situation is a timely warning about the dangers of maintaining a large residual force in Afghanistan. 

Second, Fallujah highlights that the wars in Syria and Iraq and the dangerous slide in Lebanon have morphed. At the same time, Fallujah is not an al-Qaeda problem alone. It is a city that became irreconcilably alienated in the brutal violence of US occupation and it no longer feels it’s a part of Iraq. Thus, Fallujah calls attention to a far more fundamental question regarding the future of Iraq itself. This, again, holds some stark lessons for Afghanistan where too the US occupation hastened the fragmentation along ethnic and religious lines. A response to the crisis by accelerating weapons deliveries to the Iraqi government will not solve the problem and may even make it worse. 

A third stunning aspect is that the Fallujah situation finds the US and Iran on the same side. Their respective interests in Iraq vary but they share the profound concern that an international movement of Sunni fighters fired by Wahhabi ideology is raising the black flag of al-Qaeda along sectarian fault lines. Neither is willing to intervene and Tehran too promises military aid but shows reluctance to put ‘boots on the ground’. 

The Obama administration could be edging close to acknowledging Iran’s influence on regional issues – Iraq, Syria, Afghanistan, Yemen – and this hastens regional realignments. Saudi Arabia accuses the Obama administration of strengthening Iran’s regional at the expense of Washington’s traditional allies and also alleges that Tehran is pursuing a clever strategy to undermine the US-Saudi alliance. 

Indeed, Foreign Minister Mohammad Javad Zarif said at a meeting with a visiting delegation of Italian lawmakers on Sunday in Tehran that the spread of radicalism in the Middle East would pose unpredictable threats to other parts of the world as well unless countered through effective international cooperation. The Intelligence Minister Seyed Mahmoud Alavi claimed that the western powers realize that international cooperation is needed to counter the «threat of terrorism by Takfiri groups». 

Significantly, a bipartisan a group of influential figures in the US foreign policy establishment addressed a letter to the US Senate on Monday urging that no new sanctions be passed against Iran, warning that it would potentially move the US closer to war. Ryan Crocker who was a former ambassador to Iraq, led the initiative.

Christophe Poitou : « Le totalitarisme économique, manipulations mondiales et répression financière »

Christophe Poitou : « Le totalitarisme économique, manipulations mondiales et répression financière »

Ex: http://fortune.fdesouche.com

Loligarchie est mauvaise perdante. Elle ne laissera pas ce qu’on appel le système, qui est un « tout subtil et maléfique », se faire balayer par une crise économique, ce qui pourtant serait logique. Elle s’est laissé surprendre en 2008 par Lehman, mais ne se fera probablement pas avoir ainsi deux fois, elle prendra toutes les mesures nécessaires. À commencer par le refinancement ad libitum des agents financiers en difficulté présentant un risque systémique.

« Dernière combine en date (avril 2013) évoquée pour refinancer les agents en difficulté sans toucher à la dette publique centrale : la mise à contribution forcée de l’assurance vie des particuliers pour soutenir les entreprises en difficulté. On parle là d’un détournement de près de 100 milliards »

Il s’agit d’éviter une crise trop monstrueuse qui se transformerait en crise politique majeure avec éventuellement l’arrivée au pouvoir de partis de sensibilité nationale ou l’avènement de telle ou telle situation qui la dérangerait trop. En fait, si on prend les choses avec du recul on peut dire que d’une certaine manière l’oligarchie se refinance elle-même dès qu’elle est en difficulté. Dans les faits, ce à quoi nous assistons depuis quelques temps.

Elle ne peut donc en quelques sorte jamais être en difficulté ni être en passe être renversée ?

Un krach obligataire dantesque aurait déjà du éclater en 2009/2010. Cela n’a pas été le cas. Certes, Sarkozy, Papandréou, Berlusconi ou Monti ont sauté, mais ça ne change pas grand-chose. Le système lui-même, lui, est toujours là. L’oligarchie a pris les mesures nécessaires sans la moindre légitimité ou consultation démocratique pour se maintenir et empêcher toute crise grave.

Quelles sont ces mesures ?

Ce sont ces mesures – en fait, ces sales méthodes – que j’examine une par une dans mon livre : la création monétaire dans ces diverses variantes, l’allongement de la maturité des titres, le partage forcé de la valeur ajoutée, l’extorsion fiscale, l’exportation de l’inflation, les manipulations des taux de change, ainsi que la manipulation à mon avis la plus satanique de toutes: les taux d’intérêt inversés ou négatifs.

J’examine aussi les diverses formes de répression financière dont le cas de Chypre fournit actuellement un exemple incroyable. La méga-gaffe récente du commissaire européen Jeroen Dijsselbloem sur le fait que la répression financière à Chypre pourrait être éventuellement transposé chez nous fait froid dans le dos !

Le masque tombe…

À vrai dire, c’est déjà en partie le cas. On s’apprête en France à puiser de force dans l’épargne de M. et Mme Dupont pour financer les HLM faute de pouvoir faire de la création monétaire et de la dette comme avant !

Une crise majeure n’est donc pas envisageable ?

Si, peut-être qu’en dépit de toutes ces mesures oligarchiques, une crise éclatera quand même… Ça ne me dérangerait pas d’ailleurs. Je dirais même que j’espère me tromper ! Vivement un monstrueux ouragan obligataire qui fasse valdinguer les puissants et emporte tout sur son passage de son souffle puissant et vengeur. Mais je n’y crois pas trop, hélas…

Le rôle des apatrides cosmopolites est d’ailleurs significatif dans cette stabilisation totalitaire que nous voyons actuellement : ils sont massivement pour la création monétaire en occident car elle préserve le système tel qu’il est et dans lequel ils ont de bonnes places…

Ils ne vont donc pas se tirer une balle dans le pied et se limoger eux-mêmes ?

Évidemment… En revanche, lorsque qu’ils n’ont pas de places assez bonnes à leur goût ou n’arrivent pas à se saisir d’actif réels, c’est l’inverse, ils essaient de renverser le système et non de le maintenir.

Logique ! Ils utilisent alors la déflation et non la création monétaire, à savoir la fuite des capitaux ou alors des phénomènes déstabilisants : sortie de capitaux, par exemple… Ils font régulièrement le coup en Russie… C’était le cas avant 1917 et c’est le cas actuellement sous Poutine… Chez nous, c’est le contraire, ils essaient de stabiliser de force le système.

Qu’en concluez-vous ?

Certes, techniquement nous pouvons vivre sur l’héritage de nos ancêtres encore un peu. L’économie peut continuer quelques temps toute seule comme un poulet sans tête, sans son noyau spirituel, car elle est très mécanisée et rodée dans ces process. Hop ! vous appuyez sur le bouton d’une machine à laver et ça marche tout seul pendant une heure… Mais l’économie ne survivra pas éternellement à l’affaiblissement de sa cause, c’est-à-dire à l’affaiblissement de la population française de souche qui l’a créée.

Bonne question, ça : qui a créé l’économie française ?

Les banquiers qui sont souvent des gros mégalomanes vous diront parfois qu’ils ont à eux tous seuls financé et créé la sidérurgie ou les chemins de fer. La vérité, c’est plutôt que c’est le dur labeur des paysans au cours des siècles qui a fondamentalement accru les rendements et dégagé une main-d’œuvre qui a permis l’essor de l’industrie.

Voyez aussi ce qui se passe en Afrique du Sud. En dépit des taux de croissance nominaux flatteurs qui ne veulent pas dire grand-chose, le pays entre dans une phase de délabrement grave car les Sud-Africains d’origine européenne qui ont créé cette économie s’en vont. Un article est paru d’ailleurs sur ce thème dans le pourtant très politiquement correct The Economist : South Africa cry the beloved country.

Le totalitarisme économique de Christophe Poitou, éditions de L’Æncre, collection « À nouveau siècle, nouveaux enjeux », dirigée par Philippe Randa, 250 pages, 25 euros.

Francephi

Germany's military strategy

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Germany's military strategy

 
 
The NATO defense strategy during the Cold War must have been a real nightmare for some West-German officers. Even the former West-German chancellor Helmut Schmidt said in 2007 in an interview that he was shocked when he was informed about the NATO plans in 1969. Schmidt said that there was a belt of nuclear mines crossing West-Germany which would detonate in case of a Soviet invasion. West-Germany was seen as the future nuclear battlefield. The country formally known as “Germany” would have been turned into a giant ground zero in the center of Europe. The Germans in West and East Germany were in the nuclear death row of the Cold War. 
 
The West-German army, the Bundeswehr, was part of those plans. The NATO strategy was: In case of a Soviet aggression, the Eastern Block armies will carry out their most powerful ground attack of the so called “Iron Curtain” in central Europe on Germany. It would be almost impossible to stop the Eastern armies before the Rhine River. West-Germany was supposed to be the “death trap” for the enemy?s armies, and for the German civilians. The Bundeswehr didn't play a big strategic role in that horrible scenario, the West-German soldiers might have been killed or defeated by the overwhelming Eastern forces and by the Western nuclear response within days. 
 
Germany in 1945: After the unconditional surrender of the German Wehrmacht, the former Reich became split in Zones of Occupation  by the allied powers. In the West US-American, British and French forces established their zones, in the center the Soviet occupation zone was established, East Germany was occupied by Poland and the Soviet Union. The Reich was destroyed; huge cities as Berlin, Hamburg, Konigsberg or Dresden became just ruins. Millions of German refugees became strayed; the former most powerful nation on continental Europe was disarmed and weakened down, thus creating a vacuum of power. The allied conference of Potsdam in the summer of 1945 made clear that there is now a new confrontation: The Western block under Anglo-American leadership against the Eastern communist block under Soviet leadership. In 1949 two German states were created: In the Western Zones of Occupation the Federal Republic of Germany (Bundesrepublik Deutschland), in Middle Germany the German Democratic Republic (Deutsche Demokratische Republik). At the time when these states were founded they didn?t have any military force. 
 
Germany remained completely demilitarized and any plans for a German military were clearly forbidden by Allied regulations. Only some naval mine-sweeping units continued to exist, but they remained unarmed and under Allied control and did not serve officially as a defense force. Even the Federal Border Protection Force (Bundesgrenzschutz), a mobile and lightly armed police force of 10,000 men, was formed only in 1951 - two years after the founding of the Federal Republic of Germany. A first proposal to integrate West German troops with soldiers of France, Belgium, the Netherlands, Luxembourg and Italy in a so called “European Defense Community”, in reality a Western European Army , was proposed but never realized. It was especially France who opposed any plans to rearm West Germany for a long time. “German militarism” was blamed to have caused both World Wars. Germany should never become a continental super power again. And the best “medicine” against militarism seemed to be not to permit any military forces.
 
With growing tensions between the communist Soviet Union and the liberal capitalist West, especially after the Korean War (1950-1953), this policy was to be revised. While the German Democratic Republic was already secretly rearming, the plans of a new West German force started in 1950 when former high-ranking German officers of the Wehrmacht were tasked by Chancellor Konrad Adenauer to discuss the options for rearmament. The so-called “Amt Blank”, the predecessor of the later Federal Ministry of Defense (Bundesverteidigungsministerium), was formed in 1950 in Bonn. 
 
The West German “Bundeswehr” was officially established on the 200th birthday of the Prussian general Gerhard von Scharnhorst on November 12th, 1955. But the rearmament (“Wiederbewaffnung”) of West Germany was not easy at all. Huge protests raged against those plans. Not only traditional pacifists opposed to those plans, but also German neutralist politicians and intellectuals who campaigned for one united Germany were strongly against the rearmament. They saw in those plans the manifestation of the German partition. 
 
And there was another dilemma: Since the unconditional surrender of the German Wehrmacht, the allied powers put a lot of energy in the so called “denazificiation” of the Germans. The Wehrmacht was identified as one of the worst instruments of German militarism. The generals and officers of the Wehrmacht and the Waffen-SS were seen as bloodthirsty warmongers and war criminals. But all of a sudden the West asked especially for the Wehrmacht personnel. The reason for that political U-turn is easy: The Wehrmacht and the Waffen-SS were the only military forces with a certain experience in fighting the Soviet army during World War II. From the beginning, the new Bundeswehr suffered under an “identity conflict”. While the politics went on with stigmatizing the officers of the German World War II forces, the same officers had to build the new army. 
 
During the Cold War the Bundeswehr was the front line of NATO's conventional defense in Central Europe. The West German army had strength of 495,000 soldiers. The Cold War Historian John Lewis Gaddis assesses the Bundeswehr in his book “The Cold War - a New History” as “perhaps world?s best army”. But the Bundeswehr did not take part in any combat operations during the Cold War times. The West German armed forces were during the whole Cold War an integrated part of the NATO military strategy. 
 
After the reunification of Germany in 1990, the Bundeswehr was reduced to 370,000 military personnel in accordance with the Treaty on the Final Settlement with Respect to Germany between the two German governments and the Allies (2+4 Treaty). The former East German Nationale Volksarmee (NVA) was disbanded. About 50,000 Volksarmee personnel were integrated into the Bundeswehr on October 2nd, 1990. With the reduction, a large amount of the military hardware of the Bundeswehr, as well as of the Volksarmee was disposed. Most of the armored vehicles and fighter jet aircraft (Bundesluftwaffe - due to Reunification - was the only Air Force in the world that flew both Phantoms and MIGs) were dismantled under the international disarmament procedures. 
 
The re-united Germany didn?t quit the NATO membership. The NATO “reformed” itself after the official end of the Cold War. The North Atlantic alliance began an expansion with newly autonomous Eastern European states. For the Bundeswehr, the mission changed: It was transformed more and more into a force for international missions. Hopes that Germany will become a sovereign nation with an independent security and defense plan – of course within a European defense concept – were bitterly disappointed. The “homeland defense” doesn?t play a role anymore since the end of the Cold War – in the official “defense guidelines” (Verteidigungspolitische Richtlinien, VPR) from 1992 the term “homeland defense” was not even mentioned anymore. On the first glance the military idea of the Federal Republic of Germany seemed to have turned 180 degrees: Until 1990 there was the permanent danger of having a nuclear war on German soil, after 1990 the German ministry of defense was talking about the world wide mission of the German military.
 
The recent VPR from May 18th, 2011 were named “Safeguarding National Interests – Assuming International Responsibility – Shaping Security Together”. These VPR include confessions such as: “As an active member of the international community, Germany pursues its interests and is actively striving for a better and safer world.” 
 
And: “A direct territorial threat to Germany involving conventional military means remains an unlikely event. Over the past few years the strategic security environment has continued to change. Globalization has led to power shifts between states and groups of states as well as to the rise of new regional powers. Today, risks and threats are emerging above all from failing and failed states, acts of international terrorism, terrorist regimes and dictatorships, turmoil when these break up, criminal networks, climatic and natural disasters, from migration developments, from the scarcity of or shortages in the supply of natural resources and raw materials, from epidemics and pandemics, as well as from possible threats to critical infrastructure such as information technology.”
 
The German military mission is now completely detached from the German state. The official German understanding of the NATO membership turned from a defense alliance against a real existing threat into an abstract and conception alliance of transatlantic values and even to one of “Germany?s raisons d’etat”: 
 
“The North Atlantic Alliance remains the centerpiece of our defense efforts. Alliance solidarity and making a reliable and credible contribution to the Alliance are part of Germany’s raison d’etat. (…) The commitment of the United States to the security of Europe, as it is most prominently and effectively reflected in the North Atlantic Treaty Organization, remains a vital interest of Germany and its European allies. It is therefore our duty and our mission to preserve the unique quality of transatlantic relations, to strengthen our ties and our exchanges and to continue to develop the partnership with the United States by performing our tasks responsibly.”
 
The German Bundeswehr is today an international operation force, ready for action, “for a better world”. Of course the terms “security interest” and “national interests” are used until today, but also here the meaning changed: 
 
“German security interests include:
-preventing, mitigating and managing crises and conflicts that endanger the security of Germany and its allies;
-advocating and implementing positions on foreign and security policy in an assertive and credible way;
-strengthening transatlantic and European security and partnership;
-advocating the universality of human rights and principles of democracy, promoting global respect for international law and reducing the gap between the rich and the poor regions of the world;
-facilitating free and unrestricted world trade as well as free access to the high seas and to natural resources.”
 
The aspect of “advocating the universality of human rights and principles of democracy” especially became more and more dominant in German debates about security interests. This vision is assisted by the German Commissioner for Human Rights Policy and Humanitarian Aid: “It is in Germany’s own best interest to help make universal respect for human rights a reality. For enduring peaceful relations require stability, and there can be no long-term stability unless basic human rights are respected.”
 
Of course there is no explanation as to why the global enforcement of “human rights” should be German national security interest. But it became a type of magic mantra for German foreign politics, and the German Bundeswehr might become be more and more an armed force for those “human rights” missions. The end of the Cold War era changed the character of the Bundeswehr from a classical territorial army with a defensive character into an intervention force. Currently  there are Bundeswehr forces in Afghanistan and  Uzbekistan (ISAF), Kosovo (KFOR), in the Mediterranean Sea, at the Horn of Africa/Indian Ocean (Operation Atalanta), in Turkey (Operation Active Fence), Lebanon (UNIFIL), South Sudan (UNMISS), Sudan (UNAMID) and Mali. 
 

samedi, 11 janvier 2014

Douguine : «Les Etats-Unis sont derrière les attentats de Volgograd»

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Alexandre Douguine : «Les Etats-Unis sont derrière les attentats de Volgograd»

Auteur : Algérie Patriotique
Ex: http://www.zejournal.mobi

Algeriepatriotique : Quelle analyse faites-vous de la dégradation de la situation sécuritaire en Russie après les deux actes terroristes perpétrés à Volgograd ?

Alexandre Douguine : Je ne crois pas qu'il s’agisse de dégradation de la situation sécuritaire en Russie. Certains actes terroristes sont presque incontrôlables quand il est question des régions ayant des populations plus ou moins homogènes qui soutiennent, dans une certaine mesure, des groupes terroristes comme c'est le cas au Caucase du Nord, en Russie. Le fait que l'activité des terroristes s’accentue ces derniers temps montre que les forces qui veulent déstabiliser la Russie se focalisent sur les Jeux olympiques de Sotchi. Les Etats-Unis et les pays de l'Otan veulent montrer Poutine, qui s’oppose radicalement au libéralisme et à l’hégémonie américaine, comme un «dictateur» en comparant Sotchi à Munich à l'époque d’Hitler. C'est la guerre médiatique. Dans cette situation, les forces qui soutiennent la politique hégémonique américaine, avant tout les réseaux sub-impérialistes locaux – comme les wahhabites soutenus par l’Arabie Saoudite –, cherchent à confirmer cette image en faisant de la Russie un pays où il n’y a pas le minimum de sécurité et qui est prêt à installer la dictature en réponse aux actes terroristes qui visent essentiellement les Jeux olympiques de Sotchi chers à Poutine. On sait que le chef des renseignements saoudiens, Bandar Bin Sultan, a proposé à Poutine de garantir la sécurité en Russie en échange de l'arrêt de l'appui russe à Damas. Poutine a piqué une colère et refusé cela d'une manière explicite, en accusant les Saoudiens d'être des terroristes, ce qu'ils sont en vérité, pire que ceux qui servent les intérêts des Etats-Unis. Donc, les groupes wahhabites qui activent en Russie, téléguidés par les Saoudiens et à travers eux par leurs maîtres de Washington, ont accompli la menace de Bandar Bin Sultan. En fin de compte, ce sont les Etats-Unis qui attaquent la Russie de Poutine, afin de le châtier pour sa politique indépendante et insoumise à la dictature hégémonique américaine et libérale.

Qui en est à l'origine ?
Je crois que je l'ai expliqué dans ma réponse à la question précédente. Quant aux organisateurs concrets de cet acte terroriste, je n'en sais pas plus que les autres. Il semble que ce sont des réseaux wahhabites du Caucase du Nord et les femmes de terroristes liquidés par les services spéciaux russes. Je crois qu’elles sont ignoblement utilisées par les chefs cyniques, consciemment ou inconsciemment, qui travaillent pour les intérêts des Américains.

D'aucuns estiment que ces attentats terroristes sont la conséquence du soutien indéfectible de la Russie à la Syrie et à l'Ukraine. Etes-vous du même avis ?
C'est absolument correct. Il s'agit du «châtiment américain» accompli par les complices des Américains par le biais des Saoudiens.

Quelles vont être les mesures que prendra le Kremlin pour parer à une escalade de la violence dans le pays ?
Je crois que la montée de la violence durant la période des Jeux olympiques de Sotchi est inévitable. J'espère qu’à Sotchi on réussira quand même à contrôler la situation, mais c'est théoriquement impossible de le faire dans les régions qui l'entourent et qui sont organiquement liées à certains groupes de population du Caucase du Nord où se trouvent les bases principales des terroristes. Cette fois, ce n'est pas la Tchétchénie qui est au centre du dispositif du terrorisme, mais plutôt le Daguestan et la République de Kabardino-Balkarie. On essayera de faire pour le mieux, mais il ne faut pas oublier qu’on a affaire à une grande puissance mondiale, celle des Etats-Unis, qui nous attaque. C'est un défi sérieux qui demande une réponse symétrique. Donc, on verra...

Quenelle gratinée !...

Quenelle gratinée !...

par Michel Drac & Maurice Gendre

Ex: http://metapoinfos.hautetfort.com

Nous reproduisons ci-dessous un excellent point de vue de Michel Drac et de Maurice Gendre, cueilli sur Scriptoblog et consacrée à ce que l'affaire Dieudonné révèle de la réalité du système...

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Quenelle gratinée !

Nous ne sonderons pas les cœurs et les reins. Quand un humoriste utilise la technique de la provocation, il n’est jamais possible de déterminer le fond de sa pensée en fonction de ses propos.

Pierre Desproges était-il antisémite quand il entamait un sketch par ces mots : « on m’a dit que des juifs se sont glissés dans la salle » ? Dieudonné l’est-il quand il lance, avec un sourire malicieux : « Des juifs ou des nazis, je ne sais pas qui a commencé » ? Allez savoir. Mais là n’est de toute façon pas notre propos. En elle-même, la risible « affaire de la quenelle » n’a aucune importance. Tout au plus peut-on la voir comme la mise en évidence d’un ras-le-bol des jeunes générations, ras-le-bol qui menace de dégénérer en une vaste crise de nerfs collective.

Le danger représenté par les « quenellistes » pour nos compatriotes juifs nous paraît tout à fait insignifiant. Pourquoi nous préoccuper de telles questions, à l’heure où la France va épouvantablement mal ? Nous avons autre chose à faire.

En revanche, ce qui mérite d’être analysé, c’est le véritable délire qui semble avoir saisi la classe médiatico-politique. Le comique fait normalement partie du politique, mais comme une fonction annexe et secondaire et cathartique. Aristophane était certes un personnage politique à Athènes, mais il ne déterminait pas l’agenda d’Alcibiade ; c’est lui qui commentait l’action d’Alcibiade, et non l’inverse. Chez nous, au contraire, c’est désormais le « premier flic de France » qui se pose en s’opposant à… un trublion. Plus grave, la dérive en question laisse en tout cas penser que les classes dirigeantes entrent actuellement dans les logiques de la violence d’Etat. Quelques constats très simples suffisent à tirer le signal d’alarme : il se pourrait que la grotesque affaire de la quenelle, venant après les arrestations arbitraires des opposants au mariage pour tous, après la détention de Nicolas Bernard-Buss, après la rocambolesque affaire Varg Vikernes, soit, aussi, un ballon d’essai en vue de faire basculer la vie politique de notre pays vers le modèle peu enviable des Etats totalitaires. On pense tout de suite, dans la situation actuelle, à la dictature hypocrite des années Brejnev-Honecker. Ainsi, dans une des premières scènes du film « La vie des autres », qui se déroule en RDA peu avant la chute du Mur, le scénario incluait un bref résumé de la condition de l’artiste dans un système oppressif. Où l’on voyait un auteur demander à un ponte du Parti que l’on lève l’interdiction professionnelle (« Berufsverbot ») infligée à un metteur en scène accusé de dissidence. A quoi l’homme du Parti répondait que de telles méthodes n’existaient pas au paradis du socialisme réel, et qu’il fallait donc « choisir ses mots avec plus de prudence ». Simple constat : quand Manuel Valls annonce qu’il cherche par tous les moyens d’interdire Dieudonné de se produire, il revendique une attitude discriminatoire que même les apparatchiks de la RDA n’osaient pas assumer. C'est-à-dire que l’injonction non discutable de « lutte contre l’antisémitisme » permet en France aujourd’hui non seulement d’entrer dans les logiques de la Stasi, mais en outre de le faire avec une impudence que le subtil Markus Wolf aurait désapprouvée.

Toujours Manuel Valls : nous avons désormais un ministre de l’Intérieur qui appelle à déclencher des troubles à l’ordre public pour pouvoir justifier une mesure sécuritaire. A l’origine de cette démarche provocatrice, il y a le garde-frontière Arno Klarsfeld, qui dans une remarquable prise de position tout à fait révélatrice à tous points de vue, a constaté benoîtement que si personne ne manifestait devant le théâtre de la Main d’Or, il n’y aurait pas de trouble à l’ordre public et le ministre de l’Intérieur ne pourrait donc pas sévir. Que maître Klarsfeld appelle à susciter des troubles mérite d’être relevé, mais qu’un ministre de l’Intérieur en exercice lui emboîte le pas, voilà qui doit sans doute encore davantage être souligné. Simple constat : pour enclencher le processus de « mise au pas » qu’ils appelaient de leurs vœux en 1933, les dirigeants du parti nazi organisèrent l’incendie du Reichstag. Cette technique du pompier pyromane est exactement celle proposée par le brillant Arno Klarsfeld, et apparemment validée par le locataire de la place Beauvau.

Passons à autre chose. L’article 58 du code pénal soviétique de 1926 incluait plusieurs dispositions fascinantes. Cet article assimilait au banditisme toutes les activités réputées « contre-révolutionnaires », ce qui permit d’une part de ne pas mentionner l’existence de délits politiques en URSS, d’autre part d’y inclure des faits que dans n’importe quel autre pays, on n’aurait même pas osé qualifier de simples contraventions. Soljenitsyne mentionne, dans « L’archipel du Goulag », un certain nombre de cas où des individus, voire des segments entiers de la population, furent condamnés au nom de leur participation fantasmagorique a posteriori à des activités antisoviétiques. Exemple parmi d’autres, dans la foulée de la conquête de l’Europe de l’Est par l’Armée rouge en 1945, le NKVD arrêta des personnes n’ayant jamais vécu en Russie, au motif qu’elles auraient participé à la guerre civile russe en tant que Russes. C’est que dans le système d’interprétation indéfiniment extensible propre au code pénal soviétique de 1926, et particulièrement dans le cadre de l’article 58, d’une part « toute action tendant à l’affaiblissement du pouvoir » était réputée « contre-révolutionnaire », donc assimilable au banditisme, et d’autre part il était admis que dans les territoires devenus soviétiques en 1945, la loi soviétique s’appliquerait intégralement de façon rétroactive. Encore plus fort, il suffisait qu’un des nouveaux citoyens de l’URSS soit jugé comme ayant eu potentiellement l’intention de prendre jadis les armes contre sa nouvelle patrie pour qu’on l’assimilât automatiquement aux « brigands antisoviétiques » de la guerre civile. Pour rappel, Christiane Taubira, dans l’affaire de la quenelle, a soutenu que l’on pouvait se rendre « complice après coup de crime contre l’humanité ». Ce qui, manifestement, dans son esprit, impliquait la complicité de Dieudonné dans les méfaits nazis des années 40, et plus particulièrement dans la déportation des juifs d’Europe. On voit bien que la logique indéfiniment extensible du code pénal soviétique de 1926 est ici à l’œuvre, au nom il est vrai d’une autre idéologie et dans un cadre politique différent.

Quant à Christophe Barbier, nous lui saurons gré de nous éviter d’avoir à chercher des références passées, puisqu’il a publiquement soutenu qu’au nom de la défense de la démocratie, il fallait « réguler »  Internet pour que Dieudonné n’y sévisse pas, et que, dixit, « les Chinois y arrivent bien ». Ici, il n’est même pas nécessaire de commenter.

En conclusion, et encore une fois sans entrer dans un débat sur l’antisémitisme supposé de monsieur Dieudonné M’Bala M’Bala, nous ne pouvons que dresser les quelques constats que nous venons d’énoncer, et en déduire qu’il faut aujourd’hui que tous les citoyens lucides et raisonnables soutiennent cet artiste sans tergiverser.

Non qu’il faille nécessairement sacraliser la parole d’un comique, non qu’il faille obligatoirement apprécier un humour qu’on pourra éventuellement juger de mauvais goût, mais parce qu’il s’agit de refuser des logiques tyranniques. Le pouvoir est actuellement dans l’impasse. Le chômage explose alors que le contexte macro-économique menace de se dégrader encore, l’insécurité augmente, la diplomatie française se ridiculise, et la crise de l’Union Européenne et de la zone euro approche manifestement d’un point de rupture. Dans ces conditions, il est logique que ce pouvoir dans l’impasse soit tenté de créer des diversions et des écrans de fumée, voire de passer d’un régime de manipulation des masses à un système d’oppression ouverte.

Alors pour bien faire comprendre que nous ne nous laisserons pas faire : QUENELLE ! 

Michel Drac & Maurice Gendre (Scriptoblog, janvier 2014)

2014 : année de la quenelle?

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2014 : année de la quenelle?

Le phénomène Dieudonné : le comique qui fait peur au système.

Jean Ansar
Ex: http://metamag.fr

Ainsi les nazis sont de retour. Ils ont bien changé. Si Dieudonné est le fils du ventre encore fécond de la bête immonde, la race aryenne n’est décidément plus ce qu’elle était. Franchement je n’avais pas envie de voir un spectacle de Dieudonné mais maintenant si je peux, j’irai, avant qu’il ne soit trop tard. Ce que j'ai vu sur internet, par curiosité et besoin d’information, est parfois drôle, parfois mauvais.

Le fameux geste de la quenelle est bien sûr un bras d’honneur vulgaire qui signifie « nique le système ». En faire un salut nazi, même inversé est proprement débile. Cela étant, la quenelle antisystème peut être antisioniste et même antisémite selon le lieu où elle est exécutée. Mais cet anti-sémitisme est pratiqué très majoritairement par des « nazillons »  issus de l’immigration et rares sont, dans le public, ceux qui se référent à Hitler, même s’il peut malheureusement y en avoir quelques-uns.

Mais on comprend que le systéme s’inquiète. Il est en effet clairement dénoncé par les pratiquants de la quenelle comme soumis excessivement à une influence. Il renoue pour des jeunes issus de l’immigration avec une vision assez classique de l’anti-sémitisme. Cette vision est confortée par la montée au créneau des institutions juives qui soutiennent globalement la volonté de Manuel Valls de censurer Dieudonné. Quelques voix discordantes se font entendre. On peut cependant être sûr que le scénario  de l’interdiction va renforcer ceux qui dénoncent une république soumise à une sorte de « police juive de la pensée » selon l’expression d Annie Kriegel.

C’est gros, très gros. Des militants juifs vont à chaque spectacle manifester et provoquer des incidents. Les préfets pourront donc objectivement en déduire qu’il y a risque de trouble à l’ordre public. Le spectacle sera donc annulé, mais c’est l’agressé qui sera puni, pas l’agresseur. Les spectateurs de Dieudonné, eux, n’attaquent personne.

Ce n’est pas nouveau. On refait à Dieudonné le coup d’Ordre Nouveau. Sauf que Dieudonné est aussi noir qu’Obama et Mandela et qu’il parle lui aussi au nom des reprouvés et des exclus… il n’invoque pas, il aurait du mal, la race supérieure. Il dénonce un complot contre la liberté d’expression dans notre démocratie verrouillée.

S’il est interdit légalement, grâce à des menaces de violences , il aura démontré que le complot dans son cas a été quelque chose de réel. Certains s’en inquiètent et mettent en garde contre des actions plus dangereuses  qu’efficaces auprès de l’opinion.

La quenelle a encore semble-t- il de beaux jours devant elle.

Volgograd and the Conquest of Eurasia

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Volgograd and the Conquest of Eurasia: Has the House of Saud seen its Stalingrad?

 

The events in Volgograd are part of a much larger body of events and a multi-faceted struggle that has been going on for decades as part of a cold war after the Cold War—the post-Cold War cold war, if you please—that was a result of two predominately Eurocentric world wars. When George Orwell wrote his book 1984 and talked about a perpetual war between the fictional entities of Oceania and Eurasia, he may have had a general idea about the current events that are going on in mind or he may have just been thinking of the struggle between the Soviet Union and, surrounded by two great oceans, the United States of America.

So what does Volgograd have to do with the dizzying notion presented? Firstly, it is not schizophrenic to tie the events in Volgograd to either the conflict in the North Caucasus and to the fighting in Syria or to tie Syria to the decades of fighting in the post-Soviet North Caucasus. The fighting in Syria and the North Caucuses are part of a broader struggle for the mastery over Eurasia. The conflicts in the Middle East are part of this very grand narrative, which to many seems to be so far from the reality of day to day life.

 “Bandar Bush” goes to Mother Russia

For the purposes of supporting such an assertion we will have to start with the not-so-secret visit of a shadowy Saudi regime official to Moscow. Prince Bandar bin Sultan bin Abdulaziz Al-Saud, the infamous Saudi terrorist kingpin and former House of Saud envoy to Washington turned intelligence guru, last visited the Russian Federation in early-December 2013. Bandar bin Sultan was sent by King Abdullah to solicit the Russian government into abandoning the Syrians. The goal of Prince Bandar was to make a deal with the Kremlin to let Damascus be overtaken by the Saudi-supported brigades that were besieging the Syrian government forces from Syria’s countryside and border regions since 2011. Bandar met with Russian President Vladimir Putin and the two held closed-door discussions about both Syria and Iran at Putin’s official residence in Novo-Ogaryovo.

The last meeting that Bandar had with Putin was a few months earlier in July 2013. That meeting was also held in Russia. The July talks between Prince Bandar and President Putin also included Secretary Nikolai Patrushev, the head of the Security Council of the Russian Federation. One would also imagine that discussion about the Iranians increased with each visit too, as Bandar certainly tried to get the Russians on bad terms with their Iranian allies.

After Bandar’s first meeting with President Putin, it was widely reported that the House of Saud wanted to buy Russia off. Agence France-Presse and Reuters both cited the unnamed diplomats of the Arab petro-monarchies, their March 14 lackeys in Lebanon, and their Syrian opposition puppets as saying that Saudi Arabia offered to sign a lucrative arms contract with Moscow and give the Kremlin a guarantee that the Arab petro-sheikdoms would not threaten the Russian gas market in Europe or use Syria for a gas pipeline to Europe.

Russia knew better than to do business with the House of Saud. It had been offered a lucrative arms deal by the Saudi regime much earlier, in 2008, to make some backdoor compromises at the expense of Iran. After the compromises were made by Moscow the House of Saud put the deal on ice. If the media leaks in AFP and Reuters were not tactics or lies in the first place aimed at creating tensions between the Syrian and Russian governments, the purportedly extravagant bribes to betray Syria were wasted on the ears of Russian officials.

The House of Saud and the undemocratic club of Arab petro-monarchies that form the Gulf Cooperation Council (GCC) have always talked large about money. The actions of these self portrayed lords of the Arabia Peninsula have almost never matched their words and promises. To anyone who deals with them, the House of Saud and company are known for habitually making grand promises that they will never keep, especially when it comes to money. Even when money is delivered, the full amount committed is never given and much of it is stolen by their corrupt partners and cronies. Whether it is the unfulfilled 2008 arms contract with Russia that was facilitated with the involvement of Iraqi former CIA asset Iyad Allawi or the overabundant commitments of financial and logistical aid to the Lebanese and Palestinian peoples that never materialized, the Arab petro-sheikhdoms have never done more than talk grandly and then get their propagandists to write articles about their generosity and splendor. Underneath all the grandeur and sparkles there has always been bankruptcy, insecurity, and emptiness.

A week after the first meeting with Bandar, the Kremlin responded to the media buzz about the attempted bribe by Saudi Arabia. Yury Ushakov, one of Putin’s top aides and the former Russian ambassador to the US, categorically rejected the notion that any deal was accepted or even entertained by the Kremlin. Ushakov avowed that not even bilateral cooperation was discussed between the Saudis and Russia. According to the Kremlin official, the talks between Bandar and Putin were simply about the policies of Moscow and Riyadh on Syria and the second international peace conference being planned about Syria in Geneva, Switzerland.

More Leaks: Fighting Fire with Fire?

If his objective was to get the Russians to abandon Syria, Prince Bandar left both meetings in Russia empty-handed. Nevertheless, his visit left a trail of unverifiable reports and speculation. Discretion is always needed when analyzing these accounts which are part of the information war about Syria being waged on all sides by the media. The planted story from the Saudi side about trying to buy the Russians was not the only account of what took place in the Russian-Saudi talks. There was also a purported diplomatic leak which most likely surfaced as a counter-move to the planted story about Bandar’s proposal. This leak elaborated even further on the meeting between Bandar and Putin. Threats were made according to the second leak that was published in Arabic by the Lebanese newspaper As-Safir on August 21, 2013.

According to the Lebanese newspaper, not only did Prince Bandar tell the Russians during their first July meeting that the regimes of the GCC would not threaten the Russian gas monopoly in Europe, but he made promises to the Russians that they could keep their naval facility on the Mediterranean coast of Syria and that he would give the House of Saud’s guarantee to protect the 2014 Winter Olympics being held in the North Caucasian resort city of Sochi, on the eastern coast of the Black Sea, from the Chechen separatist militias under Saudi control. If Moscow cooperated with Riyadh and Washington against Damascus, the leak discloses that Bandar also stated that the same Chechen militants fighting inside Syria to topple the Syrian government would not be given a role in Syria’s political future.

When the Russians refused to betray their Syrian allies, Prince Bandar then threatened Russia with the cancellation of the second planned peace conference in Geneva and with the unleashing of the military option against the Syrians the leak imparts.

This leak, which presents a veiled Saudi threat about the intended attacks on the Winter Olympics in Sochi, led to a frenzy of speculations internationally until the end of August 2013, amid the high tensions arising from the US threats to attack Syria and the threats coming from Iran to intervene on the side of their Syrians allies against the United States. Originating from the same politically affiliated media circle in Lebanon, reports about Russian military preparations to attack Saudi Arabia in response to a war against Syria began to circulate from the newspaper Al-Ahed also, further fueling the chain of speculations.

A House of Saud Spin on the Neo-Con “Redirection”

Seymour Hersh wrote in 2007 that after the 2006 defeat of Israel in Lebanon that the US government had a new strategy called the “redirection.” According to Hersh, the “redirection” had “brought the United States closer to an open confrontation with Iran and, in parts of the region, propelled it into a widening sectarian conflict between Shiite and Sunni Muslims.” With the cooperation of Saudi Arabia and all the same players that helped launch Osama bin Ladin’s career in Afghanistan, the US government took “part in clandestine operations aimed at Iran and its ally Syria.” The most important thing to note is what Hersh says next: “A by-product of these activities has been the bolstering of Sunni extremist groups that espouse a militant vision of Islam and are hostile to America and sympathetic to Al Qaeda.”

A new House of Saud spin on the “redirection” has begun. If there is anything the House of Saud knows well, it is rounding up fanatics as tools at the service of Saudi Arabia’s patrons in Washington. They did it in Afghanistan, they did it Bosnia, they have done it in Russia’s North Caucasus, they did it in Libya, and they are doing it in both Lebanon and Syria. It does not take the British newspaper The Independent to publish an article titled “Mass murder in the Middle East is funded by our friends the Saudis” for the well-informed to realize this.

The terrorist bombings in Lebanon mark a new phase of the conflict in Syria, which is aimed at forcing Hezbollah to retreat from Syria by fighting in a civil war on its home turf. The attacks are part of the “redirection.” The House of Saud has accented this new phase through its ties to the terrorist attacks on the Iranian Embassy in Beirut on November 19, 2013. The attacks were carried out by individuals linked to the notorious Ahmed Al-Assir who waged a reckless battle against the Lebanese military from the Lebanese city of Sidon as part of an effort to ignite a sectarian civil war in Lebanon.

Al-Assir’s rise, however, was politically and logistically aided by the House of Saud and its shameless Hariri clients in Lebanon. He is also part of the same “redirection” policy and current that brought Fatah Al-Islam to Lebanon. This is why it is no surprise to see Hariri’s Future Party flag flying alongside Al-Qaeda flags in Lebanon. After Al-Assir’s failed attempt to start a sectarian Lebanese civil war, he went into hiding and it was even alleged that he was taken in by one of the GCC embassies.

In regard to the House of Saud’s roles in the bombings in Lebanon, Hezbollah would confirm that the attack on the Iranian Embassy in Beirut was linked to the House of Saud. Hezbollah’s leadership would report that the Abdullah Izzam Brigade, which is affiliated to Al-Qaeda and tied to the bombings, is directly linked to the intelligence services of Saudi Arabia.

Moreover, the Saudi agent, Majed Al-Majed, responsible for the attack would be apprehended by Lebanese security forces in late-December 2013. He had entered Lebanon after working with Al-Nusra in Syria. Fars News Agency, an Iranian media outlet, would report on January 2, 2014 that unnamed Lebanese sources had also confirmed that they had discovered that the attack was linked to Prince Bandar.

Wrath of the House of Saud Unleashed?

A lot changed between the first and second meetings that Prince Bandar and Vladimir Putin had, respectively in July 2013 and December 2013. The House of Saud expected its US patron to get the Pentagon involved in a conventional bombing campaign against Syria in the month of September. It is more than likely that Riyadh was in the dark about the nature of secret negotiations that the US and Iran were holding through the backchannel of Oman in the backdrop of what appeared to be an escalation towards open war.

Bandar’s threat to reassess the House of Saud’s ties with Washington is probably a direct result of the US government keeping the House of Saud in the dark about using Syria as a means of negotiating with the Iranian government. US officials may have instigated the House of Saud to intensify its offensive against Syria to catalyze the Iranians into making a deal to avoid an attack on Syria and a regional war. Moreover, not only did the situation between the US and Iran change, Russia would eventually sign an important energy contract for Syrian natural gas in the Mediterranean Sea. The House of Saud has been undermined heavily in multiple ways and it is beginning to assess its own expendability.

If one scratches deep enough, they will find that the same ilk that attacked the Iranian Embassy in Beirut also attacked the Russian Embassy in Damascus. Both terrorist attacks were gifts to Iran and Russia, which served as reprisals for the Iranian and Russian roles in protecting Syria from regime change and a destructive war. It should, however, be discerned if the House of Saud is genuinely lashing out at Iran and Russia or if it being manipulated to further the goals of Washington in the US negotiations with Tehran, Moscow, and Damascus.

In the same manner, the House of Saud wants to generously reward Hezbollah too for its role in protecting Syria by crippling Hezbollah domestically in Lebanon. Riyadh may possibly not want a full scale war in Lebanon like the Israelis do, but it does want to neutralize and eliminate Hezbollah from the Lebanese landscape. In this regard, Saudi Arabia has earnestly been scheming to recruit Lebanon’s President Michel Suleiman and the Lebanese military against Hezbollah and its supporters.

The Saud grant of three billion dollars to the Lebanese Armed Forces is not only blood money being given to Lebanon as a means of exonerating Saudi Arabia for its role in the terrorist bombings that have gripped the Lebanese Republic since 2013, the Saudi money is also aimed at wishfully restructuring the Lebanese military as a means of using it to neutralize Hezbollah. In line with the House of Saud’s efforts, pledges from the United Arab Emirates and reports that NATO countries are also planning on donating money and arms to the Lebanese military started.

In addition to the terrorists bombings in Lebanon and the attack on the Russian Embassy in Damascus, Russia has also been attacked. Since the Syrian conflict intensified there has been a flaring of tensions in Russia’s North Caucasus and a breakout of terrorist attacks. Russian Muslim clerics, known for their views on co-existence between Russia’s Christian and Muslim communities and anti-separatist views, have been murdered. The bombings in Volgograd are just the most recent cases and an expansion into the Volga of what is happening in the North Caucasus, but they come disturbingly close to the start of the Winter Olympics that Prince Bandar was saying would be “protected” if Moscow betrayed Syria.

Can the House of Saud Stand on its Own Feet?

It is a widely believed that you will find the US and Israelis pulling a lot of the strings if you look behind the dealings of the House of Saud. That view is being somewhat challenged now. Prince Mohammed bin Nawaf bin Abdulaziz Al-Saud, Saudi Arabia’s ambassador to the UK, threatened that Saudi Arabia will go it alone against Syria and Iran in a December 2013 article. The letter, like the Saudi rejection of their UN Security Council seat, was airing the House of Saud’s rage against the realists running US foreign policy.

In this same context, it should also be noted for those that think that Saudi Arabia has zero freedom of action that Israeli leaders have stressed for many years that Tel Aviv needs to cooperate secretly with Saudi Arabia to manipulate the US against Iran. This is epitomized by the words of Israeli Brigadier-General Oded Tira: “We must clandestinely cooperate with Saudi Arabia so that it also persuades the US to strike Iran.”

Along similar lines, some may point out that together the House of Saud and Israel got France to delay an interim nuclear agreement between the Iranians and the P5+1 in Geneva. The House of Saud rewarded Paris through lucrative deals, which includes making sure that the grant it gives to the Lebanese military is spent on French military hardware. Saad Hariri, the main Saudi client in Lebanon, even met Francois Hollande and French officials in Saudi Arabia in context of the deal. Appeasing the House of Saud and Israel, French President Hollande has replicated France’s stonewalling of the P5+1 interim nuclear deal with Iran by trying to spoil the second Syria peace conference in Geneva by saying that there can be no political solution inside Syria if President Bashar Al-Assad stays in power.

Again, however, it has to be asked, is enraging Saudi Arabia part of a US strategy to make the Saudis exert maximum pressure on Tehran, Moscow, and Damascus so that the United States can optimize its gains in negotiations? After all, it did turn out that the US was in league with France in Geneva and that the US used the French stonewalling of an agreement with Iran to make additional demands from the Iranians during the negotiations. Russian Foreign Minister Sergey Lavrov revealed that the US negotiation team had actually circulated a draft agreement that had been amended in response to France’s demands before Iran and the other world powers even had a chance to study them. The draft by the US team was passed around, in Foreign Minister Lavrov’s own words, “literally at the last moment, when we were about to leave Geneva.”

Instead of debating on the level of independence that the House of Saud possesses, it is important to ask if Saudi Arabia can act on its own and to what degree can the House of Saud act as an independent actor. This looks like a far easier question to answer. It is highly unlikely that Saudi Arabia can act on its own in most instances or even remain an intact state. This is why Israeli strategists very clearly state that Saudi Arabia is destined to fall apart. “The entire Arabian Peninsula is a natural candidate for dissolution due to internal and external pressures, and the matter is inevitable especially in Saudi Arabia,” the Israeli Yinon Plan deems. Strategists in Washington are also aware of this and this is also why they have replicated models of a fragmented Saudi Arabia. This gives rise to another important question: if they US assess that the Kingdom of Saudi Arabia is not a sustainable entity, will it use it until it burns out like a flame? Is this what is happening and is Saudi Arabia being sacrificed or setup to take the blame as the “fall guy” by the United States?

 Who is Hiding Behind the House of Saud?

Looking back at Lebanon, the messages from international media outlets via their headlines is that the bombings in Lebanon highlight or reflect a power struggle between the House of Saud and Tehran in Lebanon and the rest of the region. Saying nothing about the major roles of the US, Israel, and their European allies, these misleading reports by the likes of journalists like Anne Barnard casually blame everything in Syria and Lebanon on a rivalry between Saudi Arabia and Iran, erasing the entire history behind what has happened and casually sweeping all the interests behind the conflict(s) under the rug. This is dishonest and painting a twisted Orientalist narrative.

The outlets trying to make it sound like all the Middle East’s problems are gravitating around some sort of Iranian and Saudi rivalry might as well write that “the Saudis and Iranians are the sources behind the Israeli occupation of Palestine, the sources behind the Anglo-American invasion of Iraq that crippled the most advanced Arab country, the ones that are blockading medication from reaching Gaza due to their rivalry, the ones who enforced a no-fly zone over Libya, the ones that are launching killer drone attacks on Yemen, and the ones that are responsible for the billions of dollars that disappeared from the Iraqi Treasury in 2003 after Washington and London invaded that country and controlled its finances.” These outlets and reports are tacitly washing the hands of  actors like Washington, Tel Aviv, Paris, and London clean of blood by trying to construct a series of false narratives that either blame everything on a regional rivalry between Tehran and Riyadh or the premise that the Sunni Muslims and Shia Muslims are fighting an eternal war that they are biologically programmed to wage against one another.

Arabs and Iranians and Shias and Sunnis are tacitly painted as un-human creatures that cannot be understood and savages to audiences. The New York Times even dishonestly implies that the Sunni Muslims and Shiite Muslims in Lebanon are killing one another in tit-for-tat attacks. It sneakily implies that Hezbollah and its Lebanese rivals are assassinating one another. Bernard, its reporter in Lebanon who was mentioned earlier, along with another colleague write:

In what have been seen as tit-for-tat attacks, car bombs have targeted Hezbollah-dominated neighborhoods in the southern suburbs of Beirut and Sunni mosques in the northern city of Tripoli.

On Friday, a powerful car bomb killed Mohamad B. Chatah, a former Lebanese finance minister who was a major figure in the Future bloc, a political group that is Hezbollah’s main Sunni rival.

The New York Times is cunningly trying to make its readers think that Hezbollah was responsible for the bombing as part of a Shiite-Sunni sectarian conflict by concluding with an explanation that the slain former Lebanese finance minister belonged to “Hezbollah’s main Sunni rival” after saying that the bombings in Lebanon “have been seen as tit-for-tat attacks” between the areas that support Hezbollah and “Sunni mosques” in Tripoli

The US and Israel wish that a Shiite-Sunni sectarian conflict was occurring in Lebanon and the rest of the Middle East. They have been working for this. It has been them that have been manipulating Saudi Arabia to instigate sectarianism. The US and Israel have been prodding the House of Saud—which does not represent the Sunni Muslims, let alone the people of Saudi Arabia which are under its occupation—against Iran, all the while trying to conceal and justify the conflict being instigated as some sort of “natural” rivalry between Shiites and Sunnis that is being played out across the Middle East. 

It has been assessed with high confidence by outsiders concerned by the House of Saud’s inner dealings that Prince Bandar is one of the three Al-Saud princes managing Saudi Arabia’s security and foreign policy; the other two being Prince Abdulaziz bin Abdullah bin Abdulaziz Al-Saud, the Saudi deputy foreign minister and one of King Abdullah’s point men on Syria due to his ties to Syria from his maternal side, and Prince Mohammed bin Nayef bin Abdulaziz Al-Saud, the interior minister. All three of them are tied to the United States more than any of their predecessors. Prince Bandar himself has a long history of working closely with the United States, which explains the endearing moniker of “Bandar Bush” that he is widely called by. “Chemical Bandar” can be added to the list too, because of the reports about his ties to the Syrian chemical weapon attacks in Ghouta.

As a US client, Saudi Arabia is a source of instability because it has been conditioned hence by Washington. Fighting the terrorist and extremist threat is now being used by the US as a point of convergence with Iran, which coincidently has authored the World Against Violence and Extremism (WAVE) motion at the United Nations. In reality, the author of the regional problems and instability has been Washington itself. In a masterstroke, the realists now at the helm of foreign policy are pushing American-Iranian rapprochement on the basis of what Zbigniew Brzezinski, the former national security advisor of the US, said would be based on Tehran and Washington working together to secure Iran’s “volatile regional environment.” “Any eventual reconciliation [between the US and Iranian governments] should be based on the recognition of a mutual strategic interest in stabilizing what currently is a very volatile regional environment for Iran,” he explains. The point should not be lost either that Brzezinski is the man who worked with the Saudis to arm the Afghan Mujahedeen against the Soviets after he organized an intelligence operation to fool the Soviets into militarily entering Afghanistan in the first place.

The House of Saud did not work alone in Afghanistan during the Cold War either. It was rigorously backed by Washington. The United States was even more involved in the fighting. It is the same in Syria. If the diplomatic leak is to be believed about the meeting between Bandar and Putin, it is of merit to note that “Bandar Bush” told Putin that any “Saudi-Russian understanding” would also be part of an “American-Russian understanding.”

Has the “Redirection” Seen its Stalingrad?

Volgograd was called Stalingrad for a part of Soviet history, in honour of the Republic of Georgia’s most famous son and Soviet leader Joseph Stalin. It was Volgograd, back then called Stalingrad, where the Germans were stopped and the tide of war in Europe was turned against Hitler and his Axis allies in Europe. The Battle of Stalingrad was where the Nazis were defeated and it was in the Soviet Union and Eastern Europe where the bulk of the fighting against the Germans was conducted. Nor is it any exaggeration to credit the Soviets—Russian, Kazakh, Uzbek, Tajik, Tartar, Georgian, Armenian, Ukrainian, Belarusian, Chechen, and all—for doing most of the fighting to defeat the Germans in the Second World War.

Judging by the bellicose 2013 New Years Eve speech of Russian President Vladimir Putin, the terrorist attacks in Volgograd will be the start of another Battle of Stalingrad of some sorts and the launch of another Russian “war on terror.” Many of the terrorists that Russia will go after are in Syria and supported by the House of Saud.

The opponents of the Resistance Bloc that Iran, Syria, Hezbollah, and the Palestinian resistance groups form have called the battlefields in Syria the Stalingrad of Iran and its regional allies. Syria has been a Stalingrad of some sorts too, but not for the Resistance Bloc. The alliance formed by the US, Britain, France, Saudi Arabia, Qatar, Turkey, and Israel has begun to unravel in its efforts to enforce regime change in Syria. The last few years have marked the beginning of a humiliating defeat for those funding extremism, separatism, and terrorism against countries like Russia, China, Iran, and Syria as a means of preventing Eurasian cohesion. Another front of this same battle is being politically waged by the US and the EU in the Ukraine in a move to prevent the Ukrainians from integrating with Belarus, Russia, and Kazakhstan.

Volgograd and the Conquest of Eurasia

While speculation has been entertained with warning in this text, most of what has been explained has not been speculative. The House of Saud has had a role in destabilizing the Russian Federation and organizing terrorist attacks inside Russia. Support or oppose the separatist movements in the North Caucasus, the point is that they have been opportunistically aided and used by the House of Saud and Washington. Despite the authenticity of the narrative about Bandar’s threats against Russia, Volgograd is about Syria and Syria is about Volgograd. Both are events taking place as part of the same struggle. The US has been trying to encroach into Syria as a means of targeting Russia and encroaching deeper in the heart of Eurasia.

When George Orwell wrote 1984 he saw the world divided into several entities at constant or “eternal” war with one another. His fictitious superstates police language, use total surveillance, and utterly manipulate mass communication to indoctrinate and deceive their peoples. Roughly speaking, Orwell’s Oceania is formed by the US and its formal and informal territories in the Western Hemisphere, which the Monroe Doctrine has essentially declared are US colonies, confederated with Britain and the settler colonies-cum-dominions of the former British Empire (Australia, Canada, Ireland, New Zealand, and South Africa). The Orwellian concept of Eurasia is an amalgamation of the Soviet Union with continental Europe. The entity of Eastasia on the other hand is formed around China. Southeast Asia, India, and the parts of Africa that do not fall under the influence of Oceanic South Africa are disputed territory that is constantly fought for. Although not specifically mentioned, it can be extrapolated that Southwest Asia, where Syria is located, or parts of it are probably part of this fictional disputed territory, which includes North Africa.

If we try to fit Orwellian terms onto the present set of global relations, we can say that Oceania has made its moves against Eurasia/Eastasia for control of disputed territory (in the Middle East and North Africa).

1984 is not just a novel, it is a warning from the farseeing Orwell. Nonetheless, never did he imagine that his Eurasia would make cause with or include Eastasia through a core triple alliance and coalition comprised of Russia, China, and Iran. Eurasia will finish, in one way or another, what Oceania has started. All the while, as the House of Saud and the other rulers of the Arab petro-sheikhdoms continue to compete with one another in building fancy towers, the Sword of Damocles is getting heavier over their heads.

 

Défense européenne : les puissances ne se bâtissent pas sur du «Wishful thinking»

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Défense européenne : les puissances ne se bâtissent pas sur du «Wishful thinking»

par Philippe Migault
Ex: http://fr.rian.ru
 

Annoncé comme un évènement stratégique et diplomatique crucial, le Conseil européen qui aura lieu jeudi et vendredi prochains est censé marquer un progrès en matière de politique de défense et de sécurité européenne.

Il suffit pourtant de lire un récent document du conseil de l’Union européenne (1), pour se rendre compte que la montagne accouchera une fois encore d’une souris. Qu’il s’agisse de la phraséologie employée, des mesures proposées ou des orientations implicitement induites, tout indique qu’une fois encore l’Europe autoproclamée se prépare à une grande démonstration ostentatoire dont il ne sortira rien de concret.

Les objectifs stratégiques annoncés par Bruxelles prêtent en premier lieu à sourire. L’UE « est appelée à assumer des responsabilités accrues en matière de maintien de la paix et de la sécurité internationales (…) afin de garantir (…) la promotion de ses valeurs et intérêts », affirme le document. Jusqu’ici tout va bien. Mais puisqu’il s’agit ici de défense, d’intérêts vitaux communs, de ceux qui méritent qu’on se batte voire qu’on meurt pour eux, encore faudrait-il se montrer un peu plus précis. Quels sont ces valeurs et ces intérêts ? Démocratie, paix, droits de l’homme sont cités : Logique. C’est, théoriquement, l’ADN même du projet européen. La bonne gouvernance ensuite. Voilà qui prête à sourire de la part d’une organisation persistant à appliquer à la lettre les politiques d’austérité prônées par le Fonds Monétaire International alors que ce dernier a reconnu que les résultats de ces dernières étaient inefficaces, pour ne pas dire désastreuses sur le plan économique et social. Et ensuite ? Rien. En dehors des grandes valeurs « universelles » censées faire consensus parmi 500 millions d’Européens rejetant de plus en plus le modèle de société qui leur est proposé, il n’est nulle part fait précisément mention de nos intérêts vitaux.

De défense, c’est-à-dire de guerre pour sortir du politiquement correct, il n’est d’ailleurs  guère fait mention dans ce texte, qui est bien plus une déclaration d’intention diplomatique qu’une feuille de route stratégique. Tout au plus se borne-t-on à proposer une série de mesures très générales, qui ne sont que le prolongement des politiques engagées de longue date et qui toutes relèvent du vœu pieux.

L’UE, affirme ce document doit coopérer avec les Nations Unies, l’OSCE, l’Union Africaine, l’OTAN. On enfonce des portes ouvertes : Les Etats européens de l’UE sont membres de ces entités ou coopèrent avec elles depuis leur création. En revanche alors que Bruxelles affirme vouloir « assumer ses responsabilités accrues en tant que pourvoyeur de la sécurité (…) en particulier dans son voisinage », il n’est nulle part fait mention d’un éventuel dialogue avec l’Organisation du Traité de Sécurité Collective (OTSC), visiblement inconnue au bataillon. Il est vrai que selon les récents propos de l’ancien ministre français des affaires étrangères, Hubert Védrine, la Russie n’est plus une puissance qui compte dans la mesure où elle ne conserve qu’«un pouvoir de nuisance périphérique et résiduel » et ne mérite donc guère qu’on s’y attarde que ce soit en Ukraine ou ailleurs…Cette déclaration ayant le mérite de signifier clairement que la guerre froide est terminée compte tenu de la disparition de l’ennemi principal ramené au rang de puissance régionale, encore faudrait-il savoir comment l’Europe va défendre ses intérêts –à identifier - en Afrique, au Moyen-Orient, ou en Asie-Pacifique…Or l’UE ne compte rien faire.

Avec un aplomb admirable, compte tenu de l’échec total de l’Europe de la défense jusqu’à ce jour, le document propose de « s’appuyer sur les résultats obtenus jusqu’à présent », se félicitant « des missions et opérations de gestion de crise menées dans le cadre de la PSDC » (2). L’UE claironne qu’elle est prête à renforcer ses moyens dans les Balkans occidentaux – où il n’existe plus aucune crise de haute intensité – et souligne qu’elle « déploie plus de 7 000 personnes réparties entre douze opérations civiles et quatre opérations militaires ». Le ratio, d’une opération militaire pour trois opérations civiles, atteste du très faible engagement armé européen. Quant aux effectifs évoqués ils parlent d’eux-mêmes : Entre le Mali, la République centrafricaine, l’opération Atalante, la République Démocratique du Congo (RDC) et ses forces prépositionnées, la France a presque 7 000 soldats en Afrique. Seuls nous faisons autant quantitativement, mieux qualitativement, que l’UE…Certes cette dernière a effectivement conduit des opérations de maintien de la paix dans des zones de conflit difficiles. Ce fût le cas en Ituri, province orientale de RDC, où l’UE a déployé 2 200 soldats en 2003 pour mettre fin à des massacres interethniques : 80% des effectifs étaient Français. Et tout le reste est à l’avenant : dans les faits les opérations engageant les troupes des nations européennes relèvent du trompe-l’œil. Entre des Allemands et des Suédois qui ne veulent plus se battre et n’acceptent de s’engager qu’en multipliant les caveats restreignant au strict minimum leurs règles d’engagement, le manque de moyens de la plupart des pays, Français et Britanniques, uniques nations-cadres de l’Union Européenne, se retrouvent toujours seuls aux commandes de coalitions Potemkine.

Paris et Londres ont déjà tiré toutes les conclusions de cet état de fait en matière de défense, notamment sur le plan industriel. Suite aux accords de Lancaster House, les deux pays entendent bien collaborer prioritairement sur un mode bilatéral et ne plus s’engager dans des coopérations multinationales avec des partenaires qui ne soient pas leurs égaux sur un plan financier, technologique et possédant une approche des opérations de combat similaire à la leur. Les programmes A400M et Eurofighter, menés sur un plan multilatéral entre partenaires inégaux souhaitant tous tirer les marrons du feu se sont traduits par trop de surcoûts et de délais. Il est hors de question de les reproduire.

A cette aune les propositions du document en matière de politique industrielle prêtent à sourire tant elles relèvent du « wishful thinking ». Il faut, assure le texte, « favoriser la mise en place d’une base industrielle et technologique de défense européenne plus intégrée, durable, novatrice et compétitive dans toute l’UE ». L’objectif est noble, mais il est déjà condamné. Il suffit d’en analyser les termes.

« Intégrée» ? EADS, le modèle tant vanté, vient d’annoncer qu’il comptait licencier 5 800 salariés de son pôle défense, actif qu’il n’a jamais réussi à développer à hauteur des ambitions initialement affichées. L’heure n’est plus aux fusions transnationales géantes, du Big is beautiful, l’échec du rapprochement EADS-BAE Systems le démontre. Certes les fusions permettent théoriquement de « rendre le secteur de la défense moins fragmenté (…) et (d’) éviter les doubles emplois ». Mais les entreprises préfèrent aujourd’hui mettre en place des joint-ventures ou des consortiums ad hoc correspondant à des programmes précis qu’elles gèrent de concert via des plateaux virtuels communs. Cette stratégie permet de sauvegarder l’emploi, toujours le grand perdant des fusions, ainsi que de garantir la pérennité des bureaux d’étude et leur diversité (3).

« Durable » ? S’il s’agit de « développement durable », il est toujours possible de produire des chars avec un bilan carbone moindre. S’il s’agit de faire durer, c’est-à-dire sauvegarder des entreprises dont la plupart des experts s’accordent à constater qu’elles sont trop nombreuses et provoquent des surcapacités sur la plupart des segments, ce sera difficile. Au demeurant pour maintenir le tissu industriel et créer de l’emploi, objectif affiché par le document alors que toutes les industries de défense sabrent dans leurs effectifs, il faudrait déjà que les Etats européens lancent des programmes d’armement pour que les industriels aient des contrats et embauchent…L’UE encourage ses Etats membres à investir. L’intention est louable. Mais avec quels moyens compte tenu de ceux que nous autorise notre modèle de gouvernance tant vanté ?

Quoi qu’il en soit ce débat est purement rhétorique. Car il faut savoir aussi lire entre les lignes. Les investissements dans la défense permettraient « de renforcer l’autonomie stratégique de l’Europe et, par là même, sa capacité à agir avec des partenaires ».

Notons qu’il n’est pas question un seul instant pour l’UE d’agir seule, malgré la revendication d’un objectif d’autonomie stratégique. Cela reviendrait à se comporter comme une puissance, ce qu’elle refuse par nature. Un ADN de commerçant ne sera jamais un ADN de combattant. Non, mieux vaut « agir avec des partenaires. »  Or du point de vue militaire et politique il n’y en a qu’un qui réponde aux besoins européens en termes de crédibilité militaire et de conformité politique : l’OTAN, c’est-à-dire les Etats-Unis.

Le futur conseil européen n’a donc aucunement pour ambition de parler de défense européenne. Celle-ci est vouée à l’échec tant que l’OTAN existera. Il s’agira bien davantage d’une discussion de managers gérant la crise : Alors que tout le monde rogne ses budgets de défense la question sera de savoir comment il est possible d’intervenir à l’étranger à moindres frais et comment partager le maigre gâteau du marché de l’armement européen. Rien de plus. 

Notes: 

(1) « Conclusions du conseil sur la politique de sécurité et de défense commune »

(2)  Politique de Sécurité et de Défense Commune

(3) Au demeurant les fusions transnationales relèvent du fantasme pour de simples questions de modes de gouvernance. Les groupes Français, au capital majoritairement publics, ne séduisent aucunement leurs homologues allemands, à l’actionnariat privé, souvent familial. Et aucune fusion transnationale n’a été couronnée de succès hormis, sans doute, Eurocopter, dont l’activité est autant civile que militaire.

L’opinion de l’auteur ne coïncide pas forcément avec la position de la rédaction

Philippe Migault est Directeur de recherche à l'Institut de Relations Internationales et stratégiques (IRIS). Ses principaux domaines d’expertise sont les questions diplomatiques et stratégiques, les conflits armés et industries de l'armement.

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Life in the Electronic Concentration Camp

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Life in the Electronic Concentration Camp: The Many Ways That You’re Being Tracked, Catalogued and Controlled

By

The Rutherford Institute

Ex: http://www.lewrockwell.com

What is most striking about the American police state is not the mega-corporations running amok in the halls of Congress, the militarized police crashing through doors and shooting unarmed citizens, or the invasive surveillance regime which has come to dominate every aspect of our lives. No, what has been most disconcerting about the emergence of the American police state is the extent to which the citizenry appears content to passively wait for someone else to solve our nation’s many problems. Unless Americans are prepared to engage in militant nonviolent resistance in the spirit of Martin Luther King Jr. and Gandhi, true reform, if any, will be a long time coming.

Yet as I detail in my book A Government of Wolves: The Emerging American Police Stateif we don’t act soon, all that is in need of fixing will soon be unfixable, especially as it relates to the police state that becomes more entrenched with each passing day. By “police state,” I am referring to more than a society overrun by the long arm of the police. I am referring to a society in which all aspects of a person’s life are policed by government agents, one in which all citizens are suspects, their activities monitored and regulated, their movements tracked, their communications spied upon, and their lives, liberties and pursuit of happiness dependent on the government’s say-so.

As the following will show, the electronic concentration camp, as I have dubbed the surveillance state, is perhaps the most insidious of the police state’s many tentacles, impacting almost every aspect of our lives and making it that much easier for the government to encroach on our most vital freedoms.

Tracking you based on your consumer activities: Fusion centers, federal-state law enforcement partnerships which attempt to aggregate a variety of data on so-called “suspicious persons,” have actually collected reports on people buying pallets of bottled water, photographing government buildings, and applying for a pilot’s license as “suspicious activity.” Retailers are getting in on the surveillance game as well. Large corporations such as Target have been tracking and assessing the behavior of their customers, particularly their purchasing patterns, for years. In 2015, mega-food corporations will be rolling out high-tech shelving outfitted with cameras in order to track the shopping behavior of customers, as well as information like the age and sex of shoppers.

Tracking you based on your public activities: Sensing a booming industry, private corporations are jumping on the surveillance state bandwagon, negotiating lucrative contracts with police agencies throughout the country in order to create a web of surveillance that encompasses all major urban centers. Companies such as NICE and Bright Planet are selling equipment and services to police departments with the promise of monitoring large groups of people seamlessly, as in the case of protests and rallies. They are also engaging in extensive online surveillance, looking for any hints of “large public events, social unrest, gang communications, and criminally predicated individuals.”

Tracking you based on your behavior: Thanks to a torrent of federal grants, police departments across the country are able to fund outrageous new surveillance systems that turn the most basic human behaviors into suspicious situations to be studied and analyzed. Police in California, Massachusetts, and New York have all received federal funds to create systems like that operated by the New York Police Department, which “links 3,000 surveillance cameras with license plate readers, radiation sensors, criminal databases and terror suspect lists.”

Tracking you based on your face: Facial recognition software promises to create a society in which every individual who steps out into public is tracked and recorded as they go about their daily business. The goal is for government agents to be able to scan a crowd of people and instantaneously identify all of the individuals present. Facial recognition programs are being rolled out in states all across the country (only twelve states do not use facial recognition software).

Tracking you based on your social media activities: The obsession with social media as a form of surveillance will have some frightening consequences in coming years. As Helen A.S. Popkin, writing for NBC News, has astutely observed, “We may very well face a future where algorithms bust people en masse for referencing illegal ‘Game of Thrones’ downloads, or run sweeps for insurance companies seeking non-smokers confessing to lapsing back into the habit. Instead of that one guy getting busted for a lame joke misinterpreted as a real threat, the new software has the potential to roll, Terminator-style, targeting every social media user with a shameful confession or questionable sense of humor.”

Tracking you based on your metadata: Metadata is an incredibly invasive set of data to have on a person. Indeed, with access to one’s metadata, one can “identify people’s friends and associates, detect where they were at a certain time, acquire clues to religious or political affiliations, and pick up sensitive information like regular calls to a psychiatrist’s office, late-night messages to an extramarital partner or exchanges with a fellow plotter.” The National Security Agency (NSA) has been particularly interested in metadata, compiling information on Americans’ social connections “that can identify their associates, their locations at certain times, their traveling companions and other personal information.”

To put it bluntly, we are living in an electronic concentration camp. Through a series of imperceptible steps, we have willingly allowed ourselves to become enmeshed in a system that knows the most intimate details of our lives, analyzes them, and treats us accordingly. As George Orwell warned, “You had to live—did live, from habit that became instinct—in the assumption that every sound you made was overheard, and, except in darkness, every movement scrutinized.”

Thus, we have arrived in Orwell’s world. The question now is: will we take a stand and fight to remain free or will we go gently into the concentration camp?

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Recordkou VS en Al Gore's idiootste Global Warming uitspraken

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Recordkou VS en Al Gore's idiootste Global Warming uitspraken

Ironisch: Klimaat'wetenschappers' die Global Warming hoopten te bewijzen, kwamen vast te zitten in het ijs, evenals een eerste reddingsexpeditie. Uiteindelijk konden ze per helikopter worden gered.

Terwijl driekwart van de Verenigde Staten zucht onder een record koudegolf, en klimaat'wetenschappers' die met eigen ogen wilden zien hoe ver het ijs op Antarctica al gesmolten is kwamen vast te zitten in een ongekend dikke ijslaag, kijken we even terug naar het begin van deze eeuw, toen Global Warming alarmisten zoals Al Gore met hun uitspraken dat de nieuwe generatie in onze tijd geen sneeuw en ijs meer zou kennen, iedereen -inclusief bijna al 'onze' politici- de stuipen op het lijf joegen.

Global Warming wordt steeds ernstiger, zullen alle milieugroeperingen en de meeste politieke partijen u nog steeds vertellen. De historische kou in Noord Amerika is daar immers het absolute bewijs van. Dat vrijwel niet één onafhankelijke wetenschapper nog gelooft in dit inmiddels 100% ontkrachte mantra, doet niet ter zake. Immers, Global Warming is een onwrikbare peiler in de klimaatreligie, die ondanks een overweldigende lading bewijs van het tegendeel helaas ook in Nederland nog steeds veel verstokte aanhangers heeft.

Komende nacht kan het in de Amerikaanse staat Minnesota -54 graden Celcius worden, en kunnen 70 kouderecords worden gebroken. In grote delen van de VS is de gevoelstemperatuur reeds -48 graden, en wordt in een enorm gebied tussen de staten Mississippi en Ohio opnieuw sneeuwval verwacht. In Chicago hebben de autoriteiten de mensen opgeroepen thuis te blijven. Rond Indianapolis werd een uitgaansverbod ingesteld. De ijzige wind wordt zelfs in Florida en aan de Texaanse grens met Mexico gevoeld.

'Kinderen zullen geen sneeuw en ijs meer kennen'

Hoe anders had er uitgezien als de gevestigde klimaat'experts' in het jaar 2000 ook maar een béétje gelijk hadden gekregen. Zo voorspelden diverse 'wetenschappers' in dat jaar dat de Europese kinderen die toen werden geboren op hun 10e verjaardag niet meer zouden weten hoe ijs en sneeuw eruit ziet. Hoewel het nu zeer zacht is voor de tijd van het jaar - veroorzaakt door de extreme kou in Noord Amerika-, kenden we in 2012 een voorjaar dat in ruim 40 jaar niet meer zo koud was geweest.

Al Gore's idiootste uitspraken

Al Gore kan gerust dé profeet van de Global Warming kerk genoemd worden. Voor zijn inmiddels totaal ontkrachte documentaire 'An Inconvenient Truth' ontving hij zelfs de Nobelprijs. De -ijskoude- realiteit liet en laat echter zien hoe idioot zijn uitspraken waren:

1. In 2008 beweerde Gore tegen een Duits publiek dat de hele Noordpool 'over 5 jaar is gesmolten'. Wat gebeurde er echt: de ijskap groeide juist fors.

2. 'Co2 is de uitademing van onze beschaving.' Volgens Gore zou de menselijke uitstoot van Co2 snelle en ongekende opwarming veroorzaken. We lijken echter juist een periode van Global Cooling te zijn ingegaan. Bovendien is het Co2 gehalte in de atmosfeer historisch gezien erg laag, en is juist veel meer Co2 nodig om de toekomstige oogsten voor de snel groeiende wereldbevolking niet te laten mislukken.

3. 'De planeet heeft koorts.'

4. In 2006: 'Veel wetenschappers waarschuwen dat we steeds dichterbij een aantal omslagpunten komen die het binnen 10 jaar onmogelijk maken om onherstelbare schade aan de leefbaarheid van de planeet voor de menselijke beschaving te voorkomen.'

5. 'Dit is de waarheid: De Aarde is rond, Saddam Hussein viel ons niet aan op 9/11, Elvis is dood, Obama werd geboren in de VS, en de klimaatcrisis is echt.'

6. 'Het binnenste van de Aarde is zeer heet, meerdere miljoenen graden.' De hoogste temperatuur in het binnenste van de Aarde is echter 11.000 F.

7. 'Er hangt een onrealistische zweem over het praten over deze mysterieuze zaken, nu de wereld dankzij global warming voor onze eigen ogen op zo'n dramatische wijze verandert.'

8. 'Het zou een enorme opluchting zijn als de recente aanvallen op de wetenschap van global warming een teken zouden zijn dat we geen onvoorstelbare, grootschalige preventieve rampmaatregelen moeten nemen om de menselijke beschaving te beschermen.'

9. 'Het overleven van de VS zoals we het kennen loopt risico. Ja, zelfs de toekomst van de menselijke beschaving staat op het spel.'

10. 'We zouden deze uitdaging met een gevoel van diepe vreugde en dankbaarheid tegemoet moeten treden; dat wij de gevierde generatie zijn waarover orkesten, dichters en zangers over 1000 jaar zullen zeggen dat wij het in onszelf hebben gevonden deze crisis op te lossen, en de basis voor een stralende en optimistische menselijke toekomst hebben gelegd.'

50% meer ijs op de Noordpool, onbetrouwbare klimaatmodellen

Jaar na jaar komt er echter steeds meer bewijs dat er helemaal niets klopt van de Global Warming theorie. De New American schreef onlangs dat 'in tegenstelling tot de alarmistische voorspellen van Gore en zijn 'doemsdag sekte' voorspelden, de laatste satellietgegevens aantonen dat het ijs op de Noordpool sinds 2012 met 50% is gegroeid, en in oktober 2012 zelfs het snelst toenam sinds in 1979 werd begonnen met meten. Experts voorspellen dat dit de komende jaren zal doorgaan, waardoor global-warmingalarmisten koortsachtig naar verklaringen zullen moeten zoeken om hun gezicht te redden en de snel smeltende klimaathysterie nieuw leven in te blazen.'

Iedereen weet inmiddels dat de wereldwijde temperatuur al zeker 17 jaar niet meer stijgt. Deze klimaatrealiteit heeft dan ook een ruw einde gemaakt aan alle 73 door de VN gebruikte klimaatmodellen, die dus volstrekt onbetrouwbaar zijn gebleken.

Regering Rutte geeft miljarden uit aan niet-bestaand probleem

Triest genoeg baseren de Westerse overheden hun beleid nog steeds op de niet bestaande door mensen veroorzaakte opwarming. In het licht van de forse bezuinigingen op bijvoorbeeld de sociale zekerheid, gekoppeld aan enorme lastenverhogingen, zijn de tientallen miljarden euro's subsidies die alleen al het kabinet Rutte voor de global warming industrie heeft uitgetrokken, des te schrijnender.

Klimaat verandert altijd al, zonder menselijke invloed

Klimaatverandering bestaat en heeft altijd al bestaan. Toen er nog geen enkele sprake was van eventuele menselijke invloed, steeg in de middeleeuwen de gemiddelde temperatuur in het noorden van Europa naar subtropische waarden. Vervolgens kwam de bekende 'kleine ijstijd', eveneens toen door mensen veroorzaakte Co2 uitstoot geheel ontbrak. Die uitstoot is ook anno 2014 sowieso dermate gering, dat deze op wereldschaal in de atmosfeer niet eens een meetbare toename veroorzaakt, nog even los van het feit dat een relatie tussen meer Co2 en de -dus niet bestaande- opwarming nooit is bewezen.

Global Warming wetenschappers vast in het ijs

De klimaat'wetenschappers' die Global Warming wilden bewijzen en die ironisch genoeg vast kwamen te zitten in het poolijs, werden op 2 januari door een helikopter gered. Denk echter maar niet dat de reguliere media melding maakten van het doel van deze totaal mislukte missie. Dat was ongetwijfeld wel het geval geweest, als de wetenschappers 'bewijs' hadden gevonden dat het ijs wél aan het smelten is.

Wanneer komt er een einde aan dit duurste bedrog ooit?

Dat betekent dat de gevestigde orde en de globalisten zullen blijven volhouden dat het klimaat verandert door menselijke activiteiten. Op deze wijze kunnen ze hun onderdanen torenhoge milieubelastingen, veel te hoge energieprijzen en allerlei andere extreem kostbare beperkende maatregelen blijven opleggen. Het is daarom te hopen dat de gewone man wakker wordt voordat dit met afstand grootste en duurste bedrog aller tijden een definitief einde maakt aan zijn welvaart en aan de toekomst van zijn kinderen.


Xander

(1) Infowars
(2) Infowars / Washington Times
(3) KOPP
(4) Infowars / Natural News

Zie ook o.a.:

20-10: NIPCC veegt vloer aan met Global Warming theorie VN
12-09: Global Cooling bevestigd: record toename van zee-ijs
12-07: Energieakkoord NL: Duitsland laat zien dat prijzen enorm zullen stijgen
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13-05: Global dimming: Zonlicht op Aarde in halve eeuw met éénderde verminderd (/ Zon- en ruimtewetenschappers: Zonneactiviteit wijst op aanstaande nieuwe kleine ijstijd)
14-04: Pleidooi voor meer CO2 uitstoot om mensheid te redden (/ Steeds meer klimaatexperts beginnen uitblijven Global Warming toe te geven)
08-01: Bevestigd: Al 16 jaar geen Global Warming

vendredi, 10 janvier 2014

Méridien Zéro: la Grèce

Irak- Syrie : le péril d’un grand état islamiste

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Irak- Syrie : le péril d’un grand état islamiste

L’inconséquence occidentale au pied du mur

Jean Bonnevey
Ex: http://metamag.fr

Des dizaines de jihadistes ont été tués ou capturés en Syrie par les rebelles qui ont décidé de combattre leurs anciens alliés en raison de leurs multiples abus, selon une ONG. Les jihadistes, dont de nombreux étrangers, avaient rejoint la rébellion contre le régime de Bachar al-Assad lorsque la révolte, au départ pacifique, contre le pouvoir s'est militarisée. Signe des ramifications du conflit syrien dans les pays voisins, ce même groupe extrémiste sunnite vient de prendre le contrôle de Falloujah, à 60 km de Bagdad, et de revendiquer un attentat suicide au Liban contre un bastion du Hezbollah, parti chiite qui combat aux côtés du régime syrien.

 
"L'état islamique" a été décrété à Falloujah, grande ville de 300 000 habitants, située à moins de 70 km à l'Ouest de Bagdad. EIIL a nommé un gouverneur pour la ville. L'Etat islamique en Syrie et au Levant (EIIL) est un agrégat de groupuscules liés à Al Qaïda-Irak, fort de plusieurs milliers d'hommes. Il compterait 12 000 combattants en Syrie, où le groupe est proche du Front Al-Nosra. Il est très présent dans plusieurs villes syriennes, dont Alep et Idlib. Des combats entre l'EIIL et d'autres forces rebelles liées à l'ASL (Armée syrienne libre) ont fait ce vendredi au moins 16 morts et des dizaines de blessés. L'EIIL est notamment accusé d'avoir kidnappé, torturé et tué des membres de l'opposition à Assad moins portés sur le djihad, comme le docteur Hussein al-Suleiman.

Voila qui prouve que la guerre contre Saddam Hussein était une stupidité politique fondée de plus sur un mensonge criminel. Voila qui démontre de la même manière que l’aveuglement anti-Assad au nom de la démocratie double la stupidité irakienne d’une ineptie syrienne. L’Occident atlantique a ouvert le chemin à l’établissement d’un califat islamiste regroupant Bagdad et Damas et soutenu par les wahhabites du golfe.

En Irak on a abattu les sunnites laïcs pour imposer des Chiites et en Syrie on veut abattre des chiites laïcs pour le plus grand profit d’islamistes sunnites. Tout cela n’a aucune cohérence, ni aucun sens. Si ce n’est que l’idéologie démocratique mettant dans le même sac tous les régimes autoritaires fait le jeu de tous ceux qui les combattent. Cela conduit à un chaos régional en attendant peut être un nouvel ordre bien plus menaçant que l’ancien. Le processus a été entamé par les guerres contre l’Irak et il se poursuit en Syrie.

Alors que le pouvoir syrien résiste, celui mis en place par les Américains à Bagdad perd pied. Ce sont maintenant deux régimes chiites qui sont menacés et, grâce à Washington, le salut de Bagdad et Damas passe de plus en plus par Téhéran et le Hezbollah.

Beau résultat.

Qui possède le monde?

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Qui possède le monde?

Auteur : Noam Chomsky 
Ex: http://www.zejournal.mobi

Extrait du livre «Power system» ( Metropolitan Books) d’entretiens entre Noam Chomsky et David Barsamian, directeur d’Alternative Radio (www.alternativeradio.org) sorti le 06/02/2013 sur truth-out.org

David Barsamian: Le nouvel impérialisme Américain semble être substantiellement différent de l’ancienne version car les USA ont un pouvoir économique sur le déclin et voient leur pouvoir politique et leur influence s’affaiblir.

Noam Chomsky: Je pense que le discours sur le déclin américain doit être pris avec un peu de recul.
Les USA sont vraiment devenus une puissance globale au cours de la seconde guerre mondiale. Ce pays était la plus grosse puissance économique bien avant la guerre mais c’était un pouvoir qu’on pourrait qualifier de régional. Ils contrôlaient la sphère occidentale et avaient effectué quelques incursions dans le Pacifique mais l’Angleterre restait la première puissance mondiale. La seconde guerre mondiale a tout changé : les USA sont devenus la puissance dominant le monde, possédant la moitié de la richesse mondiale alors que les autres nations industrielles étaient affaiblies ou détruites. Cette nation était dans une position incroyablement  forte par le contrôle de leur hémisphère ainsi que l’Atlantique et le Pacifique avec une puissance militaire énorme. Bien sûr cela évolua : l’Europe et le Japon se sont relevés et la décolonisation changea la donne. En 1970 les USA étaient redescendus à 25% de la richesse mondiale ce qui est comparable à leur situation des années 20. Ils avaient encore leur pouvoir global écrasant mais étaient loin de la situation de 1950. Depuis 1970 cette situation s’est maintenue malgré quelques changements.

Durant cette dernière décennie et pour la première fois en 500 ans depuis la conquête espagnole et portugaise, l’Amérique latine a commencé à prendre en main ses problèmes. L’Amérique du sud a commencé a s’organiser alors qu’auparavant chaque pays était isolé et tourné vers l’ouest : d’abord vers l’Europe puis vers les USA. L’organisation est importante car elle signifie qu’il n’est plus aussi facile de cueillir les pays un par un. Les pays d’Amérique latine peuvent s’unir pour se défendre contre une puissance extérieure. L’autre évolution qui a plus d’importance et est plus complexe est que les pays d’Amérique latine commencent individuellement a faire face a leurs lourds problèmes internes. Avec ses ressources l’Amérique latine devrait être un continent riche ; particulièrement l’Amérique du sud. L’Amérique latine a beaucoup de richesses, aux mains d’une élite minoritaire et souvent occidentalisée qui côtoie une pauvreté massive. Il existe des tentatives de lutter contre cela et l’Amérique latine est en train de s’éloigner de la mainmise américaine ce qui est une autre forme d’organisation.

On parle beaucoup d’un changement global de pouvoir : l’Inde et la Chine vont devenir les nouvelles super-puissances, les pays riches. Il est nécessaire de prendre du recul par rapport a cela. Par exemple, de nombreux observateurs évoquent la dette américaine et le fait que la Chine en possède une grande partie. Il y a quelques années c’était le Japon qui en détenait la plus grande part mais maintenant la Chine l’a dépassé.

La généralisation du discours sur le déclin de USA est trompeur: on nous a appris à parler d’un ensemble d’Etats envisagé comme des entités unifiées et cohérentes. Dans l’étude de la théorie des relations internationales, il existe une école appelée l’école réaliste qui considère qu’il y a un monde anarchique d’Etats, chacun poursuivant ses propres «intérêts nationaux». En grande partie, c’est un mythe. Il existe quelques intérêts communs comme par exemple la survie, mais en général, les individus d’une même nation ont des intérêts divergents. Les intérêts du P-DG de General Electric et du concierge qui nettoie son sol ne sont pas les mêmes.

Une partie du système doctrinal aux Etats-Unis fait croire que nous sommes tous une famille heureuse, sans division de classes, et que tout le monde travaille ensemble en harmonie parfaite. C’est totalement faux. Au 18° siècle, Adam Smith a dit que ce sont les gens qui possèdent la société qui font la politique : les marchands et les fabricants. Aujourd’hui le pouvoir est aux mains des institutions financières et des multinationales. Ces institutions ont un intérêt au développement chinois. Donc par exemple pour le P-DG de Walmart ou Dell ou Hewlett-Packard, il est parfaitement satisfaisant d’avoir de la main d’œuvre très bon marché en Chine, travaillant dans des conditions affreuses et avec très peu de contraintes environnementales. Aussi longtemps que la Chine a ce qu’on appelle la croissance économique, c’est parfait.

Actuellement, la croissance économique de la Chine est un peu un mythe. La Chine est principalement une usine d’assemblage. La Chine est un exportateur majeur mais alors que le déficit de la balance commerciale des USA avec la Chine a augmenté, le déficit avec le Japon, Taïwan et la Corée a diminué. La raison en est que le système de production régional se développe. Les pays les plus développés de la région (le Japon, Singapour, la Corée du sud et Taïwan) envoient des composants et pièces détachées de haute technologie en Chine, qui use de sa force de travail bon marché pour assembler des marchandises et les envoyer hors de la région. Les sociétés américaines font la même chose : elles envoient des composants et pièces détachées en Chine où la population assemble et exporte les produits finis. Ces produits sont comptabilisés comme exportations chinoises mais ce sont bien souvent des exportations régionales et parfois des exportations américaines vers les USA.

A partir du moment où nous cassons cette vision d’états-nations comme entités unifiées sans divisions internes, nous pouvons voir qu’il y a bien un déplacement global du pouvoir, mais c’est de la force de travail mondiale vers les propriétaires du monde : le capital transnational et les institutions financières globales.


- Source : Noam Chomsky

De Faloujah-2004 à Faloujah-2014: le spectacle de notre folie

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De Faloujah-2004 à Faloujah-2014: le spectacle de notre folie

Ex: http://www/dedefensa.org

Ainsi commence l’année 2014… Il y a près de dix ans, en fait en avril puis en novembre 2004, en deux séquences marquées par des provocations par ignorance, des erreurs grossières, des massacres froidement perpétrés avec l’emploi d’armes de hautes technologies, avec l’usage fameux pour ses effets biologiques à long terme des obus à uranium appauvri du canon GAU-8A de 30mm à six tubes de l’avion d’appui rapproché de l’USAF A-10A Thunderbolt II, les forces US avaient finalement investi la ville irakienne de Faloujah dont le contrôle leur échappait, comme dans une grande partie de l’Irak où des terrorismes extérieurs venaient prêter main-forte aux factions sunnites et chiites alors unies contre l’ennemi américaniste. Le commandant des Marines qui mena l’assaut final sur Faloujah en novembre 2004, après de méchants et sanglants coups d’arrêt, nous faisait irrésistiblement penser à John Wayne, l’acteur qui fut le meilleur soldat de celluloïd de l’histoire d’Hollywood, évitant par ailleurs de s’engager dans la vraie guerre du Pacifique pour ne pas priver les studios et la narrative américaniste d’une si bonne représentation du soldat idéal. (Pour le John Wayne de Faloujah, voir le 22 décembre 2004.)

Faloujah fut donc le premier symbole furieux du chaos et de l’aveuglement sanglant et cruel que constitua l’intervention US en Irak, dans le cadre de l’entreprise généralisée de conversion du monde à l’entropisation prônée par notre contre-civilisation, et servie par ses relais empressés du bloc BAO. Ainsi, près d’une décennie plus tard, Faloujah a été “reprise”, – “reprise” des mains des “infidèles”, puisqu’il semble désormais acquis que n’importe qui est plus ou moins l’“infidèle” de quelqu’un d’autre. Comme elle le fut en 2004, la ville de Faloujah redevient en 2014 un point stratégique et symbolique, dans le système de la communication, du chaos du monde qui paraît entré dans sa phase finale. Entretemps, c'est-à-dire entre 2004 et 2014, le susdit-chaos a largement progressé, comme il se doit. La “reprise de Faloujah” en 2014 semble une des nouvelles à peu près “stable” du week-end, agrémentée de précisions diverses et peu encourageantes sur le sort de forces irakiennes dans la ville. Le symbolisme de la chose éclaire les événements de ces derniers jours. Opérationnellement, on observe qu’une autre ville irakienne, Ramadi, proche de la frontière syrienne, a été investie par Al Qaeda & consorts, et fait l’objet de tentative de reprise par l’armée irakienne (voir le Guardian du 6 janvier 2014). Le secrétaire d’État John Kerry, qui est en train d’essayer avec obstination d’arranger quelque chose entre Israéliens et Palestiniens, nous dit sa préoccupation en des termes qui évoquent incontestablement la barbarie :

«We are very, very concerned about the efforts of al-Qaida and the Islamic State of Iraq in the Levant – which is affiliated with al-Qaida – who are trying to assert their authority not just in Iraq, but in Syria. These are the most dangerous players in that region. Their barbarism against the civilians in Ramadi and Falluja and against Iraqi security forces is on display for everyone in the world to see.»

Ce premier week-end de 2014 a donc été le temps de diverses nouvelles explosives venues du chaudron du Moyen-Orient, principalement autour de l’axe Irak-Syrie-Liban, avec les autres acteurs divers autour et alentour (Israël, l’Iran, l’Arabie, les USA évidemment, la Turquie avec ses propres troubles intérieurs, etc.). C’est l’occasion d’observer que la situation en Irak, du point de vue du désordre, est largement sur le point de concurrencer en désordre furieux et en cruauté celle de la Syrie, bouclant pour l’instant la boucle des responsabilités fondamentales du chaos actuel : mission accomplished de ce point de vue, et l’Occident devenu bloc BAO a parfaitement exporté son propre désordre, mais pour n’en faire rien d’autre qu’étaler son impuissance et en recevoir les effets réverbérés et multipliés d’une façon régulière depuis 2008. L’année 2013 à été en Irak, du point de vue des morts du fait des violences politiques, la pire depuis 2007, avec plus de 10 000 morts (Antiwar.com, le 2 janvier 2014.) En Syrie, les rebelles se battent entre eux (Antiwar.com, le 4 janvier 2014) et s’accusent les uns les autres de servir secrètement le pouvoir syrien de Bachar al-Assad. Un chef d’un groupe d’al Qaeda et citoyen saoudien, arrêté au Liban pour l’attentat contre l’ambassade d’Iran, est mort le lendemain dans sa prison, nécessairement dans des conditions suspectes. Les acronymes de al Qaeda & consorts volent désormais depuis l’affaire libyenne et l’apparition d’AQMI, ou “Al Qaeda au Maghreb Islamique, nouveau facteur d’information introduit dans le circuit du système de la communication pour enfler ce dossier insaisissable. Nous avons désormais AQI (“Al Qaeda en Irak”), nous avons aussi ISIS, pour Islamic State of Iraq and Syria, nous avons des nouvelles continues et édifiantes des projets de califat islamiste, avec pour la séquence la représentation de plus en plus évidente de l’Arabie Saoudite en rogue state, étrange transmutation venue d’un pays extraordinairement immobiliste, prudentissime, comme on le connaissait dans les années 1970. Le chaos est parmi nous parce que nous sommes le chaos.

Peut-être l’observation la plus significative nous vient-elle du site DEBKAFiles, dont les accointances nous sont connues (voir, par exemple, le 13 février 2012). Le 5 janvier 2014, DEBKAFiles nous décrit à sa manière le tourbillon des événements en cours … «All these events add up to Al Qaeda-Iraq, Al Qaeda-Syria and the Abdullah Azzam Brigades having come together for a mighty push to seize footholds in a vast swathe of Middle East territory, along a line running between three Arab capitals - Baghdad, Damascus and Beirut.
 Al Qaeda is turning itself into the Sunni knife for slicing through the Shiite axis linking Tehran to Damascus and the Lebanese Hizballah in Beirut. Our military sources say a major escalation of this violent confrontation is building up for the near term in Iraq, Syria and Lebanon and may not stop there; there may also be spillover into Israel and Jordan.
..»

… Sans aucun doute, le commentaire le plus intéressant que fait DEBKAFiles dans son texte, celui auquel nous voulons arriver, concerne la position d’Israël dans cette tourmente dont nul ne sait vraiment le sens, qui tourbillonne, qui s’enchevêtre, qui se développe comme un feu-follet… Israël, en plein désarroi, car ne sachant plus qui est l’ennemi, non pas parce que cet ennemi est secret et impossible à trouver, mais parce qu’il y en a trop qui le sont, qui pourraient l'être, qui ne le sont peut-être pas. Ainsi avec ce commentaire nous apprenons sans réelle surprise qu’“Israël a de plus en plus de difficultés à déterminer qui sont ses amis … et qui sont ses ennemis”.

«Israel finds itself caught between two equally hostile and dangerous radical forces, both of which enjoy powerful backing. On the one hand, the Obama administration is eager to maintain US rapprochement with Iran to the point of allowing the brutal Bashar Assad to remain in power. On the other, former US ally Saudi Arabia is willing to back Muslim elements close to Al Qaeda, like the Sunni forces in Iraq and their counterparts in Lebanon, for the sake of sabotaging Washington’s current policies. In these circumstances, Israel finds it increasingly difficult to determine which are its friends in the Middle East arena – and worth helping – and which its foes.»

2004-2014, effectivement Faloujah comme un symbole à la fois du chaos et à la fois de la forme circulaire et sans fin ni début du chaos, puisque revenant dans cette occurrence à son point de départ, et le désarroi israélien comme le symbole du symbole, celui d’une entité qui a tout manipulé, tout diabolisé, tout radicalisé, pour se retrouver coincée dans cette étrange quête : dans ce tourbillon d’agresseurs agressés et de victimes qui ripostent, qui sont mes amis et qui sont mes ennemis ? L’extraordinaire amoncellement de moyens producteurs de violence et de tactiques de déstructuration poursuivies par le bloc BAO au service d’une stratégie caractérisée par le vide sidéral, le néant presque impeccable, cette combinaison étrange qui sied tant aux automatismes du Système au travers de la formule dd&e mais qui se retourne nécessairement contre le Système selon la formule classique du plus court chemin de la surpuissance à l’autodestruction, voilà qui est en train de commencer à donner ses effets remarquables et spectaculaires au Moyen-Orient, dans la zone cataloguée la plus sensible, la plus délicate de la planète. Le “travail” accompli par le bloc BAO depuis 2001-2004, des duettistes Bush-Blair à la phalange héroïque qui comprend notamment Netanyahou et ses obsessions, la rock star BHO et ses incertitudes, notre président-poire et ses audaces de notaire de province qui découvre le monde, ce “travail” semble répondre à toutes les attentes qu’on pouvait y mettre. Le chaos se répand désormais à flots souterrains continus et dans ce mode de visibilité sporadique qui est le sien, avec les accointances et les alliances des uns et des autres perdues dans un bouillon désormais indéchiffrable ; le chaos devenu comme une sorte d’“expression spontanée” du multiculturalisme et de l’entropisation individuelle réduisant le passé et l’avenir au présent constitué en narrative, en vogue dans nos programmes scolaires et dans nos galeries d’“art contemporain”. Le monde est en train de se transmuter avec une remarquable ponctualité et une non moins remarquable rapidité en une sorte de tour de Babel chaotique, où les étages auraient été interverties, les volées d’escalier montées à l’envers, le cul projeté par-dessus tête et les fondations d’en-dessous proches de se croire proches du ciel.

Heureusement que les peuplades du bloc BAO rentrent des “vacances des fêtes”, avec elles leurs directions politiques prêtes à prendre à bras le corps les urgences du jour. Le ministre de l’Intérieur s’occupera donc en priorité de l’“affaire Dieudonné” tandis que le ministre des affaires étrangères s’informera pour savoir si Bachar est toujours incrusté dans sa présidence discréditée, pour savoir s’il peut commencer à envisager la célébration d’une ère nouvelle au Moyen-Orient, pour savoir si l’on peut vraiment y faire, comme prévu, du droitdel’hommisme et du postmodernisme, voire du post-postmodernisme. Le Sénat des États-Unis, lui, tente de se rassembler sous la férule de l’AIPAC pour parer au plus pressé : imposer de nouvelles sanctions à l’Iran et au danger pressant que fait peser sur le monde le programme nucléaire de ce pays. L’expression “danser sur un volcan” n’a pas de raison d’être : certes, The Independent annonce (ce 6 janvier 2014) que le risque d’éruption du super-volcan qui ne dort que d’un œil sous les beautés étranges du Yellowstone National Park dans le Wyoming est plus grand qu’on ne croyait mais, vraiment, plus personne, sauf les fous qui ont choisi la danse de saint-Guy (certes, il y en a beaucoup), ne devrait vraiment avoir envie de danser. En un sens qui pourrait paraître rassurant pour l’automatisme des pensées, l’habituelle prédiction accompagnant désormais notre nouvelle années de 2014 comme reconduction de 1914 (2 janvier 2014) est au rendez-vous, le 6 janvier 2014 dans The Independent. Il s’agit du professeur Margaret MacMillan, de l’université de Cambridge, dans un article de Foreign Affairs...

«Now, as then, the march of globalisation has lulled us into a false sense of safety. The 100th anniversary of 1914 should make us reflect anew on our vulnerability to human error, sudden catastrophes, and sheer accident. Instead of muddling along from one crisis to another, now is the time to think again about those dreadful lessons of a century ago in the hope that our leaders, with our encouragement, will think about how they can work together to build a stable international order.»

... Ce qui nous laisse rêveur, nous, c’est “l’impression trompeuse de sécurité” dans laquelle nous aurait cantonnés la globalisation. Ces gens-là éprouvent-ils vraiment cette “impression trompeuse de sécurité” depuis 9/11, depuis l’Irak, depuis Falloujah-2004 et Falloujah-2014, depuis le tsunami et la destruction du monde en rythme-turbo, depuis les banques en 2008, depuis..., depuis... ? Peut-être faudrait-il les détromper avant qu’ils ne se laissent tout de même aller à danser. Le pont du Titanic prend de la gite et l'on pourrait glisser.

Assad tenace et indomptable: il veut combattre le wahhabisme en 2014

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Assad tenace et indomptable: il veut combattre le wahhabisme en 2014

 

 

L’équipe du site http://www.almanar.com

 

Durant ces trois années de crise et de guerre en Syrie, l’une des plus grandes surprises aura sans aucun doute été la ténacité du président syrien Bachar al-Assad.

Avec sa physionomie de bonhomie, son jeune âge et son expérience limitée, personne ne s’attendait à ce qu’il tienne bon.

A  aucun moment, depuis mars 2011, il n’a affiché de signe de faiblesse, tout en sachant que c’est sa tête qui était visée.   Pendant longtemps,  son départ était non seulement une exigence indiscutable, mais aussi une prévision indélébile, pour les milieux occidentaux, arabes et turcs qui soutenaient l’insurrection en Syrie. D’autant que 15 milliards de dollars ont été déboursés pour le faire renverser.

Durant les deux premières années de la crise syrienne, les déclarations de politiciens concernés et analyses d’experts prévoyaient sa chute imminente dans les deux mois de leur annonce et renouvelaient sans cesse le délai. Le président syrien était  présenté par les medias et centre de recherches  comme «impopulaire», « renfermé dans sa bulle», ou perdant le sens des réalités.

Scénarios à l'eau

Plusieurs scénarios étaient envisagés : qu’il soit délogé de Damas : pour soit se replier vers les régions alaouites ou quitter le pays, pour se rendre en Russie entre autre. Assad a tenu à répondre en personne à ces allégations, assurant qu’il ne fait pas partie de « ces capitaines qui sautent du navire qui coule ».

L’éventualité de son assassinat a été envisagée avec force et il a été question d’une mise à prix de sa tête, en échange de la somme modique d’un million de dollars. Conscient de cette option, il avait conseillé à ses partisans de frapper les "intérêts des Etats Unis et d'Israël, en Mer Rouge  et en Méditerranée", s’il lui arrive quelque chose. En mars 2013, il semble qu’une tentative ait été concoctée par les services de renseignements français et turcs, via des agents kurdes qui ont tenté d’enrôler des ouvriers d’une société sanitaire chargé d’entretenir les palais présidentiels. Elle a été avortée avant que quoique ce soit ne se passe.

Déceptions et aveux

Comme il n’en a rien été de tous ces scénarios, on a commencé dès la fin de 2012 à douter qu’il puisse partir.
A commencer par les Américains et Israéliens. 

En janvier, l’ancien ambassadeur américain à Damas, Robert Ford, a déclaré: « Je ne sais pas comment Assad va partir, il se peut qu’il ne parte jamais, il ne veut pas partir », a-t-il répété à plusieurs reprises cette conclusion.
Chargé du dossier syrien, il s’était dévoué corps et âme pour faire réussir l’insurrection syrienne, s’employant entre autre à persuader des officiers et des diplomates alaouites à faire défection de l’armée et du corps diplomatique syriens. Cette conviction a été consolidée par l’intervention du Hezbollah.
 
Côté israélien, centres d’études, officiers et politiciens ont multiplié les constats du même genre, selon lesquels le renversement d’Assad n’est  pas facile. La situation stratégique de la Syrie, l’unité des rangs de l’armée et sa popularité sont mises en avant comme facteurs.
« Le président Bachar el Assad a contredit tous les pronostics, il a tenu bon et n’a pas fui. Il a vraiment les gênes de son père », a rapporté le quotidien israélien le Yediot Aharonot, citant le commandant de la région nord le colonel Yaïr Golan.
Pourtant, les desideratas du gouvernement israélien, selon les medias israéliens privilégiaient une Syrie dirigée par Al-Qaïda que par Assad !  

Les dirigeants européens et arabes ne tarderont pas à s’y résigner, sans toujours le reconnaitre. 

Assad le populaire

En même temps, certains milieux médiatiques ou des renseigenements occidentaux se sont mis à rendre compte d’un fait longtemps occulté ou négligé ou qu'on a refusé de voir: la popularité d’Assad.

ALrs que Reuters a timidement évoqué quelque 70% des Aleppins rangés derrière leur président,  la CIA assurait à partir de mai qu’il serait accrédité de 75% des voix des Syriens en 2014, si élections présidentielles ont lieu. Et l’Otan suivait le pas le mois suivant.

En plus du soutien de son peuple, le président syrien disposait d’un important atout de force : le soutien infaillible de l’Iran et de la Russie. Cette dernière a résisté à toutes sortes de pressions et d’offres alléchantes pour l’amener à renoncer à Assad.

Offres arabes et américaines

Les deux plus importantes ont été formulées par le Qatar, et puis par l’Arabie Saoudite. Doha a proposé entre autre aux Russes  que leur base navale à Tartous serait protégée par l’ASL s’ils renoncent à Assad. Plus tard, c’est Bandar Ben Sultane qui prend le relai et propose la sienne, à la base de la carotte et du bâton, en proposant de juteux contrats militaires et d’investissements, la promotion du rôle russe dans la région,  et des garanties sécuritaires pour les jeux olympiques de Sotchi.

Moscou a aussi résisté aux manœuvres de séduction américaines menées par   Kerry en personne,  pour la persuader de ne pas faire participer Assad à la période de transition et  lui conseiller de partir. Souvent, des rumeurs se répandaient pour dire que les Russes ont plié. Au bout de ce bras de fer, les Américains se sont mis à prôner un double langage : un jour, ils appellent au dialogue entre toutes les factions syriennes ; le lendemain, ils disent qu’Assad n’a pas sa place dans la transition.

Assad et les alliés

Ces tergiversations ne semblaient pas du tout inquiéter le numéro un syrien. Bien au contraire, il paraissait confiant de ses atouts de force, dont sur le plan interne la fidélité du corps diplomatique syrien où les désistements ont été rares, en dépit des sommes séduisantes qui leur ont été accordées.

Il évoquait aussi avec assurance le soutien indéfectible de ses alliés, iranien, russe et du Hezbollah.

L’aide économique que lui a procuré Téhéran, l’a aidé à réduire les effets destructeurs des sanctions et de l’inertie des rouages économiques du pays. L’Iran a même fait part de sa disposition à aider son allié syrien si une attaque américaine avait lieu.

Durant cette phase critique, sur fond d’accusation d’utilisation par Damas d’armes chimiques dans la Ghouta orientale, l’intervention des Russes aura été également décisive pour parvenir à l’accord sur l’arsenal chimique syrien et qui a écartée définitivement le spectre d’une attaque américaine.

En mai, l’intervention du Hezbollah dans la bataille de Qousseir a donné un important coup de pouce à l’armée syrienne, débordée par l’avènement de milliers de jihadistes, surtout via la frontière libanaise.

Rencontres

Tout au long de l’année, malgré les menaces de mort, Assad multipliera ses rencontres avec des délégations venues de toutes parts, ses apparitions médiatiques et autres. La plus forte sera sans aucun doute celle avec les membres de son gouvernement et du parti, à l’Opéra de Damas, sur fond d’une énorme affiche tapissée des photos des martyrs de l’armée syrienne.

En Aout, il s’est rendu en personne dans la banlieue de Damas Darayya, qui venait d’être sécurisée, pour y saluer les soldats. Il n’a pas non plus changé son habitude de participer à la prière des fêtes religieuses islamiques (Fitr et Adha). Dans la dernière, les rebelles ont propagé la rumeur de son assassinat !

Discours

Dans ses interventions, il présente dans ses apparitions sa vision de l’insurrection en Syrie
Ce n’est pas une « révolution,..., mais une guerre entre la patrie et ses ennemis,.., une vengeance contre le peuple syrien qui a refusé leur révolution,.., une guerre avec des étrangers, mais avec des mains syriennes,..., une crise plus dictée par des velléités régionales et internationales, que par des revendications de réformes internes, et qui renferme l’intention de détruire la Syrie ---

Quant à la solution, elle passe selon lui par l’éradication du terrorisme, phrase qu’il ne cessera de répéter tout au long de l’année à plus d’une occasion. Avec l’entrée en force des milices d’Al-Qaïda, qui ont délogé celles de l’ASL, il peut surtout se targuer d’avoir été le premier à l’avoir prévu, alors que l’ASL  s’employait pour présenter la présence des « jihadistes » comme étant un coup de main provisoire. Dans ses interventions, il a aussi prôné le dialogue entre toutes les factions du peuple syrien, celles de l’intérieur et celles de l’extérieur.

Assad: au suivant!  
 
En cette fin d’année, Assad est plus que jamais déterminé à se présenter  candidat aux élections présidentielles prévues en 2014 et est plus que jamais confiant de triompher.

Il a vu son rival qatari le prince Hamad remplacé, son détracteur turc Erdogan sur le point de l’être, l’attaque américaine  contre son pays écartée à jamais, l’ASL s’effondrer. Ses prévisions sur l’extrémisme qui prend en otage la Syrie se confirment. A la fin de l’an, il a été droit au but, stigmatisant le wahhabisme saoudien dans ses deux dimensions politique et religieuse, et appelant à lutter contre lui. Personne n'a osé avant lui.   

jeudi, 09 janvier 2014

L'engagement par l'enracinement!

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Les 10 outils les plus incroyables utilisés par la NSA pour nous espionner

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Les 10 outils les plus incroyables utilisés par la NSA pour nous espionner


« Suite aux révélations du journal allemand Der Spiegel sur l’étendue de l’infiltration de la NSA dans les infrastructures informatiques, voici une liste de 10 outils de cyberespionnage stupéfiants utilisés par la National Security Agency.

Le journal allemand Der Spiegel a lancé des révélations chocs sur le cyberespionnage à partir de documents confidentiels partagés par l’ancien consultant de la NSA Edward Snowden. Voici un palmarès des outils les plus fous utilisés par la National Security Agency pour nous espionner.

Il semblerait que pour chaque porte verrouillée par les fournisseurs d’équipements réseaux, les produits informatiques et les télécoms, la NSA possède une clé. La liste complète de ces outils disponible ici.

FEEDTHROUGH

Juniper Networks n’est ni plus ni moins que le 2e équipementier mondial de systèmes réseaux pour entreprises. Ses pare-feux Netscreen permettent de faire respecter la politique de sécurité d’un réseau informatique, définissant quels types de communication y sont autorisés. La NSA inflitre ce périmètre sécurisé grâce à Feedthrough.


DEITYBOUNCE
Deitybounce permet d’installer des logiciels malveillants de façon permanente, notamment sur les serveurs “PowerEdge” du fabricant mondial de PC Dell. La NSA implante son malware dans les “BIOS”, ces logiciels sur la carte mère d’un ordinateur qui sont les premiers éléments installés au démarrage de l’appareil. Le PC ou serveur infecté semble fonctionner normalement, et même s’il est nettoyé, et son contenu entièrement effacé, les logiciels espions de la NSA restent logés de façon invisible. Dell a répondu à cette révélation.

JETPLOW
Jetplow permet d’installer des logiciels espions permanents dans les pare-feux du géant mondial des réseaux informatiques Cisco. Il peut aussi “modifier le système d’opération des pare-feux de Cisco au démarrage”. Une option de “porte dérobée permanente” permet aussi “un accès complet”. Cisco a répondu à cette révélation.
 
HEADWATER
Headwater nstalle une “porte dérobée permanente“ (Persistent Backdoor) sur certains routeurs du fabricant de matériel informatique chinois Huawei. Ces “implants” espions peuvent être installés à distance via internet.

NIGHTSTAND
Nightstand est un appareil sans fil d’exploitation et d’insertion de données, “typiquement utilisé quand on ne peut accéder à une cible via une connexion internet.” Il permet des attaques de loin, jusqu’à près de 13 kilomètres de distance de la cible.

PICASSO
D’apparence assez habituelle voire désuète, Picasso est un téléphone sans fil avec puce GSM (dont deux modèles de Samsung) qui permet de “collecter les données d’utilisateurs, des informations de géolocalisation et le son d’une pièce”. Ces données peuvent être récupérées via un ordinateur portable ou bien par SMS “sans alerter la cible”.

COTTONMOUTH-I
Pour le novice, cet outil ressemble à un port et câble USB inoffensifs. Mais à l’intérieur, se cache une carte mère qui fournit “un pont sans fil dans un réseau cible, ainsi que la possibilité d’introduire des logiciels « exploit » sur des ordinateurs portables ciblés.” (Un “exploit” permet à un logiciel malveillant d’exploiter une faille de sécurité informatique dans un système d’exploitation ou un logiciel.) Autrement dit, la NSA peut introduire un cheval de Troie dans n’importe quel ordinateur.

IRATEMONK

Iratemonk est un logiciel malveillant qui infecte des ordinateurs portables et de bureau en attaquant le firmware de disques durs fabriqués par Western Digital, Seagate, Maxtor et Samsung, qui sont toutes à l’exception de la dernière, des entreprises américaines. Le firmware, ou microprogramme, concerne l’ensemble des instructions et des structures de données qui sont intégrées dans le materiel informatique.


TOTEGHOSTLY 2.0

Toteghostly 2.0 est un implant logicel à destination du système d’exploitation Windows Mobile, qui permet d’extraire et d’installer des données à distance. La NSA peut ainsi accéder aux SMS, liste de contacts, messages vocaux, géolocalisation, fichiers audio et vidéo, etc. de l’appareil.


CANDYGRAM

Candygram est une “station GSM active”, qui permet d’imiter le comportement d’une tour de téléphonie cellulaire et ainsi de repérer et monitorer des téléphones portables. Quand un appareil ciblé entre dans le périmètre de la station Candygram, le système envoie un SMS à l’extérieur du réseau à des téléphones “espions” préalablement enregistrés.

Tout cela sans compter Dropoutjeep qui permet à la NSA d’installer des logiciels espions sur les iPhone, et sur tous les appareils iOS et collecter ainsi des données sans que la “cible” s’en aperçoive. »

A Europe Without a Future

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A Europe Without a Future

Vladimir NESTEROV

Ex: http://www.strategic-culture.org

 

In summer of this year high spirits prevailed in Brussels. When Eurostat published its statistical report for the second quarter, it turned out that the economy of the Eurozone, despite the pessimistic expectations of experts, had grown. Not at all significantly, of course - by 0.3%, and that was mainly from a certain amount of economic recovery in Germany and France. The growth of the largest economies of Europe equaled 0.7% and 0.5% respectively, in annual terms.  It was predicted that Germany's GDP would increase by another 0.5% by the end of the year. Of course, the GDP of the Eurozone, pulled down by the «problem countries» of southern Europe, will still go down by the same 0.5%

Anyway, European Council President Herman Van Rompuy hastened to announce that «the low point of the financial crisis in Europe has passed», and European Commission President Jose Manuel Barroso proclaimed that «the EU is transitioning from a crisis policy to a growth policy». And all this was happening while experts were saying that it's too early to start rejoicing about the «growth». For example, Guntram Wolff, director of the analytical center Bruegel, stated at that time, «Growth figures in all of Europe are still way too small to manage to turn around the situation on the job market. Unemployment rates will remain high in southern Europe next year as well. It is going to be a while before we'll see any relief there... I think public investments are especially important in Germany, which has one of the lowest public investment quotas in the EU. It is surprising that in a country where borrowing money comes so cheap investments are so low. In Germany in particular there are a couple of shortfalls when it comes to public infrastructure. In some regions like the Ruhr region it's obvious that public investments are lagging behind.» 

However, neither Berlin nor Brussels has turned out to be prepared for such a turn of events. Of course, the ECB has tried to take some measures, for example, lowering the discount rate to 0.25%. However, Germany, which has the strongest economy in Europe, has not supported the ECB's initiative by increasing investments. Submitting to Berlin's will, other countries have done the same.

Seeing the financial policy of their governments, entrepreneurs also joined in the «cheap money» game. They started investing, but in real estate, not in the real sector. This happened in France, in Germany and in other countries.

A Sobering November

The summer optimism of Brussels officials had evaporated by late November. At the end of the third quarter, the Eurozone's economic growth turned out to be illusory - it was only 0.1% (!). That is, the crisis hasn't gone anywhere; it was only lying low in order to pop up again with new force. The third quarter refuted the commonly-held notion of a «two-speed Europe», according to which, while there is no growth in Southern Europe, there definitely is in the North. Nothing could be further from the truth; not a single country in the Eurozone can currently boast of significant growth. Even in Germany the growth of the GDP was ridiculously modest - 0.3%, or 1.3% in annual terms.  And they may not even end up with this 1.3%. The fact of the matter is that in September production had already started to decline. And the fourth quarter started extremely poorly; in October Germany's industrial production volume was 1.2% lower than in September. Production in the processing industry went down by 1.1%, manufacturing of capital goods decreased by 3%, and manufacturing of durable consumer goods decreased by 4.5%. 

«The German economy has not managed to make a good start to the fourth quarter. Businesses are still holding back with investment. This indicates a rather cautious outlook for investment activity in the coming months», said Commerzbank economist Ralph Solveen, commenting on recent events. 

In the end, everything comes down to the reduced purchasing power in Europe and in the rest of the world brought about by the crisis. For the German economy, which is focused on exports, hard times have come. It is worth noting that at the November China-EU summit in Beijing, neither the Germans nor the other Europeans, who are accustomed to criticize the Chinese government for «human rights violations», said a single word  on this topic. And this is understandable; whether or not the Germans like the way the Chinese do things, there is no other consumer of their products as large as China, and there is unlikely to be one.

Things are no better in the smaller countries of the Eurozone. Austria has managed to return to an insignificant amount of growth, 0.2%. The Netherlands compensated for a drop in the first half of the year, showing growth of 0.3%. Finland reached growth of 0.4%. There have been no noticeable changes for the better in «problem» Southern Europe, either. Growth in Spain is microscopic; Italy is not growing yet, and since the beginning of the crisis its GDP has shrunk by 25% (!). In Greece the decline is continuing as usual, albeit not as rapidly as before.

As for France, people there now believe that the «chronic patient» of Europe is no longer Greece, but their own country. A 0.1% reduction in the GDP caused a sort of national stress. After all, both Gaullist Nicolas Sarkozy and socialist Francois Hollande have continually reduced social expenses, raised existing taxes and introduced new ones. As a result, unemployment rose in the third quarter of this year; among young people, according to data for September, it has remained at the level of 25%.

Amid the economic problems in Europe, poverty is progressing rapidly. According to Eurostat sociologists, in 2012 124.5 million people were on the brink of poverty. The worst situation is in Bulgaria, where poverty and social isolation threaten half (!) of the population. Next after Bulgaria are Romania and Latvia, where 42% and 37% of residents are at risk of poverty, respectively. In Lithuania poverty threatens 33% of the population, in Poland 27.2%, and in Estonia 23.1%. Italy must be mentioned among such countries as well; although the percentage of poor people is not so large (29.2%), in absolute terms they come to 18.2 million people. The Italians make up the largest mass of poor people in Europe.

From Euroskepticism to Total Pessimism

The debt crisis which is already in its fifth year in Europe and the severe austerity measures which all European countries have had to introduce is causing a rise in Euroskepticism, not only on the periphery of Europe, but in relatively prosperous countries like Germany and Austria as well.

The results of a survey conducted in late August – early September 2013 by the French marketing firm IFOP show an abrupt increase in the number of Euroskeptics in the top four economies of the Eurozone: Germany, France, Italy and Spain. The main question they asked the Germans, French, Italians and Spaniards was whether they felt that membership in the European Union was advantageous to them. 37% of residents of the Pyrenees believe that membership in the EU only brings Spain problems (a year earlier 26% in Spain were Euroskeptics). In France the number of those who are dissatisfied with their country's membership in the European Union rose from 38% in 2012 to 43% at present. In Germany 44% of the population disapprove of membership in united Europe (a year ago 36% in Germany were Euroskeptics). The greatest number of Euroskeptics is in Italy, where 45% of citizens see no benefit in being part of the European Union...

Along with Euroskepticism, the souls of Old World residents are increasingly filled with pessimism. People are losing hope and faith in the future. According to data from the American Pew Research Center, which conducted a study on this topic in spring 2013, only 28% of Germans, 17% of the British, 14% of Italians and 9% of the French believe that their children will live better than previous generations. What is even more interesting is that pessimism in the West contrasts sharply with optimism in developing countries; 82% of the Chinese, 59% of Indians and 65% of Nigerians believe in a better future. 

Obviously those experts who believe that Europe is losing its former leading position as the locomotive of progress are right. The time of other civilizations has come.

Foto: dw.de

Comment stopper les "veuves noires" du Caucase du Nord?

Comment stopper les "veuves noires" du Caucase du Nord?

Dossier: Attentat de Volgograd

Ex: http://fr.rian.ru

Par Nabi Abdoullaïev, RIA Novosti
Comment stopper les "veuves noires" du Caucase du Nord? 
 
Le 21 octobre dernier, une femme se faisait exploser dans un bus dans le sud de la Russie. Cet attentat montre que la guérilla n'a pas l'intention de renoncer à sa tactique la plus meurtrière dans sa guerre contre la population civile et la police en Russie - Moscou inclus.

Les journalistes ont baptisé ces femmes kamikazes les "veuves noires". Elles ont déjà permis aux rebelles islamistes du Nord-Caucase de se faire reconnaître comme une force combattante sur l'un des fronts du jihad mondial. Aujourd’hui les femmes kamikazes sont devenues l'une des armes les plus efficaces de l'arsenal des terroristes tchétchènes et daghestanais.

Richard Pape, professeur à l'université de Chicago, a calculé qu'entre 1998 et 2001 chaque attentat suicide dans le monde a fait en moyenne 34 victimes. Entre juin 2000, date du premier attentat de ce genre, et l'heure actuelle, les femmes kamikazes nord-caucasiennes ont participé (seules ou en groupe) à 25 attentats et entraîné 847 morts.

Guidées par la douleur ou par la guérilla?

Les premiers attentats-suicides ont été commis par des femmes en Tchétchénie, moins d'un an après le début de la deuxième campagne tchétchène en 1999. Cette année-là le gouvernement russe voulait mettre fin à l’activité des séparatistes et des islamistes dans la région.

Le principal facteur qui a poussé les femmes au suicide fut l’ordre d'une organisation terroriste. Bien plus de cruautés et d'actes de violence incontrôlés avaient été commis pendant la première guerre de Tchétchénie (1994-1996) par rapport à la seconde mais il n'y avait pas eu d’attentats suicides.

Les attentats suicides commis par des femmes ont commencé au Daghestan, voisin de la Tchétchénie, en 2010. Depuis, les six attentats suicides commis l’ont été par des ressortissantes daghestanaises et non tchétchènes. Pourquoi ? Peut-être parce que l'opération de grande envergure contre les rebelles en Tchétchénie, entreprise après la prise d'otage de Beslan, a également permis d'éliminer les terroristes qui savaient comment manipuler les femmes pour les pousser à commettre des attentats-suicides. Quelques années plus tard ce "savoir-faire" resurgissait au Daghestan.

Un court laps de temps sépare ces attentats suicides, perpétrés à bord d’avions en 2004 et dans le métro de Moscou en 2010. Des attentats retentissants ont également été commis très loin des frontières de la Tchétchénie et du Daghestan comme la prise d'otage à l'école de Beslan ou du centre théâtral de la Doubrovka, qui ont été particulièrement retentissants. Tous ces faits démontrent la présence d'une organisation utilisant le sentiment de désespoir éprouvé par les femmes kamikazes pour arriver à ses fins.

La stratégie derrière la tactique

Pourquoi les femmes kamikazes occupent-elles une place aussi importante dans la lutte menée par la guérilla du Caucase du Nord?  Premièrement ces attaques atteignent leur but, comme l'indiquent les chiffres mentionnés. En termes stratégiques il est primordial pour les terroristes d'attirer l'attention de la presse car c'est elle qui permet d'apprendre au monde entier leur existence et leurs objectifs. Avec leurs actions, ils font justement toujours la une des journaux.

L’arme des "veuves noires" est aujourd’hui un "savoir-faire" important pour les terroristes et aujourd’hui il leur serait stratégiquement déraisonnable d'y renoncer complètement. La crainte des "veuves noires" est si grande que parfois, des passagers russes refusent de voler dans le même avion que des femmes portant une tenue musulmane.

Il existe une réserve inépuisable de femmes voulant mettre fin à leur jour au nom d'une "mission suprême". Les femmes des terroristes islamiques (la grande majorité des kamikazes étaient des épouses de rebelles) n'ont pratiquement aucune possibilité de revenir à une vie sociale normale, surtout après que leur mari a été tué par les forces d'élite.

Comment contrer la menace?

De toute évidence, le traumatisme psychologique infligé par la guerre et le désespoir sont un environnement très fertile pour le terrorisme féminin. Mais le facteur clé qui transforme ce trouble en volonté et en violence est l'organisation. Il est évident que les efforts des forces de sécurité doivent viser à identifier les porteurs de ce "savoir-faire" qui permet de pousser les femmes en première ligne du front de la guerre terroriste dans le Caucase du Nord.

Après la prise d'otages de Beslan – qui a suivi de près un attentat-suicide à la station de métro Rijskaïa à Moscou et une explosion de bombes à bord de deux avions de ligne russes - le commandement des forces de sécurité s'était concentré sur la lutte contre les terroristes arabes et les islamistes dans les rangs des rebelles tchétchènes. En seulement quelques mois beaucoup d'entre eux ont été éliminés grâce aux opérations ponctuelles ou ont dû quitter la région.

Les autorités russes ont également réussi à mettre en place un gouvernement tchéchène loyal. L'Etat a ensuite réprimé les dispositions séparatistes et jihadistes en empêchant la glorification du suicide.

Le mois dernier, le président russe Vladimir Poutine a soumis à la Douma (chambre basse du parlement) un projet de loi qui obligerait les proches des terroristes à rembourser les dommages infligés par leurs actes. Cette mesure vise avant tout à pousser les terroristes potentiels à réfléchir au prix fort qu’eux ou leur famille devraient payer. Cependant, dans le cas des femmes kamikazes dont beaucoup interrompent tout contact avec leurs proches et familles, il n'est pas certain que cette mesure ait l'effet souhaité.

L’opinion de l’auteur ne coïncide pas forcément avec la position de la rédaction

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mercredi, 08 janvier 2014

Conférence du Cercle G. Sorel

CONFERENCE

CERCLE GEORGES SOREL

europe, alternative, georges feltin tracol

A la Cambuse, local MAS Ile-de-France

contact/réservations : cerclegs@yahoo.fr